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LA CLASSE OPERAIA VA ALL’INFERNO. INTERVISTA A MARGHERITA NAPOLETANO.

giovedì 01st, maggio 2008 / 20:47 Written by

di Dafne Anastasi (Giurista).

In calce, l’intervista a Margherita Napoletano, Responsabile per la sicurezza lavoratori e consulente della Commissione d’inchiesta infortuni sul lavoro.
La piaga degli incidenti sul lavoro in Italia ha causato più morti della seconda Guerra del Golfo. Lo studio dell’Eurispes «Infortuni sul lavoro: peggio di una guerra», ha calcolato come dall’aprile 2003 all’aprile 2007 i militari della coalizione che hanno perso la vita siano stati 3.520, mentre, dal 2003 al 2006, nel nostro Paese i morti sul lavoro sono stati ben 5.252. Un incidente ogni 15 lavoratori, un morto ogni 8.100 addetti: queste le cifre del fenomeno secondo l’Eurispes. Infortuni che costano ogni anno alla comunità 50 miliardi di euro.
L’edilizia si conferma come settore ad alto rischio, visto che poco meno del 70% dei lavoratori (circa 850) perdono la vita per cadute dall’alto di impalcature nell’edilizia. Fra le cause seguono il ribaltamento del trattore in agricoltura e gli incidenti stradali nel trasporto merci per le eccessive ore trascorse alla guida.
Tra le cause degli incidenti si annoverano la scarsa padronanza della macchina, l’assuefazione ai rischi (abitudine e ripetitività dei gesti), la banalizzazione dei comportamenti di fronte al pericolo, la sottostima dei rischi, la diminuzione dell’attenzione nel lavoro di sorveglianza, il mancato rispetto delle procedure, l’aumento dello stress, la precarietà del lavoro legata a una formazione insufficiente e la manutenzione eseguita poco o male. Un’efficace prevenzione dovrebbe invece puntare su formazione e addestramento, sul rispetto degli ordini, dei divieti e delle indicazioni, sul corretto uso dei dispositivi di protezione individuale, sul rigido rispetto delle procedure quando la sicurezza tecnica non basta. Dalla relazione emerge inoltre che l’inefficacia dell’azione di prevenzione e di controllo è imputabile ad una mancanza di strategia centrale e ad una cultura d’impresa disinteressata alla fidelizzazione dei propri lavoratori.
Entro la matrice decisionale in cui si incrociano le azioni da intraprendere e le loro conseguenze, i parametri puramente economici sono oggi diventati prioritari rispetto a quelli tecnici, l’orizzonte temporale da considerare si misura ora in mesi piuttosto che in anni, e il peso assegnato comparativamente alle conseguenze d’una decisione sul fattore umano è diminuito. Ritmi, necessità, turnazioni: fattori umani che perdono i loro connotati originari per diventare semplicemente voci di spesa. La cultura del profitto d’impresa non è nuova a questo genere di snaturamento ma oggi, rispetto al passato, non ha alcun tipo di controtendenza rappresentata in passato dall’orgoglio di appartenere ad una classe con dei connotati ben precisi. Ma prima di tutto bisogna domandarsi perché un uomo o una donna decida di lavorare a rischio della sua vita. Le morti sul lavoro non sono mai casuali, chi muore sa di affrontare un pericolo. Decide di farlo perché ha dei figli, per pagare il mutuo della sua casa o semplicemente per sopravvivere. Accade dall’estremo Nord all’estremo Sud della Penisola. Ma i morti purtroppo sono più di quelli riportati dalla stampa, perché – dice l’Inail – gli infortuni mortali sono oltre cento ogni mese. La stampa, tuttavia, difficilmente intercetta i morti che non fanno cronaca, come per esempio le tante vittime invisibili, che muoiono silenziosamente negli ospedali, lontano dal fioco cono di luce dell’informazione. Oppure i morti sul colpo, di cui nessuno viene a sapere nulla perché fuori dei luoghi monitorati dai cronisti. E che quindi non diventano oggetto neppure di un lancio di agenzia. Infatti, solo stragi come quella della Thissenkrupp , che ha visto morire ustionate sette persone, arriva sulle pagine dei giornali. Perché se ha ragione il vecchio detto anglosassone per cui “nel giornalismo fa notizia l’uomo che morde il cane e non il cane che morde l’uomo”, lo stillicidio delle morti bianche quotidiane non diventa oggetto di attenzione da parte dei giornali se non quando succede la strage. Per andare in prima pagina ci vuole qualcosa di forte: un giorno più nero degli altri, una storia straordinariamente toccante, lo scoppio di una fabbrica. Alla base di tutto bisognerebbe chiedersi quale sia o debba essere il posto del mondo operaio nel cuore e nel cervello del Paese. Un mondo che in sostanza chiede il diritto di tribuna, che si sente invisibile perché recintato nel solo perimetro della fabbrica e abitante un altro pianeta.
In fondo basterebbe ricordare che all’art. 1 della nostra Carta Costituzionale c’è scritto che “l’Italia è una repubblica fondata sul lavoro” e non sulle morti bianche.

