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LA FUNZIONE INNOVATRICE DEL LINGUAGGIO

venerdì 01st, Febbraio 2008 / 10:43 Written by
in Saggi

di Riccarda Novello

La funzione innovatrice del linguaggio (Im günstigsten Fall führt literarisches Schreiben und Lesen zu Erkenntnis 1).

Nel volume "La vita nelle parole ~ le parole nella vita" (nel testo originale: Das Leben in den Worten ~ die Worte im Leben Das Leben in den Worten ~ die Worte im Leben 2), l’Autrice intendeva esercitare la pratica del leggere, necessaria alla traduzione e all’interpretazione dei testi scritti, indicando la possibilità di approdare a nuovi livelli di conoscenza. In particolare, nella letteratura contemporanea di lingua tedesca, e con maggiore evidenza nell’area austriaca, aveva notato la particolare attenzione alle pressoché inesauribili potenzialità creative offerte dal mezzo linguistico, e l’anelito a una deutsche Sprache ben diversa dal cosiddetto "tedesco della maggioranza" (Mehrheitsdeutsch), una lingua ancora in evoluzione, in fieri, una modalità espressiva in grado di anche rinviare a contesto extralinguistico, e soprattutto a un atteggiamento dialogico di apertura all’Altro e di solidarietà intersoggettiva, come si legge ad esempio nella raccolta di saggi "Discorsi di streghe" (Hexenreden), citata nella postfazione al volume "Una lingua nuova dovrebbe poter rappresentare un’altra, diversa correlazione tra soggetti e riuscire a produrla nella raffigurazione". (3)

Questa attenzione coraggiosa e illuminata al valore del pensiero e del linguaggio poetico induce a riflettere sulle soluzioni possibili che si offrono al singolo e alla collettività di fronte a problemi di rilevanza epocale come la violenza che porta inevitabilmente a un irrigidimento se non alla fine delle risorse, e l’idea della creatività come possibile via da percorrere per uscire da un impasse che non riguarda solo le donne, ma il mondo intero e le sue prospettive di futuro. Nel suo breve, ma fondamentale saggio On Violence (Sulla violenza) Hannah Arendt ricorda da un lato il pericolo rappresentato dall’ostilità verso il pensiero, e dall’altro l’importanza delle emozioni, l’importanza del saper provare delle emozioni vere. «La quasi istintiva ostilità dei più nei confronti del singolo – scrive Hannah Arendt -, è sempre stata attribuita, da Platone a Nietzsche, al risentimento, all’invidia […] ma questa interpretazione psicologica non coglie il punto fondamentale. Infatti, nota la Arendt, è nella natura di un gruppo e del suo potere rivolgersi contro l’indipendenza, che è proprietà della potenza individuale. (4)

Eppure proprio pensando l’essere umano produce se stesso, come ricorda la Arendt parafrasando Hegel e la sua suggestiva espressione Sichselbstproduzieren. Altrettanto pericolosa dell’assenza di pensiero è quindi l’assenza di emozioni, che di per sé «[…] non causa né promuove la razionalità.» E quindi, scrive ancora la Arendt, mettendo in guardia i suoi contemporanei, il distacco e l’equanimità di fronte a una tragedia insopportabile possono in effetti essere semplicemente terribili (5).

Quanto siano attuali le riflessioni di Hannah Arendt per un armonioso sviluppo della società, affinché si educhino generazioni in grado di pensare e di provare emozioni, lo dimostra ad esempio uno studio piuttosto recente, che pone in risalto l’importanza della creatività, intesa come capacità di trovare soluzioni innovative per il proprio spazio individuale e per lo spazio pubblico. Per avviare fasi di crescita economica e di sviluppo a tutto campo, la società contemporanea deve offrire il massimo spazio possibile a una nuova classe creativa, una classe di scienziati, intellettuali e artisti, caratterizzata da un elemento fondamentale, la creatività, ovvero l’energia che consente di introdurre elementi innovativi, di apportare idee e soluzioni originali rispetto alle tradizionali organizzazioni associative e ai consueti schemi produttivi. E’ questa la "ricetta" che ci viene suggerita da alcuni studiosi, come Richard Florida in L’ascesa della nuova classe creativa, (6) un volume in cui si auspica che le persone di talento, dagli ingegneri ai musicisti, sappiano e possano dare alle altre classi delle prospettive concrete per costruire un futuro migliore, valorizzando la creatività, definita concretamente come "attività a tutto campo, ricettività intellettuale, diversità etnica, apertura politica".

