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RAOUL GARDINI E GABRIELE CAGLIARI DUE FALSI SUICIDI RIMASTI IMPUNITI. «STATO E MASSOMAFIE COME UNICO SISTEMA»

giovedì 02nd, dicembre 2010 / 08:50 Written by
RAOUL GARDINI E GABRIELE CAGLIARI DUE FALSI SUICIDI RIMASTI IMPUNITI. «STATO E MASSOMAFIE COME UNICO SISTEMA»

di Pietro Palau Giovannetti 

(Presidente Avvocati senza Frontiere)

Il pezzo che segue fa parte di una serie di articoli sul rapporto tra Stato e massomafie, basati sulla diretta esperienza della Onlus Movimento per la Giustizia Robin Hood e della rete Avvocati senza Frontiere, in oltre 25 anni di battaglie civili, contro la corruzione giudiziaria e le mafie, che abbiamo iniziato a pubblicare dal 2007.

La seconda parte di “$tato, mafia, Ma$$oneria come unico $istema” è pubblicata sul n. 3/07 e scaricabile alla pagina www.lavocedirobinhood.it/Articolo.asp?id=132

Postato 30 novembre 2010


RAOUL GARDINI E GABRIELE CAGLIARI DUE FALSI SUICIDI RIMASTI IMPUNITI. «STATO E MASSOMAFIE COME UNICO SISTEMA» (III PARTE).


Il 20 luglio 1993, il presidente dell’ENI Gabriele Cagliari, primo gruppo siderurgico italiano, viene trovato morto per soffocamento, in circostanze misteriose e mai chiarite dalla Procura di Milano, con un sacchetto di plastica infilato in testa e legato al collo con una stringa da scarpe, nei bagni di San Vittore, dov’era andato per farsi la doccia.

Il 23 luglio 1993, tre giorni dopo la morte di Cagliari, alle sette del mattino, il maggiordomo di Palazzo Belgioioso trova riverso sul letto, Raoul Gardini, ras della chimica italianapatron del gruppo Ferruzzi-Montedison, il quale si sarebbe anche lui suicidato in circostanze misteriose, e mai chiarite dalla Procura di Milano, sparandosi un colpo di pistola con una Walter Pkk, stranamente trovata sulla sponda opposta di dove si trovava il corpo inamimato dell’impreditore ravennate fulminato da un unico proiettile alla tempia.

Due misteriosi falsi suicidi da collegarsi alle attività criminali delle massomafie che controllano l’economia e l’alta finanza, riclicando i capitali della mafia, derivanti dal narcotraffico, come avevano intuito Falcone e Borsellino, prima di venire trucidati su ordine di quei “poteri esterni” che governano nell’ombra il Paese da oltre 150 anni, mettendo a tacere chiunque interferisce o si oppone ai loro progetti.

Il (finto) suicidio di Cagliari si è cercato farci credere sino ad oggi sia da imputare allo scandalo che aveva travolto i vertici dell’ENI, per una maxi tangente di 17 miliardi, in buona parte versati a quasi tutti i partiti politici a conclusione di un accordo esclusivo tra l’ENI e la società assicuratrice SAI di Salvatore Ligresti (grazie alla cui megatangente si era riusciti a far fuori l’INA).

Ma nella versione ufficiale secondo cui Cagliari non avrebbe retto allo scandalo che lo aveva coinvolto e al prolungarsi della carcerazione sono rimasti in pochi a crederci, forse neanche gli stessi magistrati di Milano.

Se è pur vero che Cagliari sperava di essere a breve scarcerato, come aveva lasciato trapelare il P.M. Fabio De Pasquale, è anche vero che, proprio in quei giorni, il 19 luglio, era stato arrestato Salvatore Ligresti, che aveva reso una versione dei fatti contrastante rispetto a quella forse più credibile fornita dal presidente dell’Eni, che avrebbe potuto inziare a vuotare il sacco (anzichè infilarselo in testa…) e risultare assai scomodo a quei poteri occulti che hanno ordinato di trucidare anche gli stessi giudici Falcone e Borsellino che stavano indagando proprio sui rapporti tra mafia, economia legale, istituzioni e massoneria.
In quest’ottica appare inverosimile che Cagliari abbia deciso repentinamente di togliersi la vita, quando ormai sapeva di potere uscire dal carcere, per di più con modalità talmente atroci e da manuale di criminologia.