 


Intervista a Margherita Napoletano. Responsabile sicurezza lavoratori e consulente Commissione inchiesta infortuni lavoro.

 


Solo da qualche tempo i media hanno finalmente metabolizzato l’insicurezza nella quale vivono migliaia di lavoratori. Quali sono i motivi di un tale gap temporale? Il termine morti bianche è giornalisticamente corretto?

Certamente la presenza di tre sindacalisti nelle massime cariche istituzionali ha contribuito ad alzare la soglia di attenzione sui temi della sicurezza sul lavoro. In passato l’incidente era vissuto come una vera e propria fatalità, al punto che si sarebbe voluto depenalizzare alcuni tipi di illecito. Adesso invece il Governo è un po’ più attento: è stata creata la Commissione Inchiesta infortuni sul lavoro su iniziativa di Gigi Malabarba e Felice Casson, ma col sostegno unanime di tutti i senatori.

Io ritengo che, a fronte della definizione neutrale, le morti bianche siano veri e propri omicidi.

Il rogo della Thissenkrupp ha evidenziato che anche le aziende di grosse dimensioni e formalmente “in regola” non sono immuni da infortuni mortali: la rottura del paradigma lavoro irregolare = rischio che conseguenze ha o dovrebbe avere nell’immaginario collettivo?

Per i lavoratori precari, per non parlare di quelli in nero, il numero degli infortuni è senz’altro sottostimato; la stessa denuncia di infortuni sul lavoro mette a rischio il posto e, quindi, lo stipendio. Il D.lgs. 626/94, che disciplina la sicurezza sul lavoro nei cantieri, è stato pensato per un’organizzazione del lavoro come era negli anni ’80, con grandi gruppi industriali. Le esternalizzazioni (outsourcing) e l’introduzione delle forme di flessibilità negli anni ’90 hanno reso il modello già poco applicabile nel momento in cui è stato introdotto. Le grosse aziende sono sempre più spesso aggregati di diverse società e ricorrono a lavoro somministrato. Garantire un’adeguata formazione ed informazione sui rischi, una reale rappresentanza e tutela della salute in questo contesto diventa arduo. Inoltre l’emergenza salariale induce molti lavoratori a ricorrere ad un numero spropositato di ore di straordinario. Si aggiunga, infine, la mancanza delle risorse necessarie ad effettuare una vigilanza adeguata, che ha perfino indotto i vertici della ThyssenKrupp a non spendere i soldi stanziati per la sicurezza; ma anche la certezza dell’impunità, per l’inconsistenza delle sanzioni e i tempi lunghi della giustizia in Italia.

È possibile creare una mappatura dei settori, delle fasce o delle età più a rischio?