Per Richard Florida appare altrettanto fondamentale coltivare la creatività sotto ogni forma e in tutta la popolazione: in fondo, ci ricorda, non si può sapere dove nascerà il prossimo Andy Warhol, Thomas Edison, Giorgio Armani, o il prossimo Bill Gates. Altrettanto importante, nota lo studioso, è la consapevolezza del fatto che non si può fare a meno di alimentare valori come la tolleranza e l’apertura verso il nuovo e il diverso. Come sottolinea lo studioso, purtroppo ancora si nota la tendenza a valutare e giudicare gli individui più sulla base del rispetto di norme e convenzioni sociali tradizionali che non per le loro capacità specifiche, di pensiero autonomo e indipendente. Ebbene, è proprio questa la piena consapevolezza anima la scrittura di molti autori e autrici della letteratura contemporanea di lingua tedesca, e in particolare i testi dell’austriaca Marianne Fritz, una scrittrice straordinaria e ben poco conosciuta malgrado la sua fluviale produzione, edita per i tipi di Suhrkamp.

La sua vita ritirata e per nulla esibita contrasta con ogni consuetudine di visibilità e di marketing, (7) e d’altro canto testimonia l’assoluta dedizione a un progetto poetico che l’assorbe pienamente e autenticamente: Marianne Fritz non scrive per un bisogno di "compensazione", non scrive per diventare "visibile" e ottenere qualche vantaggio. Il suo programma è racchiuso nella frase spesso citata: «L’opera deve essere autonoma, l’autrice restare anonima.» Originaria della Stiria, nel 1978 Marianne Fritz ottenne il prestigioso Robert-Walser-Preis, prima ancora che il suo racconto Die Schwerkraft der Verhältnisse, Il peso delle circostanze, venisse pubblicato, e da allora ha continuato a lavorare senza sosta al suo progetto creativo: prima dando alle stampe Das Kind der Gewalt und die Sterne der Romani (1989), poi Dessen Sprache du nicht verstehst (La cui lingua tu non comprendi, 1986) e in seguito i cicli Naturgemäß I e II (Secondo natura I e II, 1996 e 1998).

Si tratta di una serie di titoli che vanno a comporre altrettanti tasselli di un mosaico, ovvero di un ciclo di romanzi che Marianne Fritz ha chiamato Die Festung, La fortezza, con un chiaro riferimento al terribile e soffocante irrigidimento che ogni "ordine" definitivo inevitabilmente comporta, a discapito della vitalità e della creatività delle persone. Ai testi di Marianne Fritz chi scrive è giunta "casualmente", traducendo un frammento tratto dal racconto Die Schwerkraft der Verhältnisse. Il titolo del frammento, pubblicato come testo autonomo è per l’appunto una tipica frase fatta: il racconto di Marianne Fritz, infatti, mette in scena – per così dire – l’assunto ben noto che «il potere è nel linguaggio», e al tempo stesso mette in guardia dal pericolo che rappresentano proprio le formule vuote,
ripetute meccanicamente, quelle glatte Alltagssätze ("lisce, ben levigate frasi quotidiane") che nascondono troppo spesso un terribile vuoto del pensiero e a volte celano persino il tentativo di soffocare negli altri le risorse che la creatività, e in primis la creatività linguistica, può e deve offrire per opporsi alla violenza nei rapporti interpersonali, alle ingiustizie individuali e collettive, all’ottusità di chi pretende sempre di avere ragione, semplicemente perché è incapace di attivare un dialogo e di riconoscere l’Altro.(8).