E’ più probabile invece che sia stato indotto da menti subdole e raffinate ad inscenare l’intenzione di suicidarsi per anticipare l’ordine di scarcerazione, inviando lettere disperate alla moglie, come fanno spesso taluni detenuti per fare più o meno consapevolmente pressione sui giudici. Certamente la delusione per il ritardo nella scarcerazione, dovuto all’arresto di Ligresti e al rischio di inquinamento delle prove, può avere provocato nel presidente dell’ENI una profonda prostrazione, ma non tale da indurlo ad uscire così repentinamente dalla scena, cosa che giovava sicuramente a vantaggio solo di chi poteva temere sue nuove rivelazioni.

Ed, infatti, appena settantadue ore dopo, ecco il secondo (finto) suicidio eccellente, anzi eccellentissimo del suo grande antagonista nella vicenda Enimont. Quello del patron della chimica italiana Raoul Gardini, con cui veniva tappata per sempre la bocca a un altro scomodo protagonista di quel perverso connubio tra mafia, alta finanza, politica e massoneria, che aveva deciso di collaborare, raccontando tutto ai magistarti di “mani pulite”.

La discesa di Raoul Gardini era cominciata l’anno prima, nel 1991 quando estromesso dalla gestione della Ferruzzi gli erano subentrati il cognato Carlo Sama e l’amministratore Giuseppe Garofano.

La mattina del finto suicidio avrebbe dovuto incontrare i magistrati di “mani pulite” per definire la sua situazione: c’era nell’aria un ordine di cattura, ma lui sperava di evitarlo mostrandosi disposto a una piena collaborazione. A preoccuparlo c’era stato l’arresto di Giuseppe Garofano, avvenuto due giorni prima, il 24. Al centro delle accuse nei confronti suoi e e della Ferruzzi la “enorme” tangente Enimont, di circa tre miliardi versati alla DC di Forlani. Una storia che Garofano conosceva benissimo.

Secondo la versione ufficiale, alle sette di mattina, Gardini ha già fatto la doccia, è ancora in accappatoio quando gli portano i giornali, il cappuccino e un croissant: ed è proprio mentre si accinge a fare colazione che l’occhio gli cade su un titolo di prima pagina di “Repubblica”: “Tangenti Garofano accusa Gardini“. L’imprenditore ravvenate Ras della chimica italiana e coraggioso uomo di mare che aveva superato ben altre difficoltà e venti contrari a quel punto avrebbe capito che è finita e aprendo il cassetto del comodino vicino al letto si sarebbe sparato un colpo mortale alla testa.

Gardini magnate dell’industria e della finanza che aveva anche sponsorizzato il Moro di Venezia all’American Cup non lascia testamento o lettere, fatta eccezione di un biglietto lasciato lì in bella vista con scritto sopra un semplice “grazie“. Ma si scoprì poi che risaliva al Natale precedente ed era la risposta a un regalo che aveva ricevuto dalla moglie Irina…

Anche a questo secondo plateale “suicidio”, frettolosamente inscenato solo poche ore prima che Raoul Gardini potesse rendere le sue confessioni, sono rimasti a crederci i soli magistrati di Milano, che altrettanto frettolosamente hanno archivato uno dei più scottanti casi della storia dell’alta finanza italiana e del suo rapporto con la mafia. E, forse, anche sè stessi…

In concomitanza muoiono infatti anche “mani pulite” e le speranze degli italiani di svoltare pagina.


L’ombra delle massomafie sulla morte di Raoul Gardini riapre l’inchiesta sul suicidio.


A distanza di oltre 13 anni dall’archiviazione dell’intera operazione denominata “mani pulite”, voluta dai poteri forti e dalle massomafie, ecco il colpo di scena che sembra riaprire il caso dei falsi suicidi dei due tra i maggiori protagonisti della Tangentopoli finanziaria italiana e dei rapporti collusivi tra Stato e mafia.

