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VOCI ANTIMAFIA: INCONTRIAMO PETER GOMEZ

sabato 02nd, febbraio 2008 / 13:17 Written by

di Dafne Anastasi

Attratti dalle sue coraggiose pubblicazioni (*), alcune frutto di lavoro a quattro mani, con giornalisti del calibro di Marco Travaglio e Lirio Abbate (quest’ultimo grande esperto di cose siciliane, redattore dell’Ansa e collaboratore  de La stampa), la Redazione de la Voce di Robin Hood  ha deciso di incontrare Peter Gomez, per parlare del suo ultimo libro "I complici", edito da Fazi, dove ci narra di tutti gli uomini di Bernardo Provenzano disseminati da Corleone sino alla cupola del Parlamento.Con dati e riferimenti alla mano vengono  illuminati gli aspetti borderline della galassia di professionisti che consentono da alcuni decenni la sopravvivenza di Cosa Nostra, attraverso un trasversalismo paramafioso che ha abbracciato destra e sinistra.  La mafia del terzo millennio ha capito che per sopravvivere doveva cambiare pelle. Oggi  accompagna alla lupara il doppiopetto, affilia i laureati, stila business plan per farsi finanziare dalla Comunità Europea.  Il libro coglie nel segno e la conferma purtroppo non deriva solo dal successo editoriale del libro, ma dalle ripetute minacce di morte a Lirio Abbate, al quale da più di un mese è stata affidata la scorta.



Come è nata l’idea di un libro come "I complici"? Da un ragionamento deduttivo su come una latitanza possa durare quarantatre anni o dall’aggregazione di trafiletti di cronaca giudiziaria  passati sotto oblio?

L’idea del libro è nata da 15 anni di conoscenze e di  riflessioni supportati dalla esperienza. L’idea che io e  Lirio Abbate ci siamo fatti è  che la latitanza di Bernardo Provenzano non possa essere stata possibile solo per i rapporti politici ma anche per  ragioni di carattere storico. Fino al 1992, anno delle stragi di Falcone e Borsellino nessuno ha cercato i latitanti. Provenzano per primo ha elaborato la teoria della sommersione e della mediazione politica. La sua idea era quella di essere quanto  più possibile invisibili e, di fatto, da questo è nato un punto di equilibrio. Sotto un certo punto di vista ha fatto un favore allo Stato Il ruolo di Provenzano è stato quello di gestire oggettivamente Cosa nostra dagli anni sessanta  fino al suo arresto.

Come hanno reagito le persone  che avete incontrato in Sicilia? Pudore,  sollievo o paura di affrontare una questione tabù come la mafia?

Su questo c’è da dire che l’approccio scelto con la gente comune non è di tipo diretto. Si basa sul giornalismo investigativo. È impossibile pensare di andare da qualcuno e dire: "Piacere, sono un giornalista che si occupa di mafia": la risposta sarebbe l’omertà. Fonti giudiziarie ma anche le cosiddette "fonti dei cattivi".  Non si fanno i nomi, per indicare qualcuno si parla di "quello", e tutti sanno comunque di chi si sta parlando. Tutti ne conoscono l’esistenza fin da piccoli, si dice ma non se ne parla.

La mafia nelle persone è aumentata o diminuita?

Dal punto di vista sociologico è aumentata la "mafiosità" e l’area grigia che gravita intorno ad essa, sono cambiati i rapporti di forza, c’è stata una caduta verticale degli omicidi. Sostanzialmente la mafia ha capito che si possono fare soldi anche in maniera legale, ma sa che la sua forza rimane sempre e comunque la  violenza e  che alla minaccia non possono non seguire i fatti: il rischio è quello di   perdere la credibilità. Il suo potere consiste nel  consenso sociale e nella  capacità di distribuire reddito. Rimane il fatto che è molto difficile parlare apertamente di certi fenomeni.

Ci sono i limiti che non si possono oltrepassare? Ci sono settori particolarmente "intoccabili", zoccoli duri dentro zoccoli duri?

Mi viene in mente il settore sanità. Esso riguarda il 70 % della spesa pubblica . Tengo a sottolineare, però, che  le nomine dei primari ospedalieri  possono avere una logica clientelare anche al Nord. Essa esiste in tutta Italia,  l’unica differenza è che al Sud chi aiuta la nomina porta con sé anche una pistola.

Oggi non si spara più e la mafia è un camaleonte lontano dalle cronache di prima pagina. Eppure secondo le ultime ricerche Eurispes il fatturato di Cosa Nostra ammonta a quasi 13 miliardi di Euro. L’estrinsecazione della violenza sembra  inversamente proporzionale all’accumulazione di capitale. Sono cambiati i metodi?  Siamo in presenza di una mafia di seconda generazione?

