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ECOMAFIE E RETI DELL’ILLEGALITÀ ISTITUZIONALIZZATA

domenica 10th, maggio 2009 / 09:47 Written by
ECOMAFIE E RETI DELL’ILLEGALITÀ ISTITUZIONALIZZATA

A cura dello staff di Avvocati senza Frontiere.

Abstract. Una visione multiprospettica dell’allarmante fenomeno <ecomafioso> e del controllo globale del territorio, da parte delle cd. organizzazioni <ecocriminali>, attraverso diffuse connivenze istituzionali, incentrata sotto il profilo dell’educazione alla legalità e della cittadinanza attiva. Ovvero, cosa possono fare in concreto i cittadini comuni per contribuire a costruire un modello di sviluppo planetario sostenibile, rivolto all’etica della persona e dell’ambiente.

 La relazione è stata presentata nell’ambito di "Eco-nomia, legalità e sviluppo sostenibile", seminario promosso dall’Associazione centro culturale del Teatro delle Arti, Associazione Cultura e Scuola di Gallarate, Provincia Varese, in collaborazione con Sodalitas, Ingegneria senza Frontiere, Avvocati senza Frontiere, Libera, col Patrocinio del Politecnico di Milano, che si è svolto a Gallarate lo scorso 20-21 febbraio 2009. Un percorso formativo in ambito educazione alla legalità che vede da alcuni anni gli organizzatori impegnati a riflettere sulla contemporaneità novecentesca a ripartire dalle problematiche più di spicco del pianeta.

Introduzione.

Il suffisso "eco" – (dal greco oikos: "casa, abitazione") – di ecomafia (o di altre parole composte) – nel dizionario della lingua italiana Devoto-Oli viene descritto come il primo elemento  nelle quali  significa: "abitazione, ambiente naturale".

Si può quindi affermare che il termine "ecomafia", di recente introduzione, costituisca una sorta di campanello di allarme per la società civile, indicandoci che abbiamo fatto entrare la mafia nelle nostre case e nel nostro habitat naturale, introducendovi le sue logiche perverse, il suo stile di vita, le sue leggi contrarie alla ragione e ai nostri veri interessi di cui spesso siamo inconsapevoli, divenendo involontariamente complici delle ecomafie.

Dal punto di vista fenomenologico, possiamo perciò affermare che la moderna definizione di "ecomafia" contraddistingue tutte quelle operazioni illecite a carattere speculativo, che hanno un impatto fortemente devastante sull’ambiente e la qualità della vita dei cittadini, poste in essere da mafie e reti criminali con la connivenza <tacita o esplicita> degli stessi organi preposti alla repressione dei reati ambientali e delle istituzioni dello Stato, nonché della nostra società civile, incapace di generare una cultura contraria, basata sulla legalità e il rispetto dell’ambiente.

La parola ecomafia è dunque in buona sostanza un neologismo per indicare le stesse organizzazioni criminali che commettono reati arrecanti danni all’ambiente.

I ruoli giocati dalle mafie cd. "tradizionali" e dal colpevole silenzio della società civile e/o dal diffuso disinteresse ai reati ambientali sono quindi generalmente molto importanti nel garantire impunità, protezioni e sostanziale consenso intorno alle attività ecomafiose, che spesso fanno riferimento ad imprese private, amministratori locali e organismi di controllo corrotti, costituendo vere e proprie <reti ecocriminali> che proliferano all’ombra delle stesse istituzioni e Autorità governative (Stato, Regioni, Province, Comuni, Enti locali…), preposte al controllo del territorio e alla repressione dei reati ambientali.

Secondo il precedente Rapporto Ecomafia 2007 di Legambiente [1], il giro d’affari sarebbe stimabile in circa 23 miliardi di euro all’anno. [Vedi anche: Legambiente. "I traffici illegali di rifiuti in Italia. Le storie, i numeri, le rotte, le responsabilità, Roma, 2003]. [2].

Il fenomeno delle "ecomafie", secondo il WWF[3] costituisce un paradigma della strategia della moderna criminalità organizzata e la presenza delle organizzazioni criminali non si manifesta più unicamente attraverso il compimento di delitti di sangue: i delitti cd. "strutturali" di queste organizzazioni sono oggi quelli, silenziosi, ovverosia quelli della penetrazione nell’economia e nel mercato. Come ha recentemente affermato il Procuratore Nazionale Antimafia Dr. Grasso, in occasione della presentazione del Rapporto Ecomafia 2008, "la mafia si inserisce in qualsiasi traffico, lecito o illecito, purché sia redditizio e consenta di investire il danaro guadagnato illegalmente".

Quest’opera di inserimento nel mercato ha trovato in alcuni settori economici di rilevante ricaduta ambientale, come il ciclo dei rifiuti e l’attività edilizia, un terreno fertile. Le mafie hanno saputo approfittare della carenza nel nostro ordinamento di norme incriminatrici, della eccessiva mitezza di alcune delle sanzioni penali in materia di tutela dell’ambiente e dagli scarsi controlli da parte di regioni ed enti locali. Come per il delitto di associazione per delinquere, anche in quest’ambito ci troviamo di fronte ad una situazione di legalità variabile, che consente lo spostamento delle sostanze inquinanti e delle conseguenti attività criminali verso Paesi più accondiscendenti o, privi di disciplina sanzionatoria o, muniti di una disciplina più permissiva rispetto a quella di altre nazioni (come nel caso del carico di rifiuti elettrici ed elettronici approdati in Nigeria dal porto di Tilbury in Essex (GB) , di cui ha dato notizia la stampa proprio ieri, grazie agli attivisti di Greenpeace, di cui parlerò dopo a proposito della dimensione mondiale assunta dal fenomeno).

Le regioni italiane ove si registrano il maggior numero di reati a forte impatto ambientale sono nell’ordine Campania, Sicilia, Calabria e Puglia, ovverosia le stesse in cui sono presenti le principali organizzazioni mafiose italiane, ciò ovviamente senza escludere nella compartecipazione ai traffici ecomafiosi, le regioni del centro e nord Italia, ivi incluse note imprese a carattere nazionale ed extranazionale e politici facenti capo ai centri di potere istituzionale, legati agli apparati dei partiti e alla costruzione di grandi opere a forte impatto ambientale (porti, aeroporti, autostrade, ponti, centrali elettriche, eoliche, etc.). Come nel caso eclatante di pochi giorni fa della cd "mafia del vento", di cui pure parlerò tra poco, che ha portato alla luce gli intrecci politico-mafiosi con insospettati imprenditori del nord-est – a dimostrazione del fatto che la mafia non è più da tempo solo fenomeno regionalistico) .

Secondo Legambiente, lo smaltimento illegale di rifiuti tossici o di <scorie nucleari> da parte di aziende che hanno ottenuto l’appalto per la loro depurazione, gestione e messa in sicurezza è considerato tra i più lucrosi e pericolosi campi di attività delle ecomafie.

Ma il business emergente su cui ha messo gli occhi la mafia è sicuramente oggi quello della cd <energia eolica>, da taluni non ritenuta priva di impatto ambientale, che nei giorni scorsi ha portato all’arresto di ben 8 persone fra mafiosi, imprenditori, politici e burocrati, con l’accusa di "associazione mafiosa, corruzione e violazione delle legge elettorale", nell’ambito dell’operazione denominata «Eolo» condotta da Polizia, Carabinieri e dalla Divisione Investigativa Antimafia di Palermo. 

UN ESEMPIO ECLATANTE: "LE MANI DELLA MAFIA SULL’EOLICO".

Una mafia che non «non fa pagare il "pizzo’, ma che è vettore di attività produttive, quasi un volano dell’economia, catalizzatrice di alcuni settori produttivi», come affermato dal capo della Squadra Mobile, Giuseppe Linares.

Non si tratta delle solite denunce delle associazioni antimafia o supposizioni sociologiche  di esperti, politologi o esponenti della società civile, ma  quanto documentalmente emerso dall’inchiesta «Eolo» condotta da Polizia e Carabinieri che ha come detto portato giorni fa all’arresto di 8 persone fra mafiosi, imprenditori e politici con l’accusa di <associazione mafiosa, corruzione e violazione delle legge elettorale> nell’ambito di un’indagine partita dalla Procura di Palermo, che ha svelato un’alleanza tra imprese, malavita e politica per costruire centrali eoliche in Sicilia con affari da svariate centinaia di milioni di euro, riconducibile al superlatitante Matteo Messina Denaro. 

A finire in manette sono stati Giovan Battista Agate, 66 anni, fratello del boss di Mazara del Vallo, Mariano Agate, l’imprenditore mazarese ed ex assessore e consigliere comunale di Forza Italia Vito Martino, 41 anni, l’imprenditore Melchiorre Saladino, 60 anni, ritenuto vicino al super latitante Matteo Messina Denaro, l’architetto del Comune di Mazara, Giuseppe Sucameli, 60 anni, e l’imprenditore trentino Luigi Franzinelli, 64 anni, ex Segretario della CGIL del Trentino negli anni ‘90. Ai domiciliari, invece, sono finiti Baldassare Campana, 60 anni, responsabile dello Sportello unico attività produttive del Comune di Mazara del Vallo, l’imprenditore Antonino Cottone, 73 anni, gestore della «Calcestruzzi Mazara» e Antonio Aquara, 50 anni, imprenditore di Ottati in provincia di Salerno. Nell’operazione che ha congiunto la mafia del sud a quella dei colletti bianchi del nord sono stati impegnati oltre cento tra poliziotti e carabinieri, che hanno attraversato l’Italia, eseguendo arresti dalla provincia di Trapani (Mazara del Vallo, Marsala e Castelvetrano), Sala Consilina (Salerno),  sino al capoluogo del Trentino-Alto Adige nella nordica e morigerata città di Trento, medaglia d’oro al valor militare e sede del Concilio Ecumenico Vaticano II.

A riguardo, vi è da dire che un ruolo fondamentale al successo dell’operazione Eolo è stato svolto dalle intercettazioni telefoniche – che per fortuna ancora esistono – dalle quali è emerso che gli arrestati, a vario titolo, avrebbero consentito alla famiglia mafiosa di Mazara del Vallo, il controllo di attività economiche, di autorizzazioni, appalti e servizi pubblici nel settore della produzione di energia elettrica mediante impianti eolici, anche attraverso lo scambio politico-mafioso di voti.

Inoltre, con la complicità di pubblici ufficiali in servizio al Comune di Mazara del Vallo, avrebbero rivelato notizie sottoposte a segreto d’ufficio, riguardanti uno schema di convenzione per la realizzazione di un parco eolico a cura della società «Enerpro».

Il documento, spostato temporaneamente dalla cassaforte che lo custodiva, sarebbe stato reso noto agli amministratori della società concorrente «Sud Wind S.r.l.», affinchè quest’ultima potesse presentare una convenzione analoga, ma a condizioni più vantaggiose. Non solo. Tramite l’imprenditore di Salemi, Melchiorre Saladino, e con il concorso di altri pubblici ufficiali non ancora identificati, Vito Martino (prima da assessore, poi da consigliere comunale di Mazara del Vallo) e Baldassare Campana (nell’esercizio delle funzioni di responsabile dello Sportello unico attività produttive del Comune di Mazara del Vallo), avrebbero «costantemente e ripetutamente favorito la società Sud Wind srl nella stipula di una convenzione con il Comune di Mazara del Vallo – affermano gli investigatori – per la realizzazione di una centrale eolica per la produzione di energia elettrica, stabilendo una transazione corruttiva con Antonino Aquara e Luigi Franzinelli, rispettivamente amministratore unico e socio della Sud Wind S.r.l, ricevendo cospicue somme di denaro e autovetture di lusso».

Un altro dato significativo per mettere in luce come operino e si riproducano le reti illegali delle ecomafie, interconettendosi al tessuto sano della società civile, è che alcuni degli arrestati devono anche rispondere del reato di voto di scambio, perché in concorso con Josef Gostner, socio e procuratore speciale della società «Fri-El Green Power S.p.a.» di Bolzano, avrebbero pattuito di corrispondere un contributo di 30 mila euro a Vito Martino, candidato nella lista di Forza Italia alle elezioni regionali siciliane del 2006 (risultato poi secondo dei non eletti), senza alcuna deliberazione da parte dell’organo societario e senza l’iscrizione nel bilancio della società.

Dalle prime risultanze investigative dell’operazione ”Eolo” si possono quindi analizzare le dinamiche politiche e imprenditoriali che, in particolare, hanno spinto l’amministrazione comunale di Mazara del Vallo (ma anche altre amministrazioni locali) ad optare per un programma di progressiva espansione dell’energia eolica, al di là di ogni consapevole scelta in difesa del suo positivo impiego come energia alternativa, da taluni ritenuto non del tutto privo di impatto ambientale a livello paesaggistico. 