Nell’agosto 2006, dopo le indagini sui legami tra la Calcestruzzi S.p.A. e la mafia parlemitana, la Procura di Caltanissetta chiede alla Dia di riesaminare il caso, come già riferito anche dalla stampa: “I pubblici ministeri hanno ordinato agli investigatori di ripartire da zero, senza trascurare nulla”. Alla base delle nuove indagini, “la convinzione dei pm che sia stata Cosa Nostra a determinare la scomparsa del “Contadino” che aveva sfidato la finanza e la politica…”. (E, aggiungiamo noi: “la Massoneria“, N.d.r.).
Ci sarebbero stati almeno due elementi della scena del crimine che non convincevano appieno gli inquirenti dell’ipotesi suicidio, riferiscono le cronache dell’epoca. Così, fu chiesta una nuova perizia balistica perché, come rivelato da L’espresso, citando fonti giudiziarie, “la pistola esplose due colpi, una modalità insolita per un suicidio, tanto più che nessuno sentì le detonazioni e solo diversi minuti dopo il corpo venne trovato in un lago di sangue”. La Procura di Caltanissetta prese in considerazione anche il biglietto lasciato da Gardini ai familiari con la scritta “Grazie”: “Secondo un esperto – scrive il settimanale – poteva essere stato scritto anche mesi prima”.
L’inchiesta della Procura di Caltanissetta si ricollega alle ipotesi già vagliate da una vecchia indagine della Procura di Palermo, ribattezzata “Sistemi criminali“, secondo la quale “dietro le stragi del 1992-93 ci sarebbe stata la volontà di Cosa Nostra di impedire ogni inchiesta sul monopolio degli appalti“. Ora però, i magistrati nisseni avrebbero potuto disporre di fatti nuovi, a partire dagli sviluppi nella ricostruzione dei rapporti tra i Buscemi, padrini palermitani di Passo di Rigano, vicini a Totò Riina, e i Gardini, per cui il gip di Caltanissetta Giovanbattista Tona, su richiesta della Procura, fece scattare alcuni ordini di custodia nei confronti dei gestori di una cava nissena e di due dipendenti della società Calcestruzzi, poi assorbita nel gruppo Italcementi.

Più recentemente sono venute alla luce le clamorose deposizioni rilasciate da Luigi Ilardo, un pentito inflitrato che già nel gennaio 1994 aveva inascoltamente denunciato i legami del Gotha di Cosa nostra con Marcello Dell’Utri, Salvatore Ligresti, Raul Gardini e altri famosi imprenditori del suo entourage, dei quali taluni verranno poi condannati per “concorso esterno in associazione mafiosa”. Ma Ilardo non si ferma qui, denuncia anche un patto politico-elettorale con il nascente partito di Forza Italia, facendo i nomi di influenti politici, tra cui, oltre a Dell’Utri, quello dell’attuale Ministro della Difesa, Iganzio  La Russa e di suo fratello Vincenzo, che secondo tali riivelazioni e fonti giudiziarie “legherebbero la famiglia La Russa e la famiglia Ligresti a Cosa nostra“.

Noi non sappiamo se tali accuse siano fondate, ma è cosa certa che dal 1994 ad oggi ogni verità falsa o vera che sia, ci è stata subdolamente celata e non è stata svolta alcuna indagine.

Ciò mentre il povero Ilardo veniva tradito e ucciso dallo Stato che stava servendo, proprio poco dopo aver rivelato ai Ros dei Carabinieri, dove si trovava l’ “introvabile” covo del superlatitante Bernardo Provenzano, che oltre a non venire arrestato nè attenzionato, sarà lasciato indisturbatamente libero di frequentare e agire, mandando pizzini a destra e a manca, per ben sei anni successivi alle informative ai Ros e all’uccisione di Luigi Ilardo.

Il caso di Luigi Ilardo che in pochi mesi aveva fatto decapitare le famiglie mafiose di tutta la Sicilia orientale, legate alla fazione più cruenta di Totò Riina, è quindi emblematico del patto scellerato tra istituzioni e massomafie, ovvero del fatto che Stato e mafia siano divenute una “Cosa sola

Alla luce di tutto ciò chiediamo quindi al Procuratore Nazionale Antimafia Grasso come mai a distanza di 18 anni ancora oggi nessuno ha ancora scoperto la verità sul duplice “omicidio-suicidio” di Gabriele Cagliari e Raoul Gardini e sulla catena di morti sospette e stragi che hanno insaguinato l’Italia, riaprendo la pista della Duomo connection di Falcone e Borsellino?


GARDINI E I PADRINI


A riguardo, riprendendo alcuni stralci di un articolo de L’Espresso, ricordiamo che pochi giorni dopo le rivelazioni di Leonardo Messina, primo mafioso a pentirsi dopo la strage di Capaci, che accettò di collaborare con il pm Paolo Borsellino, collegando gli investimenti e le attività di Cosa nostra con quelli dell’alta finanza italiana e del sistema dei partiti, quest’ultimo venne frettolosamente trucidato.