 

Più che di seconda io parlerei di terza generazione. Il prisma ottico che noi abbiamo adottato è stato quello della politica, ma naturalmente un fenomeno come Cosa nostra meriterebbe di essere scandagliato anche in altri imprescindibili aspetti.

Abbiamo usato il prisma della politica perché la politica garantisce i voti "sicuri". La mafia SPA sa fare benissimo i suoi conti, sa su chi si può o non si può contare, sa persino utilizzare i meccanismi elettorali per ottenere seggi sicuri e creare liste civiche per non rischiare la vanificazione della preferenza accordata. C’è da dire che molto spesso il politico oltre ad avere paura fisica ha paura dell’eredità del passato, ha paura che qualcuno possa ricordargli i suoi trascorsi.

Dalle pagine del libro pare emergere una mafia trasversale in cui non c’è destra e sinistra. Si arriva a ricoprire un incarico politico  e poi non si può dire di no, ad appalti, nomine, assunzioni o prima si da la propria disponibilità e poi si può ricoprire l’incarico?  Si fa politica in quanto Cosa Nostra o nonostante Cosa Nostr
a?

Credo siano presenti entrambi gli elementi nella stessa percentuale. Sostanzialmente il punto è che talvolta l’apporto mafioso si limita all’incipit, e poi conosce un meccanismo di autoalimentazione. Sono finiti i tempi in cui il candidato faceva lo struscio nel paese a braccetto con il boss: oggi basta la parola, " è ccu chiddu" per cristallizzare uno status e godere di un prestigio indiretto. Nei pizzini di Matteo Messina Denaro si fa esplicito riferimento a un contatti a tu per tu con i politici, a un vero e proprio peso specifico.

Certo l’ultima legge elettorale, per quanto liberticida, non solo  ha rappresentato un’occasione mancata ma ha persino aggravato la percezione del segnale di vitalità della mafia. Le nomine non hanno depurato i partiti dagli elementi ambigui e anzi la loro riconferma ne ha rafforzato il prestigio. Si poteva quantomeno fare saltare un turno a soggetti  dall’incerta levatura morale ma  così non  è stato.  La mafia vive di segnali e il segnale è  stato di conferma.

Quando si scopre che alcuni candidati o nominati nelle liste elettorali sono in odore di mafia, le segreterie dei partiti, novelli Ponzi Pilato,  dicono di non sapere e che è impossibile esercitare un  controllo capillare sul  partito. La Commissione Antimafia ha elaborato un codice di autoregolamentazione che i partiti possono facoltativamente adottare per scongiurare simili rischi.  È un’operazione di marketing politico  o stiamo per assistere a una piccola rivoluzione?

Il codice rappresenta indubbiamente un piccolo passo verso la chiarezza e l’assunzione di responsabilità naturalmente, bisognerà andare oltre le parole e vedere i fatti e le sanzioni adottate.

Tra circa due mesi verranno dai prefetti tutte le segnalazioni ricevute e tutte le anomalie riscontrate durante le elezioni amministrative.  L’escamotage utilizzato è quello di candidare parenti e amici e non persone direttamente coinvolte in inchieste giudiziarie.

Io credo che la vera sanzione sia la pubblicizzazione delle candidature sospette ma bisogna vedere cosa farà la stampa nazionale. Il meccanismo virtuoso sarebbe quello di rendere pubblica la candidature e produrre scandalo. L’autoriforma dei partiti difficilmente potrà nascere da sé  stessa,  avrà comunque bisogno di una spinta propulsiva esterna e questa spinta nasce dall’informazione. E quando parlo di informazione mi riferisco alla stampa nazionale. Un giornale come il Giornale di Sicilia si è dimostrato pronto a fare tutto questo ma necessita di una cassa di risonanza nazionale.

In questi ultimi anni hanno cominciato a prendere piede i movimenti antimafia, esperimenti come le cooperative di Libera e i ragazzi di AddioPizzo.  Tutte esperienze parallele se non addirittura estranee alla politica. L’antimafia si fa fuori dai partiti e si regge sul lavoro di pochi e per lo più volontari. Il suo essere estranea alle Istituzioni  è il suo punto di forza o la sua debolezza?

È un punto di forza rispetto alla politica: essere estranei ad essa significa non essere ricattabili. È un punto di debolezza perchè fino a quando non diventerà una vera e propria "lobby",  in grado di avere un consenso popolare anche dentro l’urna elettorale, non sarà tra gli attori sociali del vero cambiamento.

Essere un cronista giudiziario rappresenta un osservatorio privilegiato dei mutamenti e delle applicazioni giurisprudenziali. Dopo il bagno  catartico   di Mani Pulite,  alcune sentenze  hanno utilizzato sofisticati meccanismi processuali per manipolare istituti giuridici come il concorso esterno in associazione mafiosa o il favoreggiamento vanificando lo sforzo di Pubblici Ministeri e forze di polizia . Fino a che punto  il garantismo processuale può tramutarsi in svuotamento delle regole?