I boss pare avrebbero infatti controllato gli affari sull’energia alternativa, anche mediante l’affidamento dei lavori necessari per la realizzazione degli impianti eolici (scavi, movimento terra, fornitura di cemento e di inerti) per un affare di centinaia di milioni di euro ai quali si aggiungono, per la stessa entità, gli ingenti finanziamenti regionali di cui le imprese hanno beneficiato.

Il risultato più rilevante consiste nell’aver appurato che l’attività illegale di imprenditori, burocrati e politici avrebbe avuto un imprimatur mafioso, collegando a filo diretto la mafia di Mazara del Vallo ad insospettate S.p.A. del nord Italia, facenti capo ad imprenditori originari di importanti città del Trentino – Alto Adige, come Trento e Bolzano, che molti – anche tra gli stessi investigatori – ritenevano aree estranee all’infiltrazione mafiosa, dove, invece, esistono molteplici esempi di corruzione politico-istituzionale, non solo a carattere ambientale, del tutto sommersi, in particolare nel campo della speculazione edilizia e della mafia delle aste giudiziarie e dei fallimenti,  che coinvolgono la stessa magistratura, come denunciato proprio in questi giorni dallo staff di Avvocati senza Frontiere sul nostro giornale on line http://www.lavocedirobinhood.it/ [4] (un caso d’usura bancaria legalizzata dal Tribunale di Treviso che coinvolge le Procure di Trento, Trieste e Bologna, rimaste inerti a qualsiasi denuncia e attività investigativa, rivolgendo viceversa l’azione penale – per quanto attiene il Procuratore Capo di Trento – nei confronti della vittima dell’usura e del suo difensore, aderente alla rete di Avvocati senza Frontiere, ritenuti "rei" di aver denunciato alcuni magistrati in servizio presso il Tribunale di Treviso, peraltro già sottoposti all’esercizio dell’azione disciplinare da parte della 8° Commissione Referente del C.S.M., in relazione all’ipotesi di favoreggiamento di un Consulente Tecnico d’Ufficio del medesimo tribunale trevigiano che si è aggiudicato in asta deserta e a valore vile un immobile su cui gravano gli oscuri interessi del racket che controlla le vendite giudiziarie e i fallimenti). 

IL TRAFFICO ILLEGALE DI RIFIUTI

Un altro versante tradizionale dell’ecomafia è quello del ciclo illegale dei rifiuti. Fin dagli anni Settanta, le organizzazioni criminali di tipo mafioso, comportandosi come vere e proprie imprese attente ai settori economici più remunerativi, hanno colto l’enorme opportunità di guadagno che offre lo smaltimento dei rifiuti. Sono molteplici le materie oggetto del traffico: dai rifiuti solidi urbani ai rottami ferrosi contaminati, dai rifiuti radioattivi di prevalente provenienza ospedaliera alle sostanze ad alto contenuto tossico. Il traffico dei rifiuti è agevolato da meccanismi illegali ben collaudati, che prevedono la declassificazione fittizia dei rifiuti mediante la falsificazione dei relativi documenti di trasporto, la conseguente immissione nel circuito legale dei residui riutilizzabili, con l’invio nelle discariche, per lo più abusive, non idonee a ricevere tali rifiuti. In tal modo, grazie alla contraffazione delle bolle di accompagnamento, dove vengono registrati i dati qualitativi e quantitativi dei rifiuti, questi ultimi compiono apparentemente molta più strada di quanta non ne percorrano in realtà, raggiungendo discariche autorizzate a riceverli non nella loro veste originaria, ma dopo trattamenti in realtà non effettuati. Un’altra modalità diffusa per il traffico di rifiuti è quella delle cosiddette «carrette del mare», navi cariche di rifiuti pericolosi o radioattivi che vagano per i mari fino ad essere abbandonate su qualche costa dei Paesi in via di sviluppo, o che sono fatte affondare per ottenere i risarcimenti dalle compagnie assicurative.

BREVE CRONISTORIA SULLO SVILUPPO DELLE ECOMAFIE IN ITALIA.

I traffici delle ecomafie si sono sviluppati a partire dal 1982, quando è entrata in vigore la normativa sul trattamento dei rifiuti speciali.

Per la prima volta nel 1991 ("Operazione Adelphi") vennero accertati reati di questo tipo commessi su larga scala. Sei imprenditori ed amministratori vennero condannati dalla Settima Sezione del Tribunale di Napoli per abuso di ufficio e corruzione. Vennero assolti, invece, dal reato di associazione mafiosa.

Dal 1994 è stato istituito l’"Osservatorio Ambiente e Legalità" ad iniziativa di Legambiente in collaborazione con l’Arma dei Carabinieri e nel 1997 è stato pubblicato il primo Rapporto Ecomafia dell’associazione ambientalista, che da allora ogni anno fa il punto sull’argomento.

Nel 1995 è stata istituita la "Commissione parlamentare d’inchiesta sul ciclo dei rifiuti". Decine di azioni di polizia sono state condotte contro traffici di rifiuti, alcune riguardanti anche aree naturali protette della Liguria e della Toscana. E, segnatamente, tra le maggiori possiamo ricordare:

  • Operazione Eco, Campania, 1994-1996
  • Il caso "Pitelli", La Spezia, 1996
  • Operazione Humus, Abruzzo, 1996
  • Operazione Ebano, Abruzzo, 1996
  • Operazione Cassiopea, Campania, 1999-2002
  • Operazione Ecoscalo, Abruzzo, 1999-2002
  • Operazione Falso Cdr, Lombardia, aprile 2001
  • Operazione Greenland, Umbria, febbraio 2002
  • Operazione Murgia violata, Puglia, aprile 2002
  • Operazione Econox, Calabria, aprile 2002
  • Operazione Banda Bassotti, Lombardia, 2002
  • Operazione Mar rosso, Sicilia, gennaio 2003
  • Operazione Re Mida, Campania, aprile 2003
  • Operazione Terra Mia, Campania, giugno 2004
  • "Rifiutopoli", Forlì, 2004
  • Operazioni Madre Terra e Madre Terra 2, Campania, 2005-2006
  • Operazione Sinba, Toscana, ottobre 2005
  • Operazione Dry Cleaner, Campania, 2006
  • Operazione Green, Campania, 2006

Nonostante l’apparente attenzione al fenomeno e le attività di repressione e contenimento, secondo l’agenzia governativa Apat in Italia solo nel 1999 sono stati prodotti 72.5 milioni di tonnellate di rifiuti speciali, di cui 23 milioni da industrie di costruzione e 4 milioni considerati rifiuti pericolosi. Legambiente ha stimato che nello stesso anno siano stati smaltiti illegalmente 11.2 milioni di tonnellate di questi rifiuti.

AREE DI SMALTIMENTO ABUSIVO

Il sud Italia è l’area dove la maggior parte di questi rifiuti vanno a finire, in particolare lungo le cosiddette "rotta adriatica" e "rotta tirrenica", dal nord verso la Puglia e verso la Campania-Calabria. Parte dei rifiuti viene sotterrata in cave abusive, già oggetto di reati ambientali di escavazione. Nel nord Italia in più casi è stato accertato lo smaltimento di fanghi tossici come fertilizzanti in campi coltivati. Ma l’Italia è anche crocevia di traffici internazionali di rifiuti, provenienti dai paesi europei e destinati in Nigeria, Mozambico, Somalia, Romania. Si ipotizza che l’omicidio di Ilaria Alpi sia riconducibile a inchieste che la giornalista stava conducendo su questo tema.

Occorre evidenziare che le «rotte delle ecomafie», riguardanti le attività del ciclo dei rifiuti, hanno assunto un carattere sempre più transnazionale. Non solo dall’Italia, ma da molti Paesi industrializzati come Germania, Francia, Gran Bretagna e Stati Uniti, partono ogni anno milioni di tonnellate di rifiuti verso Paesi dell’Africa e dell’Asia, esportando così materiali che è troppo costoso o complicato smaltire sul proprio territorio nazionale. Inoltre, la Commissione Parlamentare d’inchiesta sul ciclo dei rifiuti e sulle attività illecite ad esso connesse, ha verificato lo stretto legame esistente tra il commercio d’armi e il traffico illecito dei rifiuti. In Somalia, nell’area dell’ex Sahara spagnolo, nella Repubblica Democratica del Congo (ex Zaire), in Mozambico è stata appurata l’esistenza di una vera e propria weapon connection, cioè della cessione, a fazioni in lotta, di armi pagate con la disponibilità di aree del territorio per lo smaltimento illegale di rifiuti.

ECOMAFIA E CEMENTO. UN ALLARME SOCIALE CHE TRAVALICA I CONFINI.

La relazione che intercorre tra ecomafia e ciclo illegale del cemento, secondo Chiara Tintori [5], ricercatrice presso la facoltà di Scienza Politica dell’Università di Bologna, conosce la sua origine nelle attività estrattive. La situazione più drammatica si registra in provincia di Caserta, dove già dal Rapporto Ecomafia 2003 si registravano circa 220 cave abusive. Altrettanto critica la situazione della provincia di Salerno, seguita da quella della Calabria. Sarebbe comunque riduttivo circoscrivere le preoccupazioni relative al ciclo del cemento al solo Mezzogiorno. È significativo, infatti, ad esempio, il dato che colloca il Laziosede del governo, di ministeri e Palazzi istituzionali  al terzo posto tra le Regioni italiane per numero di infrazioni accertate, dopo Campania e Calabria, nonché il fatto che importanti inchieste giudiziarie hanno riguardato il Nord-Est, portando alla luce l’esistenza di una vera e propria associazione a delinquere specializzata nei furti di sabbia sui fiumi Po, Adige e Brenta, anche in zone protette.

Dal punto di vista legislativo, non esiste nessuna norma che preveda esplicitamente il reato di «coltivazione» abusiva di cava, cosicché quest’ultima rappresenta il primo passo per compiere altre violazioni in materia ambientale, come ci ha dimostrato in maniera magistrale Roberto Saviano, in "Gomorra" [6], un libro che tutti dovrebbero leggere per iniziare a comprendere il fenomeno della criminalità organizzata in Italia e non solo. Infatti, la cava diventa il luogo ideale dove smaltire rifiuti in modo illecito, far fluire illegalmente acque inquinate, installare abusivamente tralicci elettrici, e così via. Attualmente, esiste il pericolo che fenomeni di ecomafia strettamente collegati al ciclo del cemento conoscano un’ascesa parallela alla stagione di rilancio delle opere pubbliche.

LA DENUNCIA DI SAVIANO. DOV’È LO STATO?

Afferma Saviano: "Il cemento. Petrolio del sud. Tutto nasce dal cemento. Non esiste impero economico nato nel mezzogiorno che non veda il passaggio nelle costruzioni. Appalti, gare d’appalto, cave, cemento, inerti, malta, mattoni, impalcature, operai. L’armamentario dell’imprenditore italiano è questo. L’imprenditore italiano che non ha i piedi del suo impero (principato o feudo da valvassore) nel cemento non ha speranza alcuna.". "La forza assoluta dei cartelli criminali è l’edilizia. Il certificato antimafia. Ormai ridicolo. Ogni ditta di Totò Riina e di Francesco Schiavone (Sandokan) avevano i certificati antimafia. Per poterlo ricevere basta dimostrare che nella propria azienda non lavorano personaggi condannati per associazione mafiosa. Che ingenuità!".

Il sistema economico legale ha bisogno del sistema economico illegale. Gli imprenditori legali hanno bisogno del "sistema" che procura manodopera a costo quasi zero. Anzi, non potrebbero sopravvivere senza di esso; dal mondo dell’alta moda alle fabbriche del nord-est che vogliono smaltire i rifiuti a basso costo e aggirando le regole antinquinamento.
E questo avviene non solo in Italia, ma nella stessa Europa e nel mondo intero.
Chi la sera sta al calduccio nella propria abitazione e pensa al TFR, agli aumenti di stipendio, alle vacanze, alla finanziaria, dovrebbe conoscere su cosa si basa il benessere al quale si è abituato.