Infatti, in quell’interrogatorio Messina, piccolo boss dalle rivelazioni sconvolgenti sulla rete planetaria di Cosa nostra, disse senza mezzi termini: “Totò Riina i suoi soldi li tiene nella calcestruzzi”. All’inizio venne verbalizzato con la ‘c’ minuscola, come se si trattasse di una qualunque fabbrica di cemento, ma l’uomo d’onore precisò subito: “Intendo dire la Calcestruzzi spa”. Ossia il colosso delle opere pubbliche, leader italiano del settore posseduto dall’ancora più potente famiglia Ferruzzi ma, secondo quel mafioso della provincia nissena, controllato in realtà dal padrino più feroce.

Borsellino rimase colpito da quelle parole: all’indomani dell’uccisione di Giovanni Falcone aveva riaperto il dossier del Ros sul monopolio degli appalti. Una radiografia dell’intreccio tra cave e cantieri che costituisce il polmone di Cosa nostra: permette di costruire relazioni con i politici e con la borghesia dei professionisti, di creare posti di lavoro e marcare il dominio del territorio. E guadagnare somme sempre più grandi. “Ma se ci sono tante persone che possono riciciclare qualche miliardo di lire”, dichiarò Borsellino all’indomani dell’interrogatorio di Messina, “quando bisogna investire centinaia di miliardi ci sono pochi disposti a farlo. Imprenditori importanti, di cui i mafiosi non si fidano ma non possono nemmeno fare a meno. È uno dei fronti su cui stiamo lavorando”.

Il magistrato siciliano non ebbe il tempo di andare avanti: 19 giorni dopo fu spazzato via dall’autobomba di via d’Amelio. Un anno più tardi, anche Gardini uscì di scena.

Due morti che, secondo la Procura di Caltanissetta, sono direttamente collegate.

Per questo i magistrati nisseni riaprirono l’inchiesta sul suicidio di Gardini, a cui la moglie Idina Ferruzzi, non ha mai creduto, ripartendo da un’ipotesi, già percorsa invano con un’indagine ribattezzata ‘Sistemi criminali’ e chiusa con l’archiviazione: “dietro le stragi del 1992-93 ci sarebbe stata la volontà di Cosa nostra di impedire ogni inchiesta sul monopolio degli appalti“.

Ora, proseguiva L’Espresso, nel 2006, “i pm di Caltanissetta dispongono di fatti nuovi, alcuni ancora segreti, a partire dagli sviluppi nella ricostruzione dei rapporti con i Buscemi, padrini di Passo di Rigano: il feudo di Salvatore Inzerillo, a loro affidato da Totò Riina per la fedeltà dimostrata in guerra e in affari…”.

Già dieci anni fa si era scoperto che il Gruppo Gardini e i Buscemi erano sostanzialmente soci: ciascuno controllava il 50 per cento della Finsavi, creata per fare affari nell’isola. Poi nel ’97 la Compart, nata dal crollo della Ferruzzi, vende tutto a Italcementi. In Sicilia, però, secondo le indagini, le mani della mafia restano avvinghiate alla Calcestruzzi. Poco dopo finiscono in carcere il capomafia di Riesi, Salvatore Paterna, impiegato della Calcestruzzi Spa; Giuseppe Ferraro, proprietario della cava Billiemi e Giuseppe Giovanni Laurino, detto ‘ù Gracciato’, responsabile locale dell’azienda…”.

Possono personaggi così provinciali custodire segreti che hanno sconvolto il Gotha della finanza italiana? Alcuni dei più importanti pentiti nell’ultimo decennio, tra loro Giovanni Brusca e Angelo Siino, hanno sottolineato come la questione del calcestruzzo fosse strategica per i corleonesi.

Anche Falcone e Borsellino si sarebbero mossi sulla stessa traccia.

Nella richiesta di archiviazione dell’inchiesta ‘Sistemi criminali’ i pm scrivono: “Già le loro indagini nel 1991 avevano aperto scenari inquietanti e se fossero state svolte nella loro completezza e tempestività, inquadrandole in un preciso contesto temporale, ambientale e politico avrebbero avuto un impatto dirompente sul sistema economico e politico italiano ancor prima o contestualmente a Tangentopoli”.

In ballo c’erano investimenti miliardari e relazioni fondamentali per il potere mafioso, che andavano difese a tutti i costi.