La posizione dell’autrice è concentrata in un testo denso di significato, che può essere assunto come punto di partenza per affrontare la lettura dei suoi scritti ma anche come riflessione significativa e illuminante sulla violenza che ogni osservazione apparentemente "oggettiva" e soprattutto "definitiva" inevitabilmente comporta. Chi legge la prosa di Marianne Fritz deve saper riconoscere che al di là della superficie di frasi fatte, di espressioni tipiche del linguaggio burocratico, di formulazioni precostituite, ebbene al di là di questa "barriera" si cela semplicemente il palpitare della vita vera, con le sue infinite sfumature. L’autrice si propone per l’appunto di esplorare quel materiale narrativo che possono offrire "die Leerestellen" ("gli spazi vuoti"), "das Nichtrelevante" ("il non-rilevante"), "das Weggestrichene" ("quanto è stato depennato, cancellato"), "das unerwähnt Gebliebene" ("quel che è rimasto sottaciuto, non menzionato"), das "Überflüssige" ("il superfluo"), e di conseguenza afferma chiaramente di essere interessata a tutti quegli aspetti delle singole esistenze che non vengono "vermittelt" (comunicati nei formulari), "bestätigt" (confermati"), "berichtet" ("riferiti", ad esempio nei moduli di denuncia, "in Meldezetteln"), eccetera: «[…] was in einem Lebenslauf drinnen stehen soll […].» « […] tutto quel che deve stare dentro un curriculum vitae […].» (9).

Il linguaggio logocentrico e razionale, oggettivo, di tutti quelli che ricoprendo una carica o una funzione pubblica rivendicano per se stessi il diritto di pronunciarsi sulla vita dei loro simili, ovvero il linguaggio di tutti i cosiddetti esperti, dei funzionari, dei giudici, degli esperti di demoscopia, dei politologi come dei sociologi, finisce inevitabilmente per irrigidire la molteplicità della vita vera, pulsante, autentica, sofferta e sofferente nella rigida sistematicità di un "Ordine", di un "Sistema", che, fondato appunto sul linguaggio, non è in grado, e neppure lo vuole né può volerlo, di rendere giustizia alla vita vera, das wirkliche Leben, come prosegue l’autrice nella sua Lettera (Brief) di carattere poetologico: «[…] Esperienze di vita ? Destini ? Sofferenze ? Tormenti ? Pena, sbagli che devono essere PAGATI, sofferti; probabilmente, pensabile lo è di certo, io trasformo certi curricula traendone di nuovo esperienza di vita?» (10).

Dai curricula vitae, dalla fredda e spietata definitezza dei documenti alla ricchezza umana, emozioni, particolari, sentimenti, pensieri, sogni, della vita vera: ecco la direzione che viene indicata, una direzione che è tipica di una sensibilità se non femminile, propria di tutte le donne, senz’altro "al femminile", ovvero la capacità di sentire e di agire in modo diverso, dialogico, con un’attitudine che rispetta il "Tu".

E’ questa la qualità specifica che Konstanze Fliedl individua nei racconti raccolti nel volume citato, e che si può definire come "Frauenliteratur" in riferimento a una significativa, fondamentale riflessione di un’altra grande autrice austriaca, Marie-Thérèse Kerschbaumer: «[…] als Fähigkeit weiblicher Schriftsteller, gerade wegen der miserablen Voraussetzungen ihrer Arbeit eine spezifische sprachliche Sensibilität zu entwickeln.» «[…] come capacità propria di scrittori femminili di sviluppare una specifica sensibilità linguistica proprio a causa delle miserevoli premesse del loro lavoro.» (11).

Queste autrici non vogliono certo suscitare nei lettori un atteggiamento di compassione, e neppure intendono offrire comodi modelli di riferimento: la loro attenzione è incentrata sulle risorse prodigiose del mezzo linguistico, nel loro caso della lingua tedesca, ovvero "die Möglichkeit einer anderen Sprache", "la possibilità di una lingua altra": «[…] die noch nicht regiert hat, die aber unsere Ahnung regiert und die wir nachahmen.» (12). Ebbene, la ricerca di una andere Sprache viene esemplificata nel racconto "Die Schwerkraft der Verhältnisse" grazie al personaggio femminile di Berta Schrei, che finisce per soccombere al drammatico peso delle circostanze, proprio perché malgrado la propria sensibilità e intelligenza non trova nell’ambiente circostante nessun riconoscimento, nessun appiglio, nessun aiuto, nessuna figura a cui poter fare riferimento, e la violenza "banale", la gretta ottusità di chi la circonda finisce per travolgerla scatenando in lei un terribile impulso autodistruttivo. L’artefice del suo progressivo disorientamento e del suo fatale smarrimento è proprio la cosiddetta "migliore amica", la Wilhelmine che marcia a passo sicuro e le sfila ogni certezza, le sottrae ogni prospettiva, fino a ottenere tutto quel che voleva, ovvero lo chauffeur Wilhelm, il marito di Berta, e persino la collana con l’immagine della Madonna, di cui è stata fin dall’inizio invidiosa (13)