I dati INAIL riescono a dare questo tipo di dettaglio. Ovviamente i settori con la maggiore incidenza di infortuni mortali restano lavorazione dei metalli e minerali vari, del legno e costruzioni. Ma ogni morte e ogni malattia contratta mentre si lavora resta inaccettabile. Per quanto riguarda l’età, le classi più a rischio sono i giovani: l’incidenza delle classi fino a 24 anni è quasi il doppio rispetto alle classi successive. A ciò si aggiunge il dramma della maggiore aspettativa di vita. In ogni caso, nella Commissione di inchiesta sugli infortuni sul lavoro del Senato, di cui sono stata consulente nella XIV legislatura, è emerso che il sistema informativo dell’INAIL è incompleto e le banche dati sugli infortuni vanno integrate in unico sistema informativo centralizzato.

Quali sono i risultati a cui è approdata la Commissione?

Il punto di partenza dell’analisi e delle soluzioni prospettate è il cambiamento della struttura produttiva, che passa da un modello di massa tayloristico a un modello di esternalizzazione e di servizi. È di tutta evidenza, ormai, che in una singola realtà convivono diversi contratti e questo dato di fatto è imprescindibile se non si vogliono vanificare le normative a tutela dei lavoratori nei luoghi di lavoro.

La Commissione al termine dei lavori ha effettuato una relazione finale in cui erano contenuti gli indirizzi da dare al Parlamento.
Tra questi l’utilizzo del cartellino, l’aumento dei fondi per gli ispettori di vigilanza.

Nel settore degli appalti, invece, è molto importante la novità che prevede la presa in carico delle condizioni di sicurezza in capo al datore di lavoro.

Il Decreto 694, entrato in vigore nel 1997, è il corrispondente normativo della legge n.626 per i cantieri. Prevede, nella sua applicazione più canonica, che il committente, quando avvia la progettazione di un’opera edile, affidi al coordinatore la valutazione dei rischi prevedibili nel futuro cantiere e la conseguente predisposizione delle idonee misure atte ad eliminare o a ridurre questi rischi. Questa operazione coinvolge anche il progettista, con il quale il coordinatore lavorerà di concerto, e si concretizzerà in un progetto razionalizzato ai fini dell’esecuzione degli interventi, e di cui farà parte anche il PSC (piano di sicurezza e di coordinamento). Il committente è particolarmente responsabilizzato anche nella scelta dell’appaltatore e/o delle imprese e lavoratori autonomi, che devono avere adeguata capacità in funzione dei lavori da eseguire. Alle imprese sarà imposta contrattualmente l’accettazione e l’attuazione del PSC. In fase di realizzazione dei lavori al coordinatore per l’esecuzione spetta il controllo dell’applicazione dei piani di sicurezza da parte delle imprese. Questa attività – particolarmente impegnativa e responsabilizzante – si realizza con una serie di sopralluoghi in cantiere (in particolare nelle fasi di maggiore criticità) e nell’acquisizione o controllo della documentazione che dimostra l’adempimento degli obblighi da parte dei datori di lavoro. Tra questi vi è la predisposizione del POS (piano operativo di sicurezza).

Un’altra novità è l’analisi delle interferenze varie e la corresponsabilità tra i datori di lavoro.