Dopo le bombe che hanno eliminato i due migliori magistrati della storia del ns. Paese, pare che altre fossero pronte per l’ex P.M. Di Pietro, come rivelato dal pentito Maurizio Avola e a posteriori dallo stesso Di Pietro.

Fino alla tarda serata del 23 luglio 1993, poco prima dell’inscenato suicidio, Gardini era deciso a presentarsi ai magistrati di mani pulite per rispondere alle accuse mossegli sulla megatangente Enimont e le relazioni tra il Gruppo Ferruzzi e il sistema dei partiti. Cosa che, all’epoca, riferirono i suoi stessi avvocati, con i quali “fino a poche ore prima aveva discusso della deposizione, mostrando la determinazione di sempre”. La mattina dopo, invece, Gardini viene trovato morto.

Possibile, si interrogano i magistrati nisseni, che le pressioni di Cosa nostra abbiano pesato su questo gesto? Possibile che si sia trattato di un omicidio?

I pm, prosegue L’Espresso, senza che sia mai stata data alcuna concreta risposta, chiedono alla Dia di usare ogni strumento per non lasciare dubbi. E di approfondire ogni possibile legame anche con la bomba di Milano, esplosa all’indomani dei funerali in via Palestro. Secondo gli atti del processo, gli attentatori sbagliarono bersaglio di alcune centinaia di metri. E Palazzo Belgioioso, residenza di Gardini, era poco lontano.

“Tanti fantasmi siciliani”, a cui Sergio Cusani, fiduciario del sistema dei partiti, non ha mai dato stranamente credito, seppure fossero molto concreti e capaci di seminare morte: “La Calcestruzzi godeva di una autonomia assoluta perché Lorenzo Panzavolta l’aveva creata e la gestiva come un autocrate”, ha spiegato in un’intervista: “A un certo punto, dopo un attentato, saltò fuori il nome di questo Buscemi. Gardini fu molto seccato da questa storia e all’interno del gruppo si aprì un’inchiesta. Cusani ricorda che Panzavolta presentò Buscemi “come un manager dell’azienda comprata in Sicilia”. E descrive Gardini turbato, tanto da pensare di liberarsi dell’azienda: “Mi disse: ‘Vendo la Calcestruzzi e così vendo anche Panzavolta’”. Ma, conclude il settimanale L’Espresso: “Era qualcosa che Gardini poteva fare? Si poteva dire di no ai soci palermitani? E si poteva licenziare Panzavolta, l’ex comandante partigiano romagnolo che teneva i rapporti tra Ferruzzi e Pci, ma soprattutto gestiva i grandi appalti nazionali della famiglia di Ravenna?

Fonti: “Gardini e padrini”, L’Espresso 10/8/2006; Atti indagini Procura Caltanissetta.


Lettera aperta al C.S.M. e alla Procura di Palermo sulle bugie e i silenzi del finanziere  Sergio Cusani, legato a doppio filo a Raoul Gardini.


Agli interrogativi dei magistrati nisseni e del settimanale L’Espresso a distanza di oltre 5 anni la DDA non ha ancora risposto e neppure il C.S.M. e la Procura di Palermo alla lettera aperta del giornalista di Antimafia 2000, Antonio Bongiovanni, di cui pubblichiamo alcuni stralci, onde consentire ai lettori di comprendere come siano andate le cose e quanto ci sia ancora da scoprire dietro ai falsi suicidi di Gabriele Cagliari e Raoul Gardini, ovvero dietro ai torbidi rapporti tra alta finanza, mafia, sistema dei partiti, massoneria e capacità di condizionamento dell’attività giudiziaria.

“Vorrei richiamare la vostra attenzione sulla notizia apparsa lo scorso 23 novembre sul Corriere della sera riguardante le informazioni rilasciate dal collaboratore di giustizia Angelo Siino relative alla collusione tra cooperative rosse e mafie in relazione al suicidio del ’93 di Raul Gardini.

Le dichiarazioni del pentito circa le cause della morte del finanziere imputano la totale responsabilità del fatto alla mafia. Ciò contrasta con la tendenziosa smentita di Cusani che, icordiamo, nell’ambito dell’inchiesta “Mani Pulite” fu condannato, per corruzione, a 4 anni di carcere.
In qualità di giornalista mi permetto quindi di intervenire, focalizzando alcuni fatti rilevanti, per poter meglio chiarire la posizione di Sergio Cusani, del gruppo Ferruzzi – Gardini e del loro legame con i fratelli Buscemi di Cosa Nostra.