In Italia l’art. 3 Costituzione è lettera morta, il principio di eguaglianza è soppiantato da una discriminazione a base censitaria. Se hai un bravo avvocato avrai tutte la garanzie previste dall’ordinamento, se non te lo puoi permettere il discorso cambia . Se poi consideriamo che in Commissione Giustizia siedono avvocati e che dietro  i loro provvedimenti ci sono fattispecie di reato che coinvolgono il loro clienti il gioco è fatto. Anche qui si tratta di conflitto di interessi: se la tua indennità mensile  è di 18.000  Euro non dovresti continuare  a fare il tuo lavoro. Se poi si analizza il dato per cui molti avvocati sono ex presidenti di Camere Penali che hanno avuto e hanno tra loro clienti illustri mafiosi si capiscono bene le forzature su alcuni provvedimenti. Che possono anche essere figli del ricatto: "chiddi," quando, in quanto clienti,  ti vengono legittimamente a trovare al tuo studio legale, sotto la camicia hanno la pistola.

Verità processuali e verità storiche. Talvolta, nei Tribunali,  elementi  di fatto, seppur storicamente accertati non sono stati poi configurati come reato in sentenza. Il fatto c’è ma non è qualificato come reato. La prescrizione viene mediaticamente trasfigurata in assoluzione, l’art. 530 c.p.p. ha preso il posto della vecchia insufficienza di prove , eppure il fatto è fatto ed è stato provato. Come, da quando  e con quale ragionamento si è passati a equiparare la verità storica alla verità processuale?

Qui bisogna distinguere un piano processuale e un piano di organizzazione dell’informazione.

Se andare a pranzo o a cena con un mafioso non è di per sé un reato, come è stato sovente stabilito dai giudici di questo paese è pur vero che la gente dovrebbe sapere quali sono le frequentazioni di un candidato o di un politico per elaborare  una propria valutazione etica.

Sul piano della pubblicizzazione del fatto, anche quando  processualmente provato viene fuori tutta l’anomalia italiana. Gli editori di carta stampata e televisione,  pubblica e privata, sono anche imprenditori o amici. Le relazioni amicali, i network, sono quelli che ti fanno fare carriera e allora si capisce  che fare il contropelo o il cane da guardia a quello che ti ha aiutato a fare carriera o che hai visto a pranzo il giorno prima diventa  quantomeno un boomerang. Indro Montanelli  diceva che la corruzione per un giornalista comincia con un piatto di pastasciutta.

 In america i giornalisti delle testate indipendenti sostengono che per fare bene questo lavoro non si possono avere amici.

Io aggiungo che anche i procuratori antimafia, per  essere totalmente liberi di fare le loro indagini e trarre le dovute conseguenze dovrebbero venire  da fuori. Vicini di casa, compagni di scuola, amici di famiglia: bisogna avere un senso etico della professione per non farsi condizionare e andare oltre il piano delle relazioni conosciute, e non è semplice.

Qualcuno ha detto: mente  borghese, lupara proletaria. Oggi, in Italia, l’apparato normativo offre strumenti sufficienti per intercettare e colpire la galassia di professionisti  che dando  linfa e offrendo  le loro competenze alla mafia ne consentono la sopravvivenza?

L’ordinamento di per sé si, ma è anche vero che quello che accade per Cosa Nostra non accade per i colletti bianchi. A parità di imputazione la soglia probatoria e di punibilità per un colletto bianco è molto più alta che per un "mafioso militare". I boss da dentro il  carcere sono molto risentiti, se ci si pensa bene avviene una vera e propria disparità di trattamento. Certo, non ci si può aspettare che tutti i giudici siano eroi, ma è innegabile che il metro di giudizio utilizzato sia diverso a seconda che imputato sia un mafioso militare o un mafioso- imprenditore-professionista.

Lei ritiene che la mafia non sia ancora stata sconfitta per negligenza, incompetenza o assenza di volontà politica?

Credo che sia una sintesi tra assenza di volontà, negligenza e sottovalutazione fenomeno e dell’apparato reticolare che lo alimenta. La mafia si è fatta conoscere sparando, poi ha tentato di comandare sulla politica, si è fatta essa stessa partito,  adesso ha capito che per andare avanti si deve studiare e laureare. Ha messo i suoi figli e i suoi cugini nelle redazioni dei giornali, nell’ordine degli avvocati, nelle P.A., nei partiti e, si sa, il sangue è sangue e non si può tradire.

 

(*) CENNI SU PETER GOMEZ

Cronista giudiziario de L’Espresso, collaboratore di MicroMega,  ha lavorato a Il Giornale ai tempi di Indro Montanelli e a La Voce.

Prolifica e conosciuta al grande pubblico la collaborazione con Marco Travaglio, con il quale ha scritto:

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