Il titolo dell’opera di Saviano, che presenta assonanza con il termine "Camorra", è tratto dal riferimento alla città di Gomorra che, insieme a Sodoma, sorgeva lungo le rive del Mar Morto e che fu distrutta, come ci racconta la Bibbia in Genesi, intorno al 1900 a.C, secondo il parere di recenti studi archeologici, quasi sicuramente a causa di eventi tellurici, e che viene presa a simbolo di una realtà degradata moralmente e socialmente, come la nostra, dove l’individuo non ha nessuna risorsa di sopravvivenza e di aiuto se non in se stesso. Saviano ci spiega come sia luogo comune pensare che la mafia, la camorra, la ‘ndrangheta, la sacra corona unita, la stidda, ecc. siano fenomeni locali, limitati a particolari regioni del sud Italia. Fenomeni dai quali la popolazione, trae alimento non solo materiale ma anche spirituale, mentale, culturale. Ma non è così. La criminalità organizzata è oramai diventata "il Sistema", come viene chiamata dagli stessi camorristi, che si sono sostituiti allo Stato. Un sistema che supplisce all’assenza dello Stato e della legge, incapaci di offrire lavoro, cultura, civiltà, progresso, vera democrazia e giustizia, avvolgendo in una , spesso invisibile, tutta l’Italia, l’Europa e il mondo intero. Un sistema fitto di collusioni, dove il limite fra lecito e illecito è impercettibile, quasi inesistente, specie a chi fa comodo non vedere o fingere di non capire. Un sistema che spende le sue carte vincenti puntando sul piano della crescita economica e della falsa libertà di mercato; carte truccate di fronte alle quali le istituzioni dello Stato cedono il passo alla camorra, incapaci di far prevalere i principi della legalità e del rispetto della vita umana.

Tutto si gioca sulla voluta assenza dello Stato e sulla capacità delle organizzazioni criminali di trasformare i proventi derivanti dal narcotraffico in posti di lavoro, alleanze e imprese legali, quali aziende agricole, casearie, edilizie, catene di negozi, supermercati, ristoranti, partecipazioni societarie, creando una vasta rete di relazioni, amicizie politico-giudiziarie, investimenti, anche all’estero, che gli consentono di fare concorrenza allo Stato assente.

A Parigi, durante il recente convegno contro le narcomafie, Roberto Saviano con il suo stile molto diretto ha posto una serie di domande semplici e inquietanti, lasciando i delegati europei incapaci di nascondere il proprio imbarazzo, nel tentativo di trovare una risposta: "La mafia é l’economia più grande d’Italia. E, sicuramente una delle più grandi d’Europa. Può la Francia rinunciare agli investimenti del narcotraffico?"       Ed, ancora: "Le mafie fatturano 100 miliardi di euro l’anno nell’economia reale, può l’Europa rinunciare a questo denaro?". Ed, infine, a proposito dell’emergenza rifiuti: "Sapete, di quel monte affari, quanto ne producono le Ecomafie? 18 miliardi e 400 milioni di euro annui.  Cosa nostra entra a pieno titolo nella gestione del ciclo dei rifiuti ed emerge la "multifunzionalità" del clan dei Casalesi, capace di spaziare dal ciclo del cemento a quello dei rifiuti, dall’agricoltura al racket degli animali. Può l’Italia rinunciare a questo denaro?".

Dopo la proiezione di "Gomorra" e la consegna allo scrittore della medaglia Città di Parigi per il suo "coraggio, impegno e talento", al quale la capitale francese ha garantito la sua "protezione", grazie anche alla Federazione internazionale dei diritti dell’Uomo e alla Unione italiana forense per la tutela dei diritti dell’Uomo, Roberto Saviano, ringraziando il Sindaco Bertrand Delanoe, ha affermato di essere convinto che "diritti umani e questione criminale sono sempre di più collegati, su scala globale, e lo saranno ancora di più in questi tempi di crisi economica". "Il denaro delle organizzazioni criminali sta infatti entrando nei capitali delle banche perché la crisi ha abbassato la loro soglia d’attenzione. E questo sta alterando il mercato, il codice genetico delle banche. A rischio c’è un’economia sana, imprenditori e capitali sani".

Ciò, mentre, aggiungiamo noi, usando i dati ufficiali, i morti ammazzati negli ultimi 20 anni, solo per faide di camorra, sono stati oltre 3000, di cui i media hanno dato in genere superficiali e asettiche notizie, parlando di meri regolamenti di conti fra clan, quando, invero, il problema sottostante, del controllo del mercato di droga, edilizia, traffico di armi, prostituzione, traffico di esseri umani e di organi, smaltimento di rifiuti tossici e veleni industriali, lavoro nero nei settori di abbigliamento, calzature e altri, inclusi i generi alimentari e il controllo dell’immigrazione clandestina, costituiscono un problema che riguarda tutti noi e l’intera comunità internazionale, in quanto tutti i proventi delle ecomafie vengono rapidamente riconvertiti in attività lecite e non che travalicano i confini nazionali, in holdings internazionali, capaci di creare lobbies politico-affaristico-mafiose, in grado di corrompere su vasta scala e di influire sulle scelte dei governi.

Solo i proventi del mercato della droga a Napoli, ci spiega Saviano, è un giro d’affari pari a ben 500.000 mila euro al giorno. Quasi 2 miliardi di euro l’anno. Si tratta di dati ufficiali, provengono dall’Eurispes che si riferiscono all’anno 2005. Tra i maggiori proventi delle ecomafie: "si confermano quelli legati all’ambito degli appalti dei lavori pubblici e delle imprese (17.520 milioni di euro), estorsione ed usura (13.520 milioni), prostituzione (5.104 milioni) e traffico di armi (4.774 milioni)". Continua, cioè, il primato della ‘ndrangheta [le cui infiltrazioni da tempo si sono ramificate dalla Lombardia e Piemonte ai Paesi dell’Est Europa], "principalmente per gli affari legati al traffico di droga (22.340 milioni di euro), seguita da cosa nostra (18.224 milioni), camorra (16.459 milioni, alias 16 miliardi e mezzo) e sacra corona unita (1.999 milioni)."

Dal rapporto 1° semestre 2006 della DIA si apprende poi la conferma che: "Anche nel ciclo dell’illecito smaltimento dei rifiuti sono forti gli interessi della camorra che, frequentemente, vede coinvolti sia i produttori dei rifiuti – che in tal modo realizzano ingenti risparmi rispetto ai costi che comporterebbe l’osservanza delle norme poste a tutela dell’ambiente – sia i titolari dei siti di destinazione finale, discarica o centri di recupero ambientale. La conferma che si tratti di un’attività che vede la partecipazione anche di soggetti estranei alla criminalità organizzata è venuta, da ultimo, dall’indagine denominata "Green", conclusa dalla DIA di Napoli nel gennaio 2006, che ha confermato i collegamenti tra esponenti criminali e taluni esponenti politici locali."

Altro settore in forte espansione, oltre quello della droga, è l’usura, che si caratterizza per un pericoloso intreccio tra imprenditoria, politiche delle banche e criminalità organizzata. Il "sistema" pratica tassi d’interesse più bassi di quelli bancari, poi ti tiene legato alla sua catena fino a strozzarti comunque. Un’economia illegale nazionale pari al 10% del PIL. Valore: più di 100 miliardi di euro. 30 miliardi di euro solo per la camorra. Una manovra economica di "ampio respiro", come da alcuni definita la recente finanziaria.

Ecco come le reti dell’illegalità organizzata hanno modificato le proprie strategie di azione, facendosi dapprima Stato nello Stato, occupando le istituzioni, soffocando la democrazia, eppoi internazionalizzandosi, globalizzandosi.

Una nuova criminalità, non più solo mafiosa ma politica, economica, istituzionalizzata, che ha saputo usare le leggi della politica e dell’economia, prive di regole etiche, imponendo la sua subcultura produttiva solo di morte, distruzione, miseria e sfruttamento, la quale se la società civile non sarà in grado intervenire, continuerà a prendere sempre di più piede, rafforzando i propri rapporti con la criminalità organizzata di tutto il mondo, dalla mafia americana a quella russa, albanese, rumena, cinese, turca, magrebina, nigeriana, sudamericana.

In tutto ciò ci domandiamo dov’è lo Stato? Chi controlla effettivamente il territorio? Perché si lascia che le mafie procurino lavoro ai giovani del sud nell’industria del crimine organizzato? Perché Saviano è costretto a vivere blindato e a trovare protezione in un altro Paese? Perché si costringe un intero Paese a non nutrire fiducia nelle istituzioni e i giovani di tante regioni depresse e quartieri degradati a non avere altra possibilità di scelta di vita, se non quella di imparare prima possibile ad usare pistole o Kalascinkov?

Giovani assoldati a 13, 14 anni e che a 17 sono già dei "capi zona", pronti ad uccidere. Giovani violentati nell’anima fin dalla nascita. Giovani destinati ad entrare e uscire dal carcere o a morire ammazzati. Può, mai, questo essere definito un Paese civile?   Con che faccia i politici di destra, centro e sinistra ci chiedono ancora il nostro voto?

Circa 50 consigli comunali sciolti a tutt’oggi in Campania per infiltrazioni criminali.
Tutti dati, grazie alla denuncia di Saviano, oggi, facilmente accessibili a chiunque – e, dunque, ben acquisibili da operatori finanziari, amministratori locali, politici e magistrati, che ci auguriamo leggano, in particolare queste due ultime categorie a cui spetta il gravoso compito di legiferare e far rispettare la legalità, nell’interesse del popolo italiano e non del loro tornaconto personale o delle mafie e apparati di partito, attraverso cui fanno carriera.  Questo se vogliono veramente continuare a fare questo mestiere con onestà, smettendo di mettere la testa sotto la sabbia e smentendo il noto brocardo latino: "Pecunia non olet".

Bibliografia:

1) "Rapporto Ecomafia 2007" (dal sito Legambiente è accessibile in rete l’introduzione).

2) Legambiente, "Rifiuti S.p.A. I traffici illegali di rifiuti in Italia. Le storie, i numeri, le rotte, le responsabilità", Roma, 2003.

3) "Dossier WWF" – "Relazione sulle ecomafie" di Giacomo D’Alterio WWF Napoli Nord.

4)www.lavocedirobinhood.it/Articolo.asp?id=157&titolo=PROCURE%20A%20DELINQUERE.%20DA%20TRENTO%20A%20BOLOGNA%20UN’UNICA%20VERGOGNA

5) "Aggiornamenti sociali, Ecomafia, Lessico Oggi", giugno 2003, di Chiara Tintori.

6) "Gomorra", Roberto Saviano, Mondadori Edizioni, 2006.

CENNI STORICI SULLE ORIGINI DELL’ECOMAFIA

La definizione di ecomafie come organizzazioni criminali è stata coniata per la prima volta da due cronisti de "La Repubblica" – tali Cianciullo e Fontana – che hanno pubblicato:   "Ecomafia – I predoni dell’ambiente" [7].

L’ecomafia, secondo il Rapporto del WWF di Napoli [3], nasce in Campania nel 1989 con il patto di Villaricca (NA), presso il ristorante "La Lanterna", dove si incontrano camorristi dei clan dei Casalesi e di Pianura, un noto massone amico dei politici locali e i proprietari delle discariche (come ad esempio l’Alma di Villaricca di proprietà di un tale di nome Avolio).

La camorra si sa come ogni altra azienda che voglia rimanere sul mercato si adatta ai tempi, si passa quindi, dalla fine degli anni ottanta agli inizi degli anni novanta dai delitti cosiddetti "strutturali" (omicidi, estorsioni, usura, racket, ecc.), al traffico di rifiuti e all’abusivismo edilizio, è questo per due ordini di motivi:

Il primo dovuto alla mitezza delle pene dei reati in materia ambientale (legislazione permissiva);

Il secondo, invece dovuto al fatto che la mafia è flessibile e sa adattarsi facilmente ai cambiamenti della società moderna.

Nel 1991 un’autista di nome Tamburrino viene ricoverato grave in ospedale a causa delle esalazioni dei rifiuti da lui trasportati in provincia di Napoli.

Il governo, quindi incarica una commissione parlamentare presieduta dall’onorevole verde Massimo Scalia di fare chiarezza sull’accaduto, i risultati dell’inchiesta portano successivamente a dei risultati inaspettati e inattesi presso la Procura della Repubblica di Santa Maria Capua Vetere in provincia di Caserta vengono aperti 1200 procedimenti penali per reati contro l’ambiente e 400 per denunce contro discariche abusive.

Un’altra piaga risulta essere l’abusivismo edilizio con il monopolio del calcestruzzo da parte della società "Beton Bitum" di prestanomi della famiglia Nuvoletta di Marano.

E’ così che il riciclaggio del denaro sporco mafioso proveniente dal traffico di stupefacenti e di armi viene investito in modo pulito nell’edilizia.

LE CONNIVENZE ISTITUZIONALI TRA ECOMAFIA E STATO

Dall’edilizia in poco tempo si passa così alla gestione del lucroso business dei rifiuti; in realtà le stesse cave per l’estrazione dei materiali per l’edilizia una volta esaurite vengono sfruttate per depositarci rifiuti tossici, con il silente assenso delle regioni e degli organismi preposti al controllo, come nel caso eclatante della Campania.