Lei lavora come responsabile per la sicurezza dell’ospedale San Raffaele: quanti sono gli RLS del San Raffaele?
Dentro l’ospedale prima eravamo in 9 adesso siamo rimasti in 4: in particolare, di quei cinque, due hanno lasciato, uno è “passato dall’altra parte”, una è stata licenziata. Era un tecnico di radiologia e aveva paura di non poter più garantire una vita serena a suo figlio, timore che putroppo aveva una fondatezza dimostrata nei fatti.
Qual è il ruolo ad essi attribuito dalla legge e quale quello effettivo?
In passato, lo statuto dei lavoratori prevedeva che i Sindacati potessero occuparsi anche di salute e sicurezza dei lavoratori, in realtà le OO.SS. da tempo hanno abdicato a questo ruolo, “scaricandolo” ai responsabili per la sicurezza dei lavoratori.
Io credo che gli RLS siano stati sostanzialmente abbandonati da qualsiasi sindacato e che l’eccessiva burocratizzazione a carattere verticistico sia l’emblema di una mancanza di radicamento nei luoghi di lavoro. Inoltre, si consideri che per ogni accordo fatto con il responsabile sicurezza territoriale, avviene la dazione di denaro al fondo di solidarietà.
Il vero punto nodale però è un altro: le OOSS non valutano il ruolo dei responsabili sicurezza sul lavoro e vogliono che siano scelti tra gli RSU e non tra i lavoratori, con evidenti conseguenze in termini di rappresentatività e libertà operativa e decisionale.
Sono presenti in tutte le aziende?
Nella maggior parte delle aziende non c’è il RLS, e poi più vai al Sud più scompare. Anche nelle grandi realtà molti possono essere stati nominati e dunque non hanno la piena rappresentatività.
Il nuovo Testo Unico sulla Sicurezza (123/07) prevede che ci sia una sorta di election day in cui i lavoratori possano scegliere gli RLS. In teoria dovrebbero essere eletti ma l’elettorato passivo comprende solo gli RSU e gli RSA e non i lavoratori. Laddove in azienda manchino gli RLS suppliscono gli RLS territoriali che vengono suddivisi in base al comparto. L’organizzazione è molto gerarchizzata e burocratizzata dal momento che vengono effettuate solo riunioni annuali e quindi si ha poca conoscenza delle dinamiche concrete.
Come lavorano gli RLS?
Sulla carta hanno diritto di avere accesso e copia di documenti importanti quali la valutazione del rischio e il registro infortuni. In Italia gli RLS non hanno diritto d’assemblea. In altri paesi europei come ad esempio la Svezia, la Norvegia e la Danimarca gli RLS possono bloccare l’attività produttiva quando riscontrano anomalie o nella sicurezza. In Italia, invece, hanno ben poca agibilità sindacale.
Nella legge n.123 del 2007 si prevede il rafforzamento del ruolo degli RLS. L’augurio per tutti i lavoratori è che questo non rimanga lettera morta.
Ci sono dei margini di miglioramento per creare una circolazione virtuosa delle informazioni tra Ispettorato, Nas, ASL, e così evitare dispendio di energie, ritardo nei controlli o duplicazioni negli accertamenti?
Certamente sarebbe auspicabile un coordinamento del sistema informativo che consenta di evitare duplicazioni e ritardi. In alcuni settori, ad esempio l’edilizia, e in alcune regioni geografiche sono già in atto sperimentazioni in questo senso e hanno dato risultati positivi. E’ invece un falso problema quello che alcune aziende vengono visitate da molti organi di vigilanza e altre da nessuno: infatti, le prime potrebbero incorrere in diverse violazioni, di competenza di diversi enti dal momento che i vari ufficiali di Polizia giudiziaria hanno l’obbligo di segnalare ai colleghi degli uffici competenti.
I soggetti coinvolti nella sicurezza sono tanti:dagli ispettori del lavoro ai pompieri. Il problema è particolarmente sentito per le posizioni contributive: la loro conoscenza pregressa agevolerebbe il lavoro degli Ispettori del lavoro. Certamente poi, andrebbe incentivata anche l’autoresponsabilizzazione, come ad esempio l’utilizzo di caschi e cinture di sicurezza, degli stessi lavoratori. Il problema principale quando arrivano le ispezioni è riuscire a distinguere chi lavora e chi no. Da questa semplice “complicazione pratica” è nata l’idea del cartellino nei cantieri. L’obiettivo è quello di fare chiarezza prima su chi effettivamente lavori in un cantiere, in modo tale da ricostruire un organigramma preciso, cosa non sempre agevole.