La "determinata", ostinata Wilhelmine incarna perfettamente il personaggio della donna che segue logiche al "maschile", logiche di sopraffazione e di violenza per ottenere quel che mira di "conquistare": «Wilhelmine war in ihrem Element. Sie mußte Ordnung schaffen[…].» Wilhelmine era nel suo elemento. Doveva fare ordine […].»14 Del resto, neppure dopo aver strappato la simbolica collanina e aver impalmato quello che un tempo era stato il marito di Berta, rinuncerà ad agire in modo aggressivo, riversando la propria energia distruttrice "in den ausführlichen Ehedisputen", "nelle accurate dispute coniugali" (15) e il povero Wilhelm non avrà certo un’esistenza felice accanto alla sua nuova moglie. La strategia accuratamente pianificata e attuata da Wilhelmine corrisponde a una costante che è purtroppo reale nella società occidentale, apparentemente così attenta ai bisogni delle donne. Soprattutto nel campo lavorativo, questa costante, ovvero la necessità di essere accettata "alla pari" da un potere quasi esclusivamente "al maschile", impone di adeguarsi a modelli che sono estranei alla natura autentica di molte persone: «[…] Um ernst genommen zu werden, muß sie reden wie ein Mann; tut sie das, gilt sie nicht als feminin, sondern maskulin, bestenfalls als Mannweib.» «[…] Per essere presa sul serio deve parlare come un uomo; se lo fa, non appare femminile, bensì al maschile, nel migliore dei casi come „uoma", o virago.» (16) D’altro canto, se la donna non vuole rinunciare a caratteristiche quali la dolcezza, l
a pazienza, lo spirito di comprensione, va incontro al destino quasi certo di non essere né compresa né ascoltata: «[…] se è femminile, ovvero amorevole, piena di charme, insicura e bisognosa d‘aiuto, allora non viene presa sul serio e non va ascoltata.» 17 Le parole di Wilhelmine che minano l’equilibrio di Berta sono terribili proprio perché frasi fatte, ripetute ossessivamente, e senza il minimo dubbio: «So war eben Berta Faust. Immer mit dem Kopf woanders; nie in der Gegenwart.» E aggiunge paradossalmente: «In ihrem Unglück hatte Berta ja das Glück, daß sie, Wilhelmine, anwesend war.» (18) Il racconto di Marianne Fritz descrive quindi magistralmente il processo distruttivo a cui Wilhelmine sottopone Berta, e in generale quanto possa essere pericolosa la tendenza ad aggredire gli altri sia pure solo verbalmente: «[…] die verbale Aggression ein gerichtetes, intentionales Verhalten, das darauf abzielt, die allgemeine, biologisch-psychologische "Fitness" einer Person zu beeinträchtigen.»19 L’aggressione verbale, la violenza verbale, anche nella forma più "banale" della ripetizione di frasi fatte corrisponde dunque un comportamento intenzionale che mira a danneggiare, a compromettere anche gravemente il benessere, l’equilibrio psicofisico di una persona.

Tra le caratteristiche che Hannah Arendt ha individuato nel suo libro fondamentale "La banalità del male", vi è proprio l’incapacità di immedesimarsi nelle sofferenze altrui, ovvero "la quasi totalità incapacità di vedere le cose dal punto di vista degli altri". (20). Hannah Arendt nota in particolare come il testo tedesco dell’interrogatorio del nazista Eichmann costituisca una vera miniera per lo psicologo: […] purché questi sappia capire che l’orrido può essere non solo ridicolo, ma addirittura comico.»