A questo punto, seguendo la traccia delineata dal WWF, la gestione degli appalti pubblici implica una serie di <interelazioni di scambi e favori> tra politici, imprenditori, mafiosi, a cui sulla base delle indagini investigative svolte dalle Procure antimafia vanno aggiunti anche alti funzionari corrotti delle Forze dell’Ordine e della stessa magistratura,  il cui apporto di quest’ultima nei vari gradi di giudizio – in specie presso la Cassazione – si è spesso rivelato decisivo a garantire lo sviluppo delle reti criminali e ecomafiose. 

Da oltre 50 anni, l’intangibilità del potere mafioso e il controllo del territorio passano attraverso l’impunità assicurata da "Cosa nostra" agli affiliati, grazie al patto stretto con i colletti bianchi della massoneria che, in cambio di partecipazione agli utili, hanno offerto il know how e le relazioni ad alti livelli con magistrati, politici, banchieri, imprenditori, di cui la mafia abbisognava per diventare una holding e quotarsi nei palazzi del potere.

La gestione delle attività ecomafiose, attraverso cui si alimentano l’enorme fatturato della mafia di oltre 100 miliardi di euro annui e il controllo capillare del territorio, vincendo sulla debole e fittizia risposta dello Stato, ormai incapace di dissimulare la propria reale connivenza e contiguità agli interessi della mafia, avviene seguendo il seguente schema che riproduce un vero e proprio circolo vizioso:

Soggetti coinvolti

Scambi tra i diversi soggetti

POLITICA

E MASSONERIA

Favoriscono l’acquisizione di appalti pubblici alle imprese edili per la costruzione di strade, scuole, ospedali, caserme in cambio di tangenti. Inoltre spartiscono parte degli utili con la mafia, ottenendone consenso anche  grazie ai posti di lavoro ottenuti dalle imprese.

IMPRESA

Elargisce tangenti ai politici per ottenere appalti e alla mafia per la protezione dei cantieri.

MAFIA

Assicura i voti ai politici e la sicurezza dei cantieri con i posti di lavoro e le tangenti ottenute dalle imprese.

 

 

MAGISTRATURA

Garantisce impunità agli affiliati ai clan e logge massoniche attraverso la partecipazione agli affari leciti e illeciti delle organizzazioni criminali.

Del patto perverso tra politici, magistrati, imprenditori e mafiosi affiliati alle logge massoniche, sono emerse continue fonti di prova dagli atti di indagine degli investigatori, con particolare riferimento alla cosiddetta operazione "Olimpia" della Procura Antimafia di Reggio Calabria e alle indagini dell’ex Procuratore di Palmi, dr. Cordova, sulla massoneria deviata, a cui l’ex Presidente della Repubblica Cossiga regalò un cavalluccio a dondolo, in segno di scherno, mentre le massime Autorità dello Stato, Polizia, Carabinieri e Guardia di Finanza, giungevano incredibilmente ad impedire l’esecuzione dell’ordine di perquisizione della sede del Grande Oriente d’Italia, a Roma, negando l’acquisizione delle liste degli affiliati, tra cui figurano politici di ogni schieramento e noti imprenditori, tuttora in auge, acclarando in tal modo che Stato, mafia, massoneria, politica e economia, fanno ormai parte di un unico sistema corruttivo. 

A riguardo, come ci illustra lo stesso Procuratore Cordova, in "Oltre la cupola" [8], offrì ampie e documentate confessioni il notaio Pietro Marrapodi, il quale prima di venire punito con la sanzione della condanna a morte per avere tradito i segreti della massoneria (simulando un finto suicidio mediante impiccagione), rivelò agli inquirenti di avere lui stesso suggellato, <quale notaio>, varie società scellerate che, su basi documentali, "legavano massoneria, ‘ndrangheta e magistratura".

Atti che consegnò all’Ispettorato del Ministero di Giustizia, a Roma, e all’Antimafia di Reggio Calabria, mediante un memoriale indicante le percentuali di utile da spartirsi e l’elenco degli affari avviati dagli affiliati al sodalizio criminale, siglati tra noti rappresentanti della ‘ndrangheta, della massoneria e delle istituzioni.

A confermare l’esistenza di una "cupola mafiosa" che controlla anche la vita giudiziaria da sud a nord del Paese, in grado di neutralizzare il lavoro dei magistrati onesti, oltre alla testimonianza del Procuratore Cordova, la cui prefazione fu curata da Stefano Rodotà, appare importante segnalare gli altri paralleli appelli alla legalità lanciati dal Procuratore Dr. Salvo Boemi e del suo sostituto Roberto Pennisi, i quali ebbero a denunciare, ripetutamente, in alcune interviste a Panorama e L’Espresso, già tra il 1995 e il 1998, di essere stati <abbandonati e boicottati dal C.S.M. e dallo Stato>, in quanto ritenuti "rei" di … "non essersi accontentati di colpire il braccio militare della ‘ndrangheta" e di "avere denunciato i magistrati massoni che a Reggio Calabria avevano deciso di mettere una pietra sui processi anticosche". (Panorama 21.9.95  [9]  e L’Espresso 16.7.98 [10]).

In proposito, il Dr. Boemi racconta a Panorama: "come dopo lo scandalo della P2, nella massoneria fossero incominciati ad entrare i parenti stretti dei magistrati (i quali volevano evitare in tal modo un coinvolgimento diretto) e come le logge avessero sempre contrattato a Roma chi dovessero essere i capi degli uffici giudiziari", aggiungendo, infine, di essere scampato a un attentato alla sua vita, solo grazie alle rivelazioni di un pentito   

Dell’esistenza di tale realtà sembrano essersene accorte le sole vittime di mafia, dapprima isolate, derise e perseguitate, eppoi, trucidate, che lo Stato e la comunità civile eleggono tardivamente ad eroi, solo quando non possono più arrecare danno agli equilibri politico-mafiosi su cui si regge la ns. falsa democrazia. Come fu nel caso del Dr. Falcone, le vittime di mafia, invece di venire sostenute quando sono ancora in vita e chiedono invano aiuto, vengono dapprima delegittimate e condannate nel migliore dei casi al silenzio civile.

La stessa cosa accaduta anche ai tanti imprenditori e cittadini che negli ultimi oscuri decenni di storia della repubblica hanno denunciato l’esistenza di quello che possiamo definire a pieno titolo un <regime occulto>, cercando di restituire alla Giustizia la sua più nobile identità e funzione, come fu per il giudice Alessandrini, l’avv. Ambrosoli, il Generale Dalla Chiesa, il sindacalista Pio La Torre, i funzionari di P.S. Zucchetto, Montana, Cassarà, i giornalisti Di Mauro, Fava, Rostagno, Beppe Alfano, Peppino Impastato, l’imprenditore Libero Grassi, i magistrati Scaglione, Terranova, Chinnici, Livantino, Falcone, Borsellino, Don Puglisi e tante altre vittime in oltre 50 di oscure collusioni istituzionali, trucidate dalla morsa sanguinaria della connivenza tra mafia, stato, politica, massoneria.

Queste sclerotizzate situazioni collusive, a livello di ecomafie, creano dei paradossi, infatti secondo il Rapporto del WWF di Napoli, ad un aumento della disoccupazione si verificano in contro tendenza un aumento del 94% degli sportelli bancari a Caserta e provincia e del 60% a Salerno e provincia [3].

Ad una difficoltà degli imprenditori settentrionali a smaltire legalmente rifiuti tossici, si verifica la disponibilità di stakholders "portatori di interesse", i cosiddetti colletti bianchi, stimati professionisti che mediano i diversi interessi in gioco, il risultato è che ci troviamo di fronte a realtà come il comune di Qualiano, che si trova circondato dalle discariche.

A tutto ciò si aggiunge il fatto che per risolvere l’annosa emergenza dei rifiuti in Campania  viene individuato nel comune di Giugliano in Campania nella discarica di Masseria del Pozzo il sito per depositare tutti i rifiuti della città di Napoli.

Le confessioni del pentito Carmine Schiavone del clan dei Casalesi portano alla luce una realtà sconvolgente, la superstrada che collega Nola a Villa Literno ha coperto diverse discariche illegali di rifiuti tossici.

Arriviamo addirittura al noto incidente diplomatico tra Italia e Kenya quando la nave dei veleni "Karen C" approdò  sulle coste africane in arrivo dall’Italia.

Il costo dello Stato è di quindici volte superiore per bonificare le aree contaminate.

Diventa sempre così più stretto il legame tra territorio e salute; da uno studio condotto dal dott. Andrea Granata, continua il Rapporto del WWF, si riscontra che sono in netto aumento le malattie tumorali nell’area dei comuni di Giugliano, Villaricca e Qualiano, mentre da uno studio condotto dalla associazione dei pediatri di Aversa si evince che nel paese di Parete in provincia di Caserta, il comune più vicino alla discarica di Masseria del Pozzo sono in largo aumento le malattie broncopolmonari dei bambini, qui tra l’altro sono in pericolo le colture di fragole, pesche e albicocche, che costituiscono la principale ricchezza di una zona con un’economia prevalentemente agricola.

Dalle dichiarazioni del Sostituto Procuratore della Repubblica di Napoli dott. Melillo rese alla Commissione parlamentare d’Inchiesta sulle ecomafie si rileva, altresì, che i rifiuti vengono miscelati ai materiali impiegati per la realizzazione delle opere pubbliche comprese le abitazioni civili. La situazione si aggrava se si pensa che si verifica una depenalizzazione dei reati in materia ambientale per lo più ridotte ad ammende amministrative.

Il traffico dei rifiuti tossici va poi rilevato avviene secondo la stessa tecnica usata per il traffico di armi, la triangolazione dei documenti di trasporto delle merci, così un autotrasportatore trasporta scarpe destinate all’Italia, in Svizzera avviene lo scambio le scarpe vengono scambiate con i rifiuti tossici per poi raggiungere l’Italia con il documento di trasporto delle scarpe.

I guadagni nel traffico dei rifiuti speciali e pericolosi sono enormi grazie all’evasione fiscale che è rispettivamente del 31% per gli uni e del 19% per gli altri con il conseguente danno erariale.

La cronica mancanza di discariche per i rifiuti ospedalieri, a cui gli organismi preposti dalle istituzioni inspiegabilmente non provvedono, provoca come diretta conseguenza il proliferare di traffici illeciti e del business gestito dalle reti illegali dell’ecomafia.

Basti pensare, continua il Rapporto del WWF di Napoli, che i carabinieri hanno scoperto lungo il litorale domizio tra Varcaturo, Licola e Castelvolturno ben 130 laghetti per l’itticoltura, destinati dalla malavita organizzata come depositi a cielo aperto di rifiuti di ogni genere. Secondo Giacomo D’Alterio del WWF di Napoli Nord, il  successo riscosso dalle ecomafie è dovuto principalmente ad una serie di fattori:

  1. inadeguatezza dello Stato a combattere i reati ambientali;
  2.  mancanza di pene forti e visibili;
  3. poco clamore sugli organi di stampa;
  4. debole controllo del territorio da parte degli Enti locali;
  5. flessibilità e adattamento delle ecomafie alla società;
  6.  spostamento delle attività criminali nei paesi privi di disciplina sanzionatoria;
  7. seria preoccupazione che l’inasprimento di pene possa far diventare lecito quello  che è oggi illecito.

L’ex Procuratore nazionale Antimafia Pierluigi Vigna riteneva già svariati anni orsono, che "l’ecomafia sia il crimine transnazionale più diffuso e più difficile da combattere". Ma, seppure, di tempo ne sia trascorso parecchio, rileviamo che, mentre le ecomafie si sono continuamente rafforzate, la cronica inadeguatezza dello Stato a combattere il fenomeno si è invece proporzionalmente aggravata, tanto da diventare una problematica sociale non più solo interna al sistema Italia, travalicando i confini della comunità europea, mettendo a nudo l’assenza di volontà politica, da parte delle Autorità italiane di contrastare con serietà ed efficacia le attività ecomafiose.     

Bibliografia:

7) "Ecomafia – I predoni dell’ambiente", di Cianciullo e Fontana.

8)  "Oltre la Cupola" (Prefazione S. Rodotà), di Forgione e Mondani, Mondadori 1994;

9) Panorama 21.9.95, Intervista al Procuratore Salvo Boemi;

10)  L’Espresso 16.7.98, Intervista al Sostituto Dr. Roberto Pennisi.

I RIFIUTI RADIOATTIVI

Montagne di rifiuti radioattivi che rimangono in attesa di uno smaltimento definitivo. Altri che vengono abbandonati e dispersi nell’ambiente, lontano da occhi indiscreti. Altri ancora "viaggiano" liberamente o quasi, attraverso le frontiere. E’ questo lo scenario che trova ogni giorno il Noe dell’Arma dei Carabinieri, e ci offre il prezioso e documentato Rapporto del WWF di Aversa [11].