Gli ispettori del lavoro che poteri hanno? Nei blog creati spontaneamente dai parenti delle vittime del lavoro si sostiene che le ispezioni dell’Ispettorato del lavoro, dei Nas e della Guardia di Finanza sono annunciate. Sono mai state fatte delle indagini in merito alla presenza di “talpe” negli organismi deputati al controllo?
Alcuni organi di vigilanza partono dal presupposto che alcune violazioni delle leggi sulla sicurezza sul lavoro non possono essere sistemate in una settimana: preannunciare una visita consentirebbe, invece, di ottimizzare i tempi. Sapere in anticipo che in tale data ci sarà una visita della ASL o dei Vigili del Fuoco consente al datore di lavoro di predisporre tutta la documentazione richiesta e agli organi di vigilanza di interloquire con i soggetti responsabili. Se poi si innesca un meccanismo “virtuoso” per cui viene messo a norma ciò che non lo era – e rimane dopo che l’organo di vigilanza se ne va – il beneficio per i lavoratori è sicuramente superiore a quello della mera erogazione della sanzione. In altri casi, l’effetto sorpresa consente di rilevare le reali condizioni di lavoro.
Spesso la 626 viene considerata dagli imprenditori un orpello, un lacciolo, una voce di bilancio. Ci sono esperienze di aziende che hanno saputo interpretare le leggi sulla sicurezza come un valore aggiunto?
Paradossalmente le aziende che più si stanno dotando in termini di sicurezza sui luoghi di lavoro sono le aziende del settore chimico-farmaceutico. Proprio le aziende che hanno il potenziale di pericolosità tra i più elevati hanno deciso, a livello internazionale, di perseguire l’obiettivo infortuni zero. Il meccanismo virtuoso riguarda la responsabilizzazione dei lavoratori e meccanismi incentivanti per chi suggerisce la riduzione del rischio residuo. Se il marketing sociale salva vite umane e la salute dei lavoratori, ben venga!
Talvolta le aziende dove si verificano gli incidenti addebitano la colpa alla distrazione del lavoratore. In che percentuale questo è vero o è un alibi?
Molto spesso il lavoratore è doppiamente beffato perché oltre a subire l’infortunio, spesso si vede riconoscere dal Tribunale anche una responsabilità colposa nell’incidente, con inevitabili conseguenze sul risarcimento del danno o l’indennità di malattia.
Violare le regole sulla sicurezza costa poco, sia in termini economici che in termini penali. Conosce dei casi in cui l’azienda è stata ritenuta non responsabile sulla base di un’interpretazione restrittiva delle norme sulla sicurezza o dei principi di responsabilità penale?
Purtroppo sì e anche più di uno. Parlerò di uno tra i meno tragici: un’infermiera si è infortunata ad una spalla, mentre soccorreva una paziente caduta per terra. Essendo solo due infermiere in turno e sapendo che la collega era impegnata in un’altra urgenza, aveva tentato di sollevare la paziente da sola. Non erano presenti sollevatori in reparto. Per non lasciare sul letto la paziente decise, dunque, di procedere da sola. A causa dello sforzo effettuato ebbe un infortunio alla spalla destra.
l datore di lavoro ha sostenuto di aver formato la lavoratrice, che ben sapeva che per poter sollevare la paziente senza rischi per la propria salute bisogna operare almeno in tre. Il giudice ha dato ragione al datore di lavoro. I corsi di formazione rappresentano, infatti, un ottimo escamotage per manlevare l’azienda da qualunque responsabilità in caso di danno o infortunio del lavoratore. In realtà, da un po’ di tempo a questa parte questo tipo di corsi , effettuati da scuole specializzate, consistono nella registrazione formale di una firma o nel fornire delle dispense e pur a fronte di un considerevole aumento dei lavoratori immigrati non vengono effettuati in lingua straniera.