Come abbiamo già pubblicato nel numero di maggio della rivista ANTIMAFIA Duemila, riportiamo integralmente le affermazioni inquietanti del direttore dello SCO, Alessandro Pansa, inerenti le cause della morte del Gardini: “Si grandi interessi economici in una realtà criminale come Cosa Nostra hanno come esigenza assoluta elementi di mediazione, di coloro cioè che mettono in contatto il criminale con il mondo economico. Se guardiamo al territorio nazionale, ad esempio, la Sicilia scopriamo che i collegamenti fra i livelli più bassi a quelli più elevati che si sono stabiliti tra il mondo economico e il mondo criminale sono stati quelli della politica. Nel momento in cui le inchieste del passato sono state mirate ad individuare questa relazione tra politica e mafia, senza considerare che il ruolo della politica era un ruolo intermedio, strumentale, non era lo scopo finale, si scopre forse anche il perché alcune inchieste sono fallite e il livello economico non è stato interamente perseguito, perché ancora oggi noi non ci siamo spiegati bene perché Calvi si è suicidato o è stato ammazzato, perché Sindona si è suicidato o è stato ammazzato e forse oggi sorge anche il dubbio di altri personaggi come Raoul Gardini che si è suicidato o è morto perché è morto” (tali affermazioni sono registrate in una documentazione audio, a disposizione della Magistratura).

Riscontri importantissimi emergono dalle inchieste del P.M. della DDA di Palermo, Dott.ssa Franca Imbergamo, sui rapporti tra il gruppo Ferruzzi – Gardini della Spa in Sicilia e i fratelli Buscemi, capi di Cosa Nostra per il mandamento di Passo di Rigano – Boccadifalco di Palermo. Di particolare interesse è l’inchiesta riguardante la perizia legale fatta su alcune di queste società e il loro forte coinvolgimento con i Buscemi.
La prima dichiarazione in assoluto fu quella del Dott. Falcone che nell 1989/’90 disse che “la mafia era entrata in borsa”, in coincidenza con l’ingresso, appunto in borsa, del gruppo Ferruzzi-Gardini. La conferma che Falcone fece riferimento a queste due organizzazioni ci arriva proprio dai suoi amici, detentori delle sue confidenze.

Gli stessi elementi emergono in due requisitorie: quella del PM Luca Tescaroli per la strage di Capaci, che comprende le testimonianze di Salvatore Cancemi, Giovanni Brusca e di altri collaboratori di giustizia, e quella dei P.M. La Palma e Nino Di Matteo per quanto riguarda il processo Borsellino.”.
Concludendo, chiosa Bongiovanni, “è ormai provato che i fratelli Buscemi (ai quali il Tribunale ha sequestrato centinaia di miliardi di capitali in beni immobili) collaboravano con il gruppo Ferruzzi – Gardini tramite Lorenzo Panzavolta”.
A dimostrazione di ciò che emerge dalle indagini della magistratura palermitana, risultano false e in cattiva fede le smentite dell’ex detenuto Sergio Cusani delle deposizioni del pentito Angelo Siino.

Auspichiamo che i magistrati della DDA di Palermo, in particolare il procuratore Grasso, chiedano di interrogare Sergio Cusani e Lorenzo Panzavolta, come persone informate sui fatti, sulla questione degli affari della Ferruzzi – Gardini in Sicilia, per cercare di scoprire la verità sulle stragi che nel ’92/’93 hanno insanguinato l’Italia”.

Sant’Elpidio a Mare, lì 30 novembre 2000
In Fede: Giorgio Bongiovanni
http://www.antimafiaduemila.com/2000/05/0005_49.html


Da 10 anni a questa parte, aggiungiamo noi, oggi, questi auspici e interrogativi devono ancora trovare risposta, malgrado le buone intenzioni del Procuratore Grasso, che se ne va in giro per Tv a mostrare il volto gentile ma impotente del potere giudiziario (n.d.r.).


Pietro Palau Giovannetti

(Presidente Avvocati senza Frontiere)

postato 30 novembre 2010

Di prossima pubblicazione la quarta parte:

LEGA NORD-MAFIA LOMBARDA. CIO’ CHE SAVIANO NON DICE O NON SA?

«STATO E MASSOMAFIE COME UNICO SISTEMA»

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