Tra i protagonisti dei traffici di materiali radioattivi, in particolare uranio e plutonio arricchito figura la criminalità organizzata, italiana e non. E’ una realtà che non deve stupire, considerando le cifre che ruotano intorno al ‘contrabbando atomico‘: secondo stime accreditate un chilogrammo di uranio 235 arricchito al 95% vale circa 70 milioni di vecchie lire, da moltiplicare per venti al mercato nero. La stessa D.I.A., in un diventare "uno dei punti di passaggio cruciali delle partite di materiali radioattivi, che vi giungono a mezzo di autotreni provenienti dall’Est".

La situazione in Europa, del resto, è particolarmente grave: dal 1992 al 1998 sono stati accertati 173 casi di traffico illecito di materiale nucleare (nel 65% dei casi) e di fonti radioattive (nel restante 35%). La stessa IAEA ha sottolineato come tali numeri rappresentino solo la punta di un immenso iceberg, purtroppo " ad alta radioattività". Un altro capitolo della ricerca riguarda i rottami metallici contaminati radioattivamente provenienti soprattutto dall’Europa dell’Est. Il nostro Paese è il principale importatore di materiale ferroso in Europa e risulta particolarmente esposto a questo tipo di traffici: nel periodo 1996-1998 su 2.260.000 tonnellate di rottami ferrosi in ingresso, da tre valichi doganali (Gorizia, Villa Opicina e Valico Sant’Andrea) oltre 15.000 tonnellate sono risultate radioattive e rispedite oltre confine. Inoltre, secondo il Servizio di prevenzione sanitaria della Regione Lombardia, le ASL lombarde tra il giugno 98′ e il giugno 99′ hanno rilevato più di 100 carichi di rottami ferrosi radiocontaminati, quasi tutti in provincia di Brescia, naturalmente sfuggiti ai controlli doganali. L’ultimo fronte dell’eredità radioattiva in Italia è dell’illegalità diffusa che caratterizzata la gestione dei rifiuti radioattivi prodotti da ospedali, laboratori di radiologia e di analisi, centri di ricerca, strutture industriali               (circa duemila metri cubi l’anno). Infatti due operazioni condotte dal Noe nel Lazio, nel 97′, e in Calabria, nel 98′, hanno portato alla denuncia di ben 66 responsabili di laboratori di radiologia e di medicina nucleare. Non solo. I dati del Noe dei Carabinieri rivelano che da Gennaio 97′ ad ottobre 99′, su 865 ispezioni effettuate, sono state accertate ben 113 reati penali, con la denuncia di 94 persone e 17 sequestri, per un valore di oltre due miliardi di lire. L’Italia, di fronte a questi scenari, non si è ancora dotata di adeguati strumenti legislativi, a cominciare dall’introduzione dei delitti contro l’ambiente nel codice penale. E i controlli alle frontiere, terrestri e marittime, lasciano molto a desiderare.

RIFIUTI RADIOATTIVI: IL CASO ITALIA.

Dalle indagini avviate dalle diverse procure dalla Repubblica, prosegue il Rapporto del WWF di Aversa, sono nate delle denunce sul caso degli affondamenti sospetti di navi al largo delle nostre acque territoriali. Per la prima volta emerse il nome di Giorgio Comerio, l’ingegnere pavese ‘grande sponsor‘ dei siluri penetratori dentro i quali seppellire tonnellate di scorie radioattive. La denuncia partiva dallo spiaggiamento, della ‘Rosso‘ nel 1987 a Capo Spartivento, dal suo ‘misterioso svuotamento’, e dal ritrovamento a bordo di una serie di carte nautiche. Carte identiche in tutto e per tutto a quelle che qualche anno dopo gli uomini della Polizia Forestale avrebbero rinvenuto a casa di Comerio.

L’ipotesi di reato era che i punti segnati nelle carte fossero i punti in cui far affondare delle "carrette dei mari ricolme di rifiuti radioattivi, provenienti da diversi paesi europei. Furono segnalati i casi della Anni e della Euroriver. Entrambi i punti coincidevano infatti con quelli segnati nelle carte di Comerio.

Fu inoltre segnalato il caso delle ‘Korabi Durries‘, una compagnia di navi albanesi il cui carico ad un primo controllo (2 marzo 1994) era risultato ad alta attività, e ad un secondo, dopo un giro durato qualche giorno, senza alcun approdo consentito, non rivelò alcuna traccia di radioattività. Al di là delle navi, si segnalò anche la totale inadeguatezza del sistema italiano di smaltimento di questa tipologia di rifiuti: una storia ancora aperta, giacché sostano in Gran Bretagna i rifiuti radioattivi italiani condizionati, in attesa del loro ritorno nel nostro Paese. Una gestione contrassegnata da molti lati oscuri, come il deposito Enea di Trisaia. Dove i responsabili del Centro hanno ammesso una serie di incidenti avvenuti nelle strutture di contenimento di rifiuti radioattivi. In sostanza un centro di ricerche è stato trasformato negli anni, senza alcun avviso alle autorità locali, in un centro di stoccaggio di rifiuti radioattivi. Una ‘glasnost‘ quella dell’Enea, giunta come detto dopo anni di denunce, e in seguito a inchieste della magistratura, peraltro ancora in corso.

Ma tutto il sistema italiano risulta macchinoso e pieno di zone d’ombra: il nostro Paese è l’unico tra i più industrializzati dell’Occidente ad avere abbandonato l’opzione nucleare, ma a causa di una normativa farraginosa e incompleta ne sta ancora pagando le conseguenze. Altre nazioni, invece, pur facendo ricorso ancora all’energia nucleare hanno metodi di gestione smaltimento sicuramente più efficaci.

GLOBALIZZAZIONE DELL’ECOMAFIA NELLO SMALTIMENTO RADIOATTIVO.

La dimensione della globalizzazione dell’ecomafia si registra anche nello smaltimento dei rifiuti radioattivi con la vicenda emblematica della società O.D.M., la quale propaganda, anche tramite internet, lo smaltimento di rifiuti radioattivi e di amianto tramite siluri penetratori, in aperta violazione della London Dumping Convention, che vieta gli smaltimenti in mare.

Il caso, ci viene segnalato dal Rapporto del WWF di Aversa, che afferma; "eppure la O.D.M. prospera fino ad aprire sedi in diversi paesi: oltre alla sede principale di Lugano, risulta avere una rappresentanza a Mosca, e il controllo di società in Lussemburgo e in Lettonia; oltre a rapporti commerciali con paesi membri dell’ex Urss o del blocco socialista".

Circostanze abbastanza preoccupanti, viste le scarse garanzie di controllo che questi paesi offrono in merito ai materiali nucleari. Particolarmente preoccupante quello relativo alla motonave rigel, colata a picco il 21 settembre 1987 al largo di Capo Spartivento; preoccupante perché un’agenda di Comerio, a quella data, si legge "la nave è affondata". Inoltre, per quanto riguarda questo affondamento, si segnalava, che stranamente non era stato lanciato alcun ‘May day‘, e che nonostante ciò, tutto l’equipaggio era stato tratto in salvo, e poi aveva fatto perdere le sue tracce. Circostanze strane, identiche a quelle relative a un altro affondamento quello della ‘Four Star’: in questo caso l’equipaggio fece perdere le sue tracce dopo essere stato sbarcato in Tunisia da una nave che lo aveva soccorso ( anche qui senza "May Day"). Si scoprì, poi, che questi erano solo due dei circa quaranta affondamenti sospetti sui quali, oltre che la Magistratura; stanno indagando con propri mezzi i Lloyd’s di Londra, intenzionati a smascherare una possibile gigantesca truffa assicurativa. C’è da segnalare, infine, il disinteresse con cui istituzioni italiane stavano seguendo la vicenda: un disinteresse davvero inquietante, giacché, se le ipotesi investigative dovessero essere confermate, nei fondali italiani si troverebbero delle autentiche bombe ecologiche ad orologeria.

Vicende che mettono in luce come l’ecobusiness dello smaltimento dei rifiuti radioattivi non abbia confini territoriali e debba essere posto con urgenza al centro di una maggiore attenzione e di precise misure di prevenzione condivise che coinvolga tutti i Paesi membri delle Nazioni Unite.

11) "Rapporto ecomafie" WWF di Aversa, Responsabile Alessandro Gatto.

REATI AMBIENTALI E INADEGUATEZZA DELLA LEGISLAZIONE VIGENTE.  

Ai fini dello studio giuridico del problema, è importante rilevare che ogni violazione o illecito ambientale è fonte di violazioni fiscali e tributarie: nel settore del traffico dei rifiuti, ad esempio, le attività di raccolta, trasporto e smaltimento, sono connesse con frodi fiscali. I caratteri della nuova criminalità ecologica fanno emergere con tutta evidenza l’inadeguatezza del vigente ordinamento a costituire un efficace strumento di contrasto. Non si tratta più, infatti, di combattere piccole, sia pur diffuse, infrazioni commesse da privati per isolati casi soggettivi, ma di contrastare un disegno criminoso a vasto respiro e con effetti devastanti per l’ambiente. Gli illeciti penali ambientali oggi vigenti, contenuti in centinaia di leggi amministrative di settore, sono reati contravvenzionali (puniti, cioè, con arresto e ammenda), di nessuno effetto deterrente sulla nuova criminalità ecologica che, peraltro, sempre a causa della natura contravvenzionale degli illeciti ambientali, non può neanche essere qualificata come associazione per delinquere.

I processi per reati ambientali, qualora non si concludono con il patteggiamento o l’oblazione, e qualora riescano a sfuggire all prescrizione (che è molto breve per i reati contravvenzionali), si chiudono con sentenze che irrogano pene irrisorie.

D’altra parte, Polizia giudiziaria ed Autorità giudiziaria, non dispongono di strumenti investigativi adeguati a scoprire e fermare le attività illecite contro l’ambiente. Per i reati ambientali contravvenzionali oggi vigenti, ad esempio, non è consentito ricorrere alle intercettazioni ambientali e telefoniche, la cui applicabilità si cerca oggi peraltro come noto di restringere anche nell’ambito dei reati associativi e per fatti di corruzione.

In generale, è possibile affermare che le associazioni criminali di stampo mafioso, costantemente alla ricerca di settori economici dai profitti certi e consistenti, guardino con molto interesse a quelle attività imprenditoriali che hanno una ricaduta diretta o indiretta nel settore ambientale. Inoltre, una legislazione nazionale che attualmente non prevede nel Codice penale i reati ambientali, costituisce un incentivo in questa direzione.

Non a caso, i reati ambientali hanno dei termini di prescrizione brevissimi, ma soprattutto, per gli stessi, non è ipotizzato il reato di associazione a delinquere.

In tale contesto legislativo, dove manca qualunque effetto deterrente e repressivo, secondo Chiara Tintori ricercatrice presso la Facoltà di Scienze Politiche di Bologna, le associazioni mafiose, oltre a compiere reati strutturali (le estorsioni, e il traffico di stupefacenti e di armi), divengono «gestori di servizi» finanziari, commerciali e industriali collegati ai settori ambientali [5].

L’art. 53 bis del decreto Ronchi (Dlgs. n. 22 del 1997), oggi sostituito dall’art. 260 del Codice dell’ambiente), che costituisce la fonte principale della disciplina nazionale in materia di rifiuti, ha introdotto il reato di organizzazione di traffico illecito di rifiuti, consentendo alle forze dell’ordine e alle autorità giudiziarie competenti di ottenere i primi tiepidi risultati nella lotta contro le organizzazioni criminali attive nella gestione dei rifiuti. La prima sentenza italiana per traffico illecito internazionale di rifiuti è stata emessa il 14 aprile 2003 dal Tribunale di Milano, condannando otto persone per aver inviato abusivamente rifiuti dall’Italia a Hong Kong e in Cina.

Grazie all’introduzione del delitto ambientale di organizzazione di traffico illecito di rifiuti, le forze dell’ordine e la magistratura nel 2006 hanno potuto svolgere 18 inchieste, emettendo provvedimenti cautelari, compresi centinaia di arresti, eseguiti  quasi tutti (126) dal Comando per la Tutela dell’Ambiente dei Carabinieri e di persone denunciate (417).

Dal 2002 al marzo 2007, le inchieste concluse dalle forze dell’ordine sono state 70. Hanno portato complessivamente all’arresto di 463 trafficanti, 1.594 persone denunciate, 453 aziende coinvolte. I traffici scoperti hanno interessato l’intero territorio nazionale, con l’unica eccezione della Valle d’Aosta. Un discorso a parte meritano i traffici internazionali di rifiuti. L’allarme lanciato da Legambiente già nel Rapporto Ecomafia 2005 ha trovato conferme nelle tre maxi operazioni delle forze dell’ordine e della magistratura che da luglio 2006 a marzo 2007 hanno svelato consistenti traffici illegali che hanno riguardato paesi come Cina, India, Siria, Croazia, Austria, Norvegia, Francia e alcuni paesi del Nord Africa.