Gli osservatori del fenomeno morti sul lavoro sostengono che in Italia c’è una delle legislazioni più garantiste d’Europa. E allora come si spiegano i numeri? Dov’è che nasce il cortocircuito?
La legge non è mai stata completamente applicata. Ad esempio, per quanto riguarda la designazione dei Rappresentanti dei Lavoratori per la Sicurezza, è stata fatta in pochissime realtà e ancor meno sono quelle che garantiscono vera agibilità nello svolgimento del ruolo. Sono frequenti i licenziamenti (e normalmente i successivi reintegri) di RLS che denunciano le condizioni di rischio nelle proprie aziende. Ma anche gli organici degli organi di Vigilanza (SPSAL delle ASL, Vigili del Fuoco, Polizia Locale, Ispettori del Lavoro, ecc.) sono insufficienti anche solo a poter rispondere agli esposti e alle denunce; figuriamoci se si può parlare di prevenzione.
La Legge 123/07 stanzia risorse per l’assunzione di tecnici della prevenzione presso l’Ispettorato del Lavoro. Ma poi occorrerà formarli e comunque i numeri sono insufficienti a coprire completamente la domanda.
È mai avvenuto nella recente storia repubblicana che disegni di legge o provvedimenti che avrebbero migliorato le condizioni di lavoro si siano arenati o siano stati “affossati”?
Diciamo che già alcuni provvedimenti che hanno modificato il D.lgs. 626/95, come il D.lgs. 25/01 che ha introdotto il rischio chimico “moderato” hanno rappresentato un arretramento nella tutela della salute dei lavoratori. Se pensiamo alle posizioni di Medicina Democratica, già alla fine degli anni ’60, alcune delle loro richieste a tutela della salute e per la sicurezza nei luoghi di lavoro erano allora già più avanzate di quanto oggi troviamo nella legislazione italiana. Anche rispetto al recepimento delle direttive europee, l’Italia è stata sanzionata, proprio per i contenuti del D.lgs. 626/94.
Ci sono delle voci favorevoli all’abolizione del meccanismo dei subappalti, nei quali di risparmia sulla sicurezza e sul costo dei lavoratori, scegliendo spesso maestranze poco preparate e precarie?
La Legge 123/07 ha introdotto dei correttivi in questo senso.
Lei ritiene che la mancanza di sicurezza sia solo un problema di costi o sia anche il sintomo di una sottovalutazione della considerazione sociale?
Focalizzando il punto di vista imprenditoriale, in molti casi potrebbe essere una questione di costi: gli investimenti in termini di prevenzione sono a carico dell’azienda, mentre l’indennizzo dell’infortunio è a carico della collettività (INAIL). Per questo, si è cercato di legare il premio INAIL alla capacità di ridurre gli infortuni (una specie di bonus/malus). Mentre analizzando i comportamenti dei lavoratori, si denota ancora una scarsa cultura della sicurezza, che può essere aumentata solo attraverso la formazione, a partire da quella scolastica. Infatti, la legge delega per il Testo Unico, da esattamente questo indirizzo.
L’Associazione nazionale costruttori edili, rilevando la condivisione di temi quale quello della sicurezza, ha sottolineato come le richieste normative ed economiche presentate dal sindacato «appaiono particolarmente pesanti e tali da incrementare il costo del lavoro, già troppo elevato per il settore, in termini assolutamente non compatibili con l’attuale realtà imprenditoriale e con l’andamento del mercato delle costruzioni”. Questa chiusura a priori come si riverbera sul mercato, soprattutto nel settore degli appalti pubblici?
Credo che l’affermazione dell’associazione nazionale costruttori edili sia totalmente ipocrita: abbiamo già dimenticato quanto spariva nelle tasche dei politici di ciò che doveva essere investito nelle opere pubbliche, cioè quanto scoperto da tangentopoli? E quanto si perde nella catena dei subappalti? In ogni caso, la vita umana vale di più del profitto.

A cura di Dafne Anastasi (Giurista)

 

 

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