Il gergo burocratico (Amtssprache) era veramente la sua unica lingua, come ammise durante l’istruttoria, perché, osserva la Arendt, egli era veramente incapace di pronunciare frasi che non fossero clichés. Quanto più lo si ascoltava, tanto più era evidente la sua incapacità di esprimersi era strettamente legata a un’incapacità di pensare, cioè di pensare dal punto di vista di qualcun altro. Comunicare era per lui impossibile, osserva la studiosa, perché "le parole e la presenza degli altri e quindi la realtà in quanto tale, non lo toccavano.» (21)

Come reagire a questa "Schwerkraft der Verhältnisse", a questo "peso delle circostanze", che si manifesta e si realizza in primis nel mezzo linguistico e attraverso il mezzo linguistico, che si ripropone troppo spesso nei regimi totalitari, o in società semplicemente ottuse e/o ancorate a pregiudizi e norme che dovrebbero ormai essere definitivamente superate?

Nel volume citato, Richard Florida sottolinea non a caso come sia proprio il tradizionale clima "semichiuso" a ostacolare e inibire la creatività e l’imprenditorialità, rallentando la crescita del nostro Paese. Per questo lo studioso suggerisce di integrare i talenti creativi nel tessuto economico e sociale delle città e dare maggiore spazio alle diversità culturali, sociali e razziali e auspica che la società nel suo complesso sappia spostare l’orientamento dalla produzione alla creazione, dalle imprese alle persone, affinché i migliori talenti non debbano andare a rincorrere altrove i loro sogni, e affinché si possa guardare finalmente a un futuro non più differibile, "un futuro che è già arrivato". Ebbene, per restare nell’ambito della letteratura di lingua tedesca, un esempio lo offre il racconto dell’autrice Birgit Vanderbeke Ich sehe was, was du nicht siehst (Io vedo quello che tu non vedi): qui la protagonista è una donna autonoma e intelligente che decide di partire per sfuggire a una realtà di oggettiva infelicità. (22). È una donna decisa ma gentile, che non si lascia scomporre dalle parole "degli altri", le parole di quelli che che vorrebbero limitarne l’indipendenza di giudizio e di azione, ad esempio, il discorso della madre che la mette in guardia dai "pericoli" a cui potrebbe andare incontro. (23). La protagonista, che vive del suo talento in campo artistico, decide di cambiare vita prima di veder sfumare ogni prospettiva, e si trasferisce con il suo bambino in un paesino nel Sud della Francia, dove la felicità è frutto della creatività e anche del riconoscimento da parte degli altri, da parte di persone che amano scambiare quattro chiacchiere, che sanno sorridere, ed essere, semplicemente, umane nella semplice sensibilità e nell’intelligenza di chi sa ascoltare le parole dell’Altro: «Zwei Kinder winkten von weitem, kamen heran, sagten, salut Nico, gaben uns die Hand und halfen uns beim Zusammensuchen der Hefte und Stifte und Malsachen und Turnschuhe, und nach einer Weile fand ich, es klang ganz normal, daß das Kind Nico hieß und andere Kinder ihm die Hand gaben, obwohl ich es noch nie erlebt hatte, daß sich Kinder die Hand geben.» (24)

Anche nel rapportarsi agli altri, la protagonista sa accettare la dimensione suggerita ad esempio dal verbo „sollen" („Das solltest du"), creando uno spazio interpersonale che simboleggia il rispetto reciproco, e invece di usare il verbo modale „müssen", si limita a offrire teneri consigli per disegnare la realtà in modo armonioso e sereno. Nel linguaggio usato si prefigura quindi una realtà ben diversa e ben più felice rispetto alla realtà evocata da Marianne Fritz, e insieme l’auspicio di un nuovo modo di intendere l’Altro, più rispettoso e senz’altro più democratico, la prefigurazione di una autentica creatività individuale e collettiva, a partire proprio dal mezzo linguistico, in questo caso dal rinnovamento auspicabile e auspicato della lingua tedesca.

Riccarda Novello (Docente)

_________________________

1.Marlene Streeruwitz, Sein. Und Schein. Und Erscheinen. Tübinger Poetikvorlesungen, Frankfurt/M.: Suhrkamp, 1997, p. 9.