L’Agenzia delle Dogane ha sequestrato, sempre nel 2006, circa 286 container con oltre novemila tonnellate di rifiuti. Oltre 70 le aziende  coinvolte.

Nel corso del 2006 si sono consumati, nel nostro paese, tre reati contro l’ambiente ogni ora (nel 2005 sono state accertate dalle forze dell’ordine 23.660 infrazioni, l’anno scorso 23.668). Cresce l’incidenza nelle quattro regioni a tradizionale presenza mafiosa, Sicilia, Calabria, Puglia e Campania, stabilmente ai primi quattro posti della classifica degli ecoreati: qui viene denunciato il 45,9% dei reati ambientali, contro il 44,9% del 2005. Luci e ombre per quanto riguarda il ciclo illegale del cemento.

Secondo Legambiente ancora oggi una casa su dieci viene costruita illegalmente, per un giro d’affari stimabile in circa 2 miliardi di euro.

E le nuove costruzioni abusive, concentrate soprattutto al Sud, rispondono in genere ad interessi diretti dei clan mafiosi che dispongono di una vera e propria "organizzazione imprenditoriale" alle spalle.

Per rendere più efficace la lotta all’ecomafia, nell’agosto 2006, è stato istituito l’Osservatorio sui crimini ambientali presso il Ministero dell’Ambiente.

È arrivato dall’Unione Europea un segnale forte, con l’approvazione, da parte della Commissione, di una proposta di direttiva che prevede l’obbligo di introdurre, nei diversi paesi della Ue, la tutela penale dell’ambiente. Ma, ancora, non basta. L’Italia, più di altri paesi europei, subisce l’aggressione dei fenomeni di ecocriminalità, anche per la presenza pervasiva delle organizzazioni mafiose. E deve essere difesa adeguatamente da chi ha la responsabilità politica e istituzionale di farlo.

È per queste ragioni che rinnoviamo, con forza, l’appello rivolto da Legambiente al Governo e al Parlamento affinché sia approvato, quanto prima, il disegno di legge che introduce i delitti contro l’ambiente nel nostro Codice penale, atteso ormai da dieci anni.

CENNI SULLA LEGISLAZIONE AMBIENTALE

 

Secondo un orientamento politico­-criminale largamente diffuso, la tutela dell’ambiente rientra a pieno titolo tra i compiti del diritto penale moderno. Da qui l’allestimento nella gran parte degli ordinamenti penali di settori normativi a ciò preposti. In taluni casi, come nell’esperienza legislativa spagnola e portoghese, la tutela dell’ambiente trova collocazione nell’ambito del Codice pena­le. Altre volte il diritto penale ambientale costituisce invece un segmento della normativa extra codicem. È quanto purtroppo accade in Italia. Ed è anche per questa ragione che la nostra normativa ambien­tale risulta notoriamente disorganica, come afferma Fausto Giunta[12], seb­bene tale carattere si sia attenuato con il varo da ultimo del D.Lgs. 3 aprile 2006,  n. 152, il quale, avendo inteso ordinare e coordinare taluni settori della normativa ambientale (segnatamente nella mate­ria dei rifiuti, della tutela delle acque e dell’aria), viene comunemente chiamato "Codice ambientale".

Le questioni che pone il diritto penale dell’ambiente si irradiano da un nucleo tematico comune, costituito dal concet­to di ambiente come bene giuridico; ed è proprio da questo concetto che conviene prendere le mosse stante la sua condizio­nante valenza ideologica.

 

LA CONCEZIONE "ECOCENTRICA" DELL’AMBIENTE

Nella sua più diffusa accezione, il ter­mine "ambiente" indica l’ecosistema na­turale, ossia le componenti della biosfera (l‘aria, l’acqua e il suolo), che possono essere pregiudicate dalle varie forme di inquinamento (atmosferico, idrico, del suolo, acustico e radioattivo). Da qui la tendenza ad annoverare l’ambiente tra i beni giuridici naturali per antonomasia.

Le radici teoriche della nozione naturalistica di ambiente sono note: per una rinomata concezione, che viene comunemente definita "ecocentrica", il diritto pe­nale sarebbe chiamato a tutelare l’ambien­te in sé e per sé.  A sua volta l’approccio eco centrico è espressione di una concezione dei rapporti tra l’uomo e l’ambiente ispirata al principio di responsabilità assoluta del primo nei confronti del secondo.  L’ambiente – da tale angolazione – è un bene indisponibile, perché di titolarità delle generazioni future alle quali l’uomo del presente ha il dovere di consegnarlo intatto o addirittura migliorato (nell’im­plicita premessa che, in questa materia, il progresso si sostanzi in sottrazioni e ri­parazioni: nel proteggere, cioè, l’ambiente  all’azione perturbatrice dell’uomo e, lad­dove possibile, nel rimuovere gli effetti degli interventi modificativi già realizzati).

Com’è evidente, l’impostazione in esame  assegna all’ambiente un’importanza preponderante rispetto a qualunque altro interesse con esso configgente, al punto da escludere in radice la possibilità stessa di un suo bilanciamento con albi valori. Da questa angolazione, la disciplina giuridica, viene chiamata a svolgere un’azione meramente conservativa dell’ambiente, quale scenario che assiste immutato e immutabile al trascorrere dell’uomo come entità individuale e dell’umanità come storia.

Sviluppando tali premesse,  il diritto pe­nale assume un’importanza decisiva nel­la disciplina dell’ambiente, perché il suo intervento è caratterizzato dal massimo livello di efficacia conservativa che può produrre l’ordinamento. Quanto ai fatti da assoggettare a pena, da quest’angolo visuale il loro inventario risulta oltremodo ampio. Il diritto penale, infatti, viene chiamato a colpire in via anticipata le condotte pericolose per l’ambiente sulla base di presunzioni di pericolo che, muovendo inizialmente da valutazioni scientifiche, tendono fatalmente a estendersi al di là di esse. È quest’ultimo – secondo talune  recenti interpretazioni – il contenuto precettivo del principio di precauzione di cui  all’art. 174, § 2, Tr. CE, il quale imporrebbe  l’interdizione delle attività i cui fattori di  rischio per l’ambiente, benché non scien­tificamente provati, non possono nemme­no escludersi. In altre parole: nel dubbio prevarrebbe la regola dell’astensione e dell’inversione dell’onere probatorio in capo all’agente, cui spetta dimostrare la sicura innocuità della sua azione per l’ambiente.

CONCEZIONE "ANTROPOCENTRICA" DELL’AMBIENTE E DIRITTO PENALE

Uno sguardo anche rapido alle legisla­zioni adottate nella gran parte dei Paesi europei consente di constatare come la disciplina giuridica dell’ambiente muova piuttosto dalla concezione cd. antropo­centrica dell’ecosistema naturale, che vede in quest’ultimo una importante con­dizione per la piena realizzazione della persona. Si riconoscono all’uomo poteri di intervento sulla natura, nella premessa che l’umanità non è estranea alla natura, ma fa parte di essa, contribuendo alla sua evoluzione. Questa precisazione non è priva di conseguenze sul versante penalistico, in quanto attenua sensibilmente l’idea che l’ambiente oggetto della tutela sia dav­vero un’entità meramente naturalistica. Sul piano giuridico, infatti, la liceità mo­rale dell’azione dell’uomo sulla natura si traduce in diritti di intervento che, non essendo illimitati, vengono disciplinati in prima battuta dal diritto amministrativo, in vista della loro conciliabilità con gli inte­ressi generali.

Tra questi spicca quello alla conservazione dell’ecosistema naturale, quale valore non già assoluto, ma bilan­ciabile con altri interessi concorrenti; si pensi principalmente allo svolgimento delle attività produttive che,  più di altri diritti di libertà, entra in tensione con l’interesse a un ambiente sano. In breve: al diritto della collettività all’immutabilità della natura viene a sostituirsi il diritto alla  salubrità della natura.

12) "Il Diritto, Enciclopedia giuridica", in Ambiente, Fausto Giunta, Il Sole 24 Ore.

 

CHE COS’E’ IL CODICE DELL’AMBIENTE

Il Codice ambientale è un te­sto normativo vasto e complesso, introdotto dal D.lgs 152/06,  che, nonostante lo sforzo ordinatorio, è stato per lo più contestato, anche, ma non solo, dalle regioni e dalle associazioni ambientaliste.

Il Codice dell’Ambiente dà infatti attuazione ad un’ampia delega conferita al Governo dalla legge n. 308 del 2004 per il riordino, il coordinamento e l’integrazione della legislazione in materia ambientale, ed è formato da un corpus normativo di ben 318 articoli, al fine di semplificare, razionalizzare, coordinare e rendere più chiara la legislazione ambientale in sei settori chiave suddivisi in 5 capitoli:

  • procedure per la valutazione ambientale strategica (VAS), per la valutazione d’impatto ambientale (VIA) e per l’autorizzazione ambientale integrata (IPPC);
  • difesa del suolo, lotta alla desertificazione, tutela delle acque dall’inquinamento e gestione delle risorse idriche;
  • gestione dei rifiuti e bonifiche;
  • tutela dell’aria e riduzione delle emissioni in atmosfera;
  • danno ambientale.

Quattro i profili strategici adottati per la redazione del Testo Unico:

  1. recepimento delle direttive comunitarie ancora non entrate nella legislazione italiana nei settori oggetto della delega, in totale si tratta di otto direttive;
  2. accorpamento delle disposizioni concernenti settori omogenei di disciplina, in modo da ridurre le ripetizioni;
  3. integrazione nei vari disposti normativi della pluralità di previsioni precedentemente disseminate in testi eterogenei, riducendo così la stratificazione normativa generatasi per effetto delle innumerevoli norme che si sono nel tempo sovrapposte e predisponendo una serie di articolati aggiornati e coordinati;
  4. abrogazione espressa delle disposizioni non più in vigore. A questo riguardo, benché sia noto come la semplificazione normativa non dipenda unicamente dalla quantità delle disposizioni formalmente in vigore, il risultato dell’opera di riordino ha condotto all’abrogazione di cinque leggi, dieci disposizioni di legge, due decreti legislativi quattro d.P.R. tre d.P.C.M. ed otto decreti ministeriali, cui sono da aggiungere le disposizioni già abrogate e di cui viene confermata l’abrogazione da parte dei decreti delegati.

Recentemente, con il D.lgs n. 4, 16 gennaio 2008, recante ulteriori disposizioni correttive ed integrative al Codice dell’Ambiente (Dlgs 152/2006), in attuazione della delega prevista dalla Legge 308/2004. sono state approvate le nuove norme in materia di valutazione di impatto ambientale (VIA), valutazione ambientale strategica (VAS), autorizzazione ambientale integrata (IPPC) e rifiuti.

Ecco le più importanti innovazioni e principi di recente introdotti dal Dlgs n. 4/08:

Art. 3-ter. Principio dell’azione ambientale

1) La tutela dell’ambiente e degli ecosistemi naturali e del patrimonio culturale deve essere garantita da tutti gli enti pubblici e privati e dalle persone fisiche e giuridiche pubbliche o private, mediante una adeguata azione che sia informata ai principi della precauzione, dell’azione preventiva, della correzione, in via prioritaria alla fonte, dei danni causati all’ambiente, nonché al principio «chi inquina paga» che, ai sensi dell’articolo 174, comma 2, del Trattato delle unioni europee, regolano la politica della comunità in materia ambientale.

Art. 3-quater. Principio dello sviluppo sostenibile

1. Ogni attività umana giuridicamente rilevante ai sensi del presente codice deve conformarsi al principio dello sviluppo sostenibile, al fine di garantire che il soddisfacimento dei bisogni delle generazioni attuali non possa compromettere la qualità della vita e le possibilità delle generazioni future.

2. Anche l’attività della pubblica amministrazione deve essere finalizzata a consentire la migliore attuazione possibile del principio dello sviluppo sostenibile, per cui nell’ambito della scelta comparativa di interessi pubblici e privati connotata da discrezionalità gli interessi alla tutela dell’ambiente e del patrimonio culturale devono essere oggetto di prioritaria considerazione.

3. Data la complessità delle relazioni e delle interferenze tra natura e attività umane, il principio dello sviluppo sostenibile deve consentire di individuare un equilibrato rapporto, nell’ambito delle risorse ereditate, tra quelle da risparmiare e quelle da trasmettere, affinchè nell’ambito delle dinamiche della produzione e del consumo si inserisca altresì il principio di solidarietà per salvaguardare e per migliorare la qualità dell’ambiente anche futuro.

4. La risoluzione delle questioni che involgono aspetti ambientali deve essere cercata e trovata nella prospettiva di garanzia dello sviluppo sostenibile, in modo da salvaguardare il corretto funzionamento e l’evoluzione degli ecosistemi naturali dalle modificazioni negative che possono essere prodotte dalle attività umane.

Art. 3-quinquies. Principi di sussidiarietà e di leale collaborazione

1. I principi desumibili dalle norme del decreto legislativo costituiscono le condizioni minime ed essenziali per assicurare la tutela dell’ambiente su tutto il territorio nazionale;

2. Le regioni e le province autonome di Trento e di Bolzano possono adottare forme di tutela giuridica dell’ambiente più restrittive, qualora lo richiedano situazioni particolari del loro territorio, purchè ciò non comporti un’arbitraria discriminazione, anche attraverso ingiustificati aggravi procedimentali.

3. Lo Stato interviene in questioni involgenti interessi ambientali ove gli obiettivi dell’azione prevista, in considerazione delle dimensioni di essa e dell’entita’ dei relativi effetti, non possano essere sufficientemente realizzati dai livelli territoriali inferiori di governo o non siano stati comunque effettivamente realizzati.

4. Il principio di sussidiarietà di cui al comma 3 opera anche nei rapporti tra regioni ed enti locali minori.

Art. 3-sexies. Diritto accesso alle informazioni ambientali e di partecipazione a scopo collaborativo

1) In attuazione della legge 7 agosto 1990, n. 241, e successive modificazioni, e delle previsioni della Convenzione di Aarhus, ratificata dall’Italia con la legge 16 marzo 2001, n. 108, e ai sensi del decreto legislativo 19 agosto 2005, n. 195, chiunque, senza essere tenuto a dimostrare la sussistenza di un interesse giuridicamente rilevante, puo’ accedere alle informazioni relative allo stato dell’ambiente e del paesaggio nel territorio nazionale.

Nella parte seconda sono state altresì inserite le procedure per la valutazione ambientale strategica (VAS). Per la valutazione d’impatto ambientale (VIA) e per l’autorizzazione ambientale integrata (IPPC) (artt. 4-52), in recepimento ed attuazione della Direttiva 2001/42/CE del Parlamento europeo e del Consiglio, del 27 giugno 2001, concernente la valutazione degli impatti di determinati piani e programmi sull’ambiente, nonché della Direttiva 85/337/CEE del Consiglio del 27 giugno 1985, concernente la valutazione di impatto ambientale di determinati progetti pubblici e privati, come modificata ed integrata con la direttiva 97/11/CE del Consiglio del 3 marzo 1997 e con la direttiva 2003/35/CE del Parlamento europeo e del Consiglio, del 26 maggio 2003, individuando gli impatti diretti e indiretti di un progetto sui seguenti fattori: 1) l’uomo, la fauna e la flora; 2) il suolo, l’acqua, l’aria e il clima; 3) i beni materiali ed il patrimonio culturale; 4)   l’interazione tra i fattori di cui sopra.

Al momento non è dato di fare previsioni sulla tenuta di queste normative, restando fermo il fatto che rimane aperto il dibattito sull’introduzione nel Codice penale di un nucleo di specifiche fattispecie incriminatrici a tutela dell’ambiente. A riguardo, si ricorda lo schema di delega legislativa per l’emana­zione di un nuovo Codice penale, elabo­rato già dal 1992, dalla Commissione Paglia­ro che, prevedeva all’art. 102, il «delitto di alterazione dell’ecosistema, consistente nel fatto di chi, effettuando scarichi o immissioni di sostanze o energie ovvero emissione di suoni e rumori in violazione dei limiti di accettabilità fissati secondo la legge, contribuisce a determinare una alterazione della composizione o dello stato fisico dell’ambiente».

 

COS’E’ LA COMMISSIONE PARLAMENTARE D’INCHIESTA SUL CICLO DEI RIFIUTI

La Commissione Parlamentare d’inchiesta sul ciclo dei rifiuti è stata istituita con la legge 10 aprile 1997, n.97. I suoi compiti principali sono: verificare l’attuazione delle normative vigenti in materia di rifiuti nonché i comportamenti della pubblica amministrazione e le modalità di gestione dei servizi di smaltimento dei rifiuti da parte degli enti locali; indagare sul rapporto tra le organizzazioni criminali e la gestione del ciclo dei rifiuti, le cosiddette ecomafie, e più in generale sulle attività illecite collegate al settore dei rifiuti. La Commissione oltre a proporre soluzioni legislative, deve riferire al Parlamento al termine dei suoi lavori oppure quando ne ravvisi la necessità.

In tale ambito la Commissione ha compiuto audizioni di membri del Governo, magistrati, rappresentanti degli enti locali, degli industriali e delle associazioni ambientaliste per valutare nel dettaglio la situazione nel ciclo dei rifiuti. Inoltre, delegazioni della Commissione hanno effettuato missioni in diverse regioni italiane, per approfondire ed osservare nel concreto le problematiche- anche criminali- del settore.

La pubblicazione dell’attività della Commissione anche su Internet intende costituire uno strumento in più per tutti coloro che- a vario titolo- sono impegnati nel settore dei rifiuti; su queste pagine è possibile rinvenire informazioni riguardanti i diversi aspetti della sua attività.

La Commissione ha svolto e svolgerà una serie di sopralluoghi in diverse regioni italiane, allo scopo di acquisire le informazioni necessarie allo svolgimento dei propri compiti. Benchè la legge istitutiva preveda l’obbligo di riferire solo alla conclusione dei propri lavori, la Commissione ha ritenuto opportuno, dopo l’approvazione di alcuni documenti su temi specifici e di relazioni sulle singole regioni, farli conoscere immediatamente al Parlamento, così da rendere disponibili sia le informazioni raccolte che le conclusioni finora delineate. Con l’intenzione di favorire la circolazione delle informazioni, delle esperienze e delle competenze sviluppate, la Commissione organizza convegni e forum sulle materie di propria competenza, i cui atti sono disponibili nel sito della Commissione.

 

LOTTA ALLE ECOMAFIE. QUALI PROSPETTIVE?

Dalle considerazioni che precedono vi è da auspicare che venga quanto prima approvato un  disegno legge concernente la revisione della legislazione vigente, anche in previsione della figura del delitto ambientale, con riferimento alla legislazione comparata. A riguardo, esistono già due nuovi disegni legge, praticamente identici, elaborati dalla Commissione parlamentare d’inchiesta sul ciclo dei rifiuti e sulle attività illecita ad esso connesse.

In sintesi: le proposte dei ddl parlamentari:

– Inserimento di un nuovo titolo nel codice penale intitolato "Dei delitti contro l’ambiente";

– Recepimento della definizione c.d. "unitaria" del bene giuridico ambiente;

– Inserimento di due nuove tipologie di reato contro l’ambiente: "Alterazione dello stato                                     dell’ambiente" e "Traffici contro l’ambiente";

– Introduzione del delitto di "Ecomafia";

– Introduzione di una speciale "Associazione per delinquere contro l’ambiente";

– Previsione di un meccanismo premiale di riduzione di pena per coloro che, prima del giudizio, eliminino il pericolo o il danno per ‘ambiente’;

– Obbligo per l’Autorità giudiziaria di disporre, in caso di condanna, il ripristino ambientale;

– Confisca dei mezzi utilizzati per commettere l’illecito integrata con la obbligatorietà del sequestro di tali mezzi direttamente da parte della polizia;

– Sequestro conservativo dei beni quando manchino o si disertano le garanzie per il risarcimento del danno ambientale;

Questi disegni di legge d’iniziativa parlamentare sono  poi naufragati sin dalle precedenti legislature, seppure concordassero sulla necessità di introdurre specifici delitti contro l’ambiente direttamente nel codice penale e di adeguare la nostra legislazione a quella di altri Paesi più evoluti e rispettosi dell’ambiente.

RAPPORTO ECOMAFIA 2008

Dal rapporto Ecomafia 2008 di Legambiente[13] risulta un business da ben 18,4 miliardi di euro. Oltre 30mila reati contro l’ambiente l’anno, 83 al giorno, più di 3 ogni ora. Un quinto degli introiti delle mafie arriva dallo sfruttamento delle risorse ambientali per fini criminali: nel 2007 le ecomafie hanno fatturato una cifra che sfiora i 18 miliardi e 400 milioni di euro, 4,4 miliardi in meno rispetto al 2006. Gli affari traballano in alcuni settori, come il business dei rifiuti e il mattone illegale, perché aumenta l’attività di prevenzione e repressione. In generale crescono del 27% i reati contro l’ambiente, giunti a quota 30.124, le denunce (22.069, + 9%), i sequestri (9.074, più 19%), gli arresti. In salita anche gli incendi boschivi dolosi: si registrano 225mila ettari di boschi e foreste andate in fumo. La Campania è sempre in testa alla classifica per illegalità ambientali, il Veneto occupa il secondo posto per infrazioni al ciclo dei rifiuti.

 

Secondo i dati del Rapporto Ecomafia 2008 risulta scomparsa nel nulla una autentica montagna di rifiuti alta 1.970 metri, con la base di 3 ettari.

 

A fronte di tale allarmante situazione, lo stesso Ministro per l’Ambiente, si vede costretta ad affermare che  «È necessaria una primavera di legalità in tutto il paese nel settore ambientale e che lo Stato, come sta accadendo in Campania, affronti con decisione gli interessi illeciti e mala-amministrazione su cui prosperano le eco-mafie».

Nella classifica degli illeciti accertati al primo posto è sempre la Campania, seguita dalla Calabria. Triste il primato di queste due regioni, dove si concentra il 30% di tutti gli illeciti del Belpaese. Seguono Puglia, Lazio e Sicilia. Nel Nord, è la Liguria in testa alla hit delle infrazioni. Il rapporto ha censito, poi, 239 clan, 39 in più rispetto al rapporto dello scorso anno.
Le inchieste condotte dalle Direzioni distrettuali antimafia, sottolinea il Procuratore Pietro Grasso, scoprono spesso piani criminali per accaparrarsi risorse pubbliche legate al ciclo del cemento e dei rifiuti.  «La criminalità ambientale – spiega Grasso – infesta intere aree geografiche a partire dal Sud, dove la criminalità organizzata riesce a inquinare ogni aspetto della vita economica e sociale, a imporre scelte strategiche per il territorio, a decidere la sorte di intere comunità».

 

Gli introiti maggiori delle ecomafie sono quelli provenienti dalla Rifiuti Spa, la holding del crimine che avvelena il territorio smaltendo illegalmente i rifiuti delle industrie: 4 miliardi e 500 milioni di euro. Introiti in calo di 1,4 miliardi di euro nel business dei rifiuti, legati all’aumento dell’attività di prevenzione e repressione. Segue il partito del cemento che nel 2007 ha realizzato 28mila case abusive. Colpito anche il business del mattone illegale, in calo di 136 milioni di euro. L’ecomafia non colpisce solo il Sud, ma anche Lazio, Toscana, Umbria, Lombardia, Liguria, Piemonte e Veneto. Proprio il Veneto, poi, si classifica secondo, dopo la Campania, nel ciclo illegale dei rifiuti. La Puglia mantiene il terzo posto. La Direzione nazionale antimafia segnala che nel ciclo illegale dei rifiuti Cosa Nostra si affianca alla camorra, e che nel clan dei Casalesi emerge una multifunzionalità che spazia dal business dei rifiuti al ciclo del cemento, dall’agricoltura al racket degli animali.

«Le ecomafie – commenta Vittorio Cogliati Dezza, presidente nazionale di Legambiente – gestiscono nel nostro Paese una vero e proprio sistema eco-criminale, estremamente flessibile e diversificato, al quale dobbiamo contrapporne uno legale ed eco-sostenibile. E dobbiamo saperlo difendere con strumenti adeguati. Per questo, come ogni anno, rilanciamo la proposta di introdurre i delitti contro l’ambiente nel nostro Codice penale, per punire in maniera congrua chi avvelena l’aria che respiriamo, inquina l’acqua, saccheggia il territorio, minaccia la nostra salute, penalizza le imprese pulite. Esistono già proposte di legge ampiamente condivise e un quadro di riferimento comunitario sostanzialmente definito. Servono la volontà politica e il tempo per farlo, due condizioni che ci auguriamo siano soddisfatte in questa legislatura».

 

La mafia mette le mani anche negli incendi, puntando al rimboschimento, nei furti d’acqua e di sabbia, nel settore agricolo e nel racket degli animali, importando cuccioli dall’Est per i combattimenti clandestini realizzando affari per circa 3 miliardi di euro. Oggi la mafia punta anche al business delle energie rinnovabili. Leggermente in calo il business dell’archeomafia: si scende da 1.212 casi del 2006 a 1.085 del 2007.