2. Riccarda Novello, Das Leben in den Worten ~ die Worte im Leben. Eine symptomatische Lektüre als Literatur- und Lebenserforschung zu Evelyn Schlag, Marianne Fritz, Marlene Streeruwitz, Cuem, Milano, 2003.

3. Marlene Streeruwitz in Hexen heute. Und. Warum es nicht lustig geht. In: Heinz Ludwig Arnold (Hrsg): Hexenreden. Gisela von Wysocki, Birgit Vanderbeke, Marlene Streeruwitz, Wallstein, Göttingen, 1999, p. 26.

4. Hannah Arendt, Sulla violenza, Guanda, Milano, 2002, p. 48.

5 Ibidem, p. 68: qui Hannah Arendt riprende esplicitamente Noam Chomsky.

6. Richard Florida, L’ascesa della nuova classe creativa. Stile di vita, valori e professioni, Mondadori, Milano 2003. Titolo originale: The Rise of the Creative Class (2003). L’autore insegna teoria dello sviluppo economico alla Carnegie Mellon University di Pittsburgh.

7. Ulrich Horn, "Gegen die glatten Alltagssätze". In: Kölner Stadt Anzeiger, 28. 12. 1985. Cfr. Marianne Frit
z, Dienst ist Dienst, Schnaps ist Schnaps. In: Konstanze Fliedl (Hrsg.), Österreichische Erzählerinnen. Prosa seit 1945, Deutscher Taschenbuch Verlag, München, 1995, S. 64-65. Cfr. la mia traduzione Prima il dovere, poi il piacere. In: "Linea d’ombra", Milano, settembre-ottobre 1997, nr. 128, p. 36 s.

8. Marianne Fritz, Aus Briefen der Autorin an den Lektor. In: »Was soll man da machen.« Eine Einführung zu dem Roman >Dessen Sprache du nicht verstehst<, Suhrkamp Verlag, Frankfurt/M., 1985, S. 7.

9. Ibidem.

10. Ibidem.

11. Konstanze Fliedl (op. cit., p. 238) cita Marie-Thérèse Kerschbaumer, Realismus oder Realismus ? [1981]. In: Marie-Thérèse Kerschbaumer, Für mich hat Lesen etwas mit Fließen zu tun … Gedanken zum Lesen und Schreiben von Literatur, Frauenverlag, Wien, 1989, p. 137 ss.

12. Questa celebre frase della poetessa Ingeborg Bachmann (in: Ingeborg Bachmann, Werke, Piper, München 1978, vol. IV, p. 270) è citata da Konstanze Fliedl nel suo Nachwort (op. cit.).

13. Marianne Fritz, Die Schwerkraft der Verhältnisse, p. 5.

14. Ibidem, p. 98.

15. Ibidem, p. 9.

16. Michael Hausherr-Mälzer, Die Sprache des Patriarchats. Sprache als Abbild und Werkzeug der Männergesellschaft, Lang, Frankfurt/M., 1990, p. 146.

17. Ibidem. Michael Hausherr-Mälzer si riferisce in particolare ai lavori sull’argomento pubblicati da Senta Trömel-Plötz, e in particolare al volume Gewalt durch Sprache. Die Vergewaltigung von Frauen in Gesprächen, Fischer, Frankfurt/M., 1984.

18. Marianne Fritz, Die Schwerkraft der Verhältnisse, op. cit., p. 6.

19. Così spiega Karsta Frank nel suo fondamentale lavoro Sprachgewalt. Die sprachliche Reproduktion der Geschlechterhierarchien. Elemente einer feministischen Linguistik im Kontext sozialwissenschaftlicher Frauenforschung, Max Niemeyer Verlag, Tübingen, 1992, p. 11.

20. Hannah Arendt, La banalità del male. Eichmann a Gerusalemme, Universale Economica Feltrinelli, Milano, 2004, p. 55.

21. Ibidem, p. 56.

22. Birgit Vanderbeke, Ich sehe was, was du nicht siehst, Alexander Fest Verlag, Berlin 1999, p. 7.

23. Ibidem, p. 15.

24. Ibidem, p. 81.

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