 

Spunti di rilievo dalla relazione del Procuratore Nazionale Antimafia.

 

Il Procuratore Pietro Grasso che ha curato la parte introduttiva del Rapporto 2008 afferma che i cicli del cemento e dei rifiuti rappresentano oggi due ambiti di attività per i quali cresce l’allarme sociale nel nostro paese proprio perché costituiscono il campo d’azione privilegiato delle cosiddette ecomafie.

In particolare, con riferimento a talune specifiche aree, l’iniziale coinvolgimento di gruppi di criminalità organizzata di tipo mafioso che avevano a disposizione nel territorio cave, terreni e manodopera a basso costo, ha favorito il rapido decollo di un vero e proprio mercato illegale. Osservando però l’evoluzione di questo mercato notiamo che, accanto agli esponenti delle famiglie mafiose, il mondo dei rifiuti si è andato popolando sempre più di una varietà di soggetti che, nella gran parte dei casi, non ha un precedente criminale, ma si collega con i criminali: in generale si tratta di imprese legali, uomini d’affari, funzionari pubblici, operatori del settore dei rifiuti, mediatori, faccendieri, tecnici di laboratorio, imprenditori nel settore dei trasporti. Questi soggetti sono inseriti nei gangli essenziali del mercato legale ma iniziano a fare dell’illegalità, della simulazione, dell’evasione sistematica di qualsiasi regola e della corruzione, le regole ispiratrice della propria condotta. L’impressione generale suggerisce che il grosso affare dell’emergenza rifiuti non sia semplicemente il frutto di un’attività criminale occasionale, ma sia legato a un preciso orientamento di alcuni settori del mondo produttivo, sia locale che nazionale, desiderosi, come può essere logico per un’impresa, di ridurre i costi – conseguentemente aumentando i profitti – e disponibili a far ciò anche attraverso una costante violazione delle regole del gioco. La consapevolezza dell’importanza assunta dal settore dei rifiuti per la criminalità organizzata, afferma Grasso, può essere tutta riassunta in poche parole, di straordinaria efficacia, pronunciate da un mafioso. Questi, durante una conversazione intercettata, affermò: "Buttiamoci sui rifiuti: trasi munnizza e niesci oro".

 

Penso, dice Grasso, che questa espressione – in dialetto ma, ritengo, comprensibilissima – più di molte parole, dia l’esatta misura del precipuo interesse, da parte della criminalità mafiosa, per il settore dei rifiuti. Anche per le ragioni ora sinteticamente indicate è più che mai opportuno – e tale opportunità è già stata manifestata ormai da anni – intervenire sul piano legislativo. Notevoli passi avanti furono fatti mediante l’introduzione del reato di gestione illecita dei rifiuti che consente di disporre di armi legali per poter contrastare il fenomeno dell’inquinamento, anche se occorrono certi requisiti.

 

L’attuale fenomenologia della criminalità ambientale, sempre più criminalità di impresa e di profitto, consiglia l’introduzione di ulteriori modifiche all’attuale impianto normativo fra le quali appare indispensabile l’attribuzione della competenza alla Direzione Distrettuale Antimafia in ordine ad alcune fattispecie delittuose, analogamente a quanto già accade per le altre forme di crimine organizzato quali il traffico di droga, il contrabbando di t.l.e. (tabacchi lavorati esteri) e la tratta degli esseri umani. Su tale direttrice già si è mosso il legislatore – e, speriamo, questa volta con esito positivo, visto che il tentativo operato nella precedente legislatura è fallito – con la presentazione di una specifica proposta di legge che prevede, fra l’altro, l’introduzione nel Codice penale dei Delitti contro l’ambiente e contenente, fra gli altri, anche una nuova figura di delitto associativo. Tale rilievo è ancor più vero se si considera che il fenomeno ecomafia – contraddistinto dalle peculiarità sopra ricordate e tenuto conto che, specie il fenomeno dello smaltimento dei rifiuti risente, al pari e forse più di altri, dell’effetto "globalizzazione" – travalica i confini nazionali e coinvolge organizzazioni e strutture a carattere transnazionale. Nella relazione conclusiva della Commissione parlamentare d’inchiesta sul ciclo dei rifiuti della XIII legislatura si notava che "per poter offrire un adeguato contrasto a questo nuovo in quietante agire della criminalità organizzata, a questa cultura imprenditoriale che ignora, nel nome del maggiore profitto, beni fondamentali della vita, quali la salute e l’ambiente, non si può agire isolatamente, ma occorre una forte e convinta collaborazione tra Stati e tra i vari organismi preposti alle attività di contrasto e controllo. Ancora occorre, mediante la promozione di una nuova cultura di contrasto da esercitare nei confronti anche delle forze sociali e culturali, anticipare i percorsi dei traffici illegali per poter così isolare quelli che, con grande lucidità ed efficacia, sono stati indicati come i ‘ladri’ del futuro".

E proprio nelle generali attività di contrasto e prevenzione dei crimini ambientali un ruolo di primaria importanza viene svolto, oltre che dalle Forze di Polizia anche a carattere locale, da alcune importanti associazioni come Legambiente.  

Esse contribuiscono, con la loro opera, a monitorare il territorio e a favorire programmi di educazione ambientale che pongano anche all’attenzione dei giovani queste tematiche. È importante, infatti, che l’osservanza delle norme ambientali avvenga non tanto – o non solo – per timore delle sanzioni per i trasgressori ma per un’accresciuta forma di educazione alla legalità. Ovviamente è necessario che tutte le istituzioni diano un sostegno forte e chiaro alle attività, ai progetti e alle iniziative di sensibilizzazione e informazione su questi argomenti, in maniera da far crescere sempre di più nei cittadini e nei giovani

 la consapevolezza dei propri diritti, primo fra tutti quello di vivere in un ambiente sano e in una società fondata sul rispetto della legalità. Dunque, si tratta di coalizzare tutte le istituzioni, che hanno il dovere di farlo, e i cittadini, che devono sentire questo spirito di collaborazione contro i criminali che imbrattano, che deturpano e che rendono invivibile la nostra meravigliosa terra. Tutti insieme contro i "ladri" del nostro – e dei nostri figli e nipoti – futuro.

 

13) Legambiente, Rapporto Ecomafia 2008.

 

COSA POSSONO FARE I CITTADINI COMUNI?

 

Alla domanda cosa possano fare in concreto i cittadini comuni per contribuire a costruire un modello di sviluppo planetario sostenibile rivolto all’etica della persona e dell’ambiente, mi verrebbe spontaneo rispondere;

 sul piano del coraggio civile di seguire l’esempio di Roberto Saviano e di chi si batte in silenzio, dietro le quinte, contro le ecomafie, senza timore di denunciare ogni forma di abuso e ingiustizie di cui siamo a conoscenza. Se ognuno fa il proprio dovere non potranno certo ammazzarci tutti (!);

  sul piano etico di creare valore con la propria vita, interpretando la propria attività professionale, qualunque essa sia, come missione e servizio alla collettività. Cioè, uscire da una visione egoistica e individualistica, riconoscendosi come parte di una rete di relazioni umane e ambientali inscindibili, che possono continuare a riprodursi e ad esistere, solo sostenendosi vicendevolmente, nel rispetto reciproco della nostra madre terra;

sul piano del rapporto con il potere e l’informazione, diffidare delle verità che ci propinano lo Stato e i mass media e cercare di ragionare sempre con la propria testa.

Come ha detto Padre Alex Zanotelli [14], parafrasando un famoso sociologo americano: "Il processo attraverso cui le notizie vengono identificate, raccolte scritte e preparate produce una particolare versione della realtà che, nel suo complesso, va a supporto dell’ordine sociale esistente". In altre parole: il sistema dell’informazione, nella forma in cui si è sviluppato nel corso dell’ultimo secolo, non è costruito per raccontare la verità, ma per veicolare e rafforzare i valori fondanti del mondo di cui espressione, vale a dire la moderna società occidentale dei consumi. Da questo dato di fatto nasce la diffusa sensazione secondo cui i giornali e televisione non raccontano o, talvolta addirittura nascondono la realtà. (14. Tratto da: "non ci sto! Appunti per un mondo migliore", Ed. Manni).  

 

Ma si può cercare di rispondere anche con una serie di interessanti spunti esistenziali di Valerio Pignatta, il quale propone di riscoprire modi di vivere che hanno una potenzialità di futuro molto superiore all’attuale modello di produzione e consumo.

 

In primo luogo è molto importante iniziare a consumare cibi biologici, coltivati nel luogo in cui viviamo, al fine di accorciare il più possibile le filiere produttive.

È indispensabile, poi, recuperare delle forme di autoproduzione: ogni volta che si auto produce qualcosa si riduce il consumo di fonti fossili per i trasporti, si riduce l’effetto serra, si riducono i rifiuti e si riduce il tempo di lavoro, perché rispetto alle merci, i beni autoprodotti  costano molto meno. Questo significa, da una parte affrontare con più leggerezza i problemi posti dalla crescita dei prezzi dei generi alimentari e dall’altra recuperare il tempo per se stessi: il tempo che ci serve per tutte quelle attività non produttive che danno un senso alla vita (le attività di relazione, la conoscenza di se stessi, la contemplazione della natura). Al di là di quello che fanno vedere i giornali, del consumismo imperante, del fatto che i centri commerciali si riempiano fino all’inverosimile, esiste in Italia una rete di persone che ragiona, che riflette, che non si è appiattita  sulle dinamiche del consumismo e che è in grado di costruire un’alternativa pratica rispetto a questo modo di vivere.  

Acquistare qualcosa, qualsiasi cosa, solo se veramente necessario, se nessuno ce lo può prestare e se non esiste nel mercato dell’usato.  

Costituire gruppi di amicizie solidali per sostenersi vicendevolmente, sia psicologicamente che fattivamente (scambio vestiti usati, oggetti, sementi, piccoli lavoretti, discussioni, etc.): il sistema ti distrugge meglio quando sei da solo e le difficoltà sono schiaccianti.

Approdare a mezzi di spostamento meno dispendiosi o ecologici, più piccoli, adatti alla mobilità locale.  Per gli spostamenti nazionali servirsi dei mezzi pubblici tradizionali e per i viaggi aerei farsi, un vero esame di coscienza alla partenza. Servirà a poco, perché la mente trova ogni scusa, ma  almeno ad un certo livello l’ipocrisia affiorerà.

Sganciarsi da plastica, cemento, traffico e notti artificiali al neon e trovarsi un posticino su misura in qualche angolo di natura. La decrescita è innanzitutto la riscoperta di un mondo naturale che il mito del progresso e la crescita metropolitana stanno spazzando via letteralmente. Riscopriamolo, rivalutiamolo, salviamolo.

"La metropoli è di fatto un centro di manipolazione dove una grande varietà di beni materiali e spirituali viene meccanicamente classificata, ridotta a un numero limitato di articoli standardizzati, impacchettata in modo uniforme e distribuita attraverso i canali controllati con una regolare etichetta metropolitana. Gli interessi e le posizioni che  non si prestano ad essere manipolati vengono automaticamente scartati.

E i meccanismi sono talmente complessi e costosi da non poter essere impiegati se non su grandissima scala; di qui l’eliminazione di tutte le attività di natura irregolare, illogica e umanamente sottile. Tutto ciò che è locale, piccolo, personale autonomo deve essere soppresso. E chi controlla questi meccanismi controlla sempre più la vita e il destino di coloro che devono consumare i suoi perché nel contesto metropolitano non possano trovarne altri. Alla fine viene posto sotto controllo ogni aspetto della vita: il tempo, il movimento, le associazioni, la produzione, i prezzi, la fantasia e le idee."

 

Vorrei, infine, salutarVi con questa bella riflessione di Lewis Mumford, tratta da "La  città nella storia" (Bompiani 1981), che mi auguro possano leggere comprendere anche i politici e tutti coloro che si rendono in un modo o nell’altro complici delle ecomafie, distruggendo il bene comune del pianeta in cui viviamo: "Nessuno può servire gli altri senza servire se stesso, e chiunque cerca di conseguire i suoi fini privati senza servire gli altri fa del male a se stesso come pure a tutto il mondo intorno. Il motivo è ovvio. Tutti gli esseri viventi sono parte uno dell’altro così che ogni atto di una persona ha un’influenza buona o cattiva sul mondo intero. Noi non la vediamo, miopi  come siamo. L’influenza di un singolo atto individuale nel mondo può essere trascurabile. Ma questa influenza c’è lo stesso e una certa consapevolezza di questa verità dovrebbe farci capire la nostra responsabilità".

 

Pietro Palau Giovannetti 

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