#PerNonDimenticarChiÈStato?

ROBERTO SAVIANO

venerdì 04th, Gennaio 2008 / 15:03 Written by

Traghettare le parole.

Estratto da Roberto Saviano a Officina Italia.

Roberto ha due occhi curiosi e neri, neri come tozzi di lava. Non stacca per un attimo lo sguardo dalle persone che come lui e per lui pagano il prezzo di una vita blindata. Probabilmente non si aspettava di vedere tanta gente. Passano i minuti e la tensione per il non conosciuto lascia il posto ad un umano lasciarsi andare. Un po’ come la luce dopo il buio: il corpo abituato al filtro riscopre il piacere della spontaneità. Le sue parole sono come un rasoio. Vederlo fa un effetto strano. Immaginavo già che avrei provato una forte emozione ad associare immagini e parole alla corporalità del vedere e del sentire. Il risultato è stato un ossimoro di rabbia e dolore. Roberto non è un bersaglio a caso: rappresenta un simbolo in cui sono potenzialmente incastonate gemme di emulazione. Questo significa per qualcuno un pericolo a cui tappare la bocca, per noi il dovere di fare da cassa di risonanza. " Quanto pesa una parola? Quali calibri usare e su quali bilance misurarla? Domande che come febbri tropicali tormentano ogni particella di chi si avvicina da scrittore o da lettore alla letteratura. La prima volta che capii il potere della parola ero ragazzino, bande di bambini in motocicletta sulle ormai rottamate BMX scorrazzavano per i paesini dell’entroterra campano, raggiungevano chiunque, sputacchiavano su tutti, signore, ragazzini, vecchi. Una volta un gruppetto si ribellò alle vessazioni e iniziò a correre verso i piccoli teppisti in bici, ma bastò una sola frase di questi : "Siamo di Casal di Principe" per fermare chiunque, terrorizzato. Come se si stesse giocando a "un, due, tre stella", quando chi è sotto si gira e tutti devono fermarsi come pietre, e chi si muove perde. Allo stesso modo bastava pronunciare l’origine, il provenire da una realtà così ferocemente criminale da innescare immaginazioni mitiche così tragiche che faceva d’improvviso temere anche dei gracili ragazzini dalla faccia scura. Da allora la potenza della parola non ha smesso di affascinarmi. Basta una parola. Quando si fa carne, quando ha un peso specifico, quando può farti rischiare la vita. Quando tocca l’inossidabile binomio politica- media e apre le tre strade maestre per la sterilizzazione del pensiero. Diventi pazzo, mitomane, narcisista. Quando è stata messa la bomba a casa di Giovanni Falcone all’Addaura molti ebbero a dire che era un mitomane, un magistrato che voleva aizzare per un tornaconto personale. Oggi, purtroppo, sappiamo che così non era. Io credo che il vero pericolo non sia per chi scopra la notizia in sé ma per chi ha la capacità di rompere la crosta e traghettarla oltre la coltre degli addetti ai lavori. Mi si chiede se rifarei quello che ho fatto e io me lo chiedo ogni mattina. Certamente continuo a credere che la necessità prima dell’intellettuale sia presenziare al dolore umano, mantenersi sentinella della libertà umana, non delegare mai ad altro il proprio imperativo di difesa della dignità umana. Non all’interno di una sorta di nuova ideologia ma come unica capacità di fare della scrittura necessità. Albert Camus diceva che lo scrittore avrebbe dovuto essere fedele alla bellezza e all’inferno dei viventi. La bellezza è un antidoto, strumentario puro che contamina feccia e veleno, l’inferno è nel qui e ora. Dopo "Se questo è un uomo" di Primo Levi nessuno può dire che non c’è stato Auschwitz. Questa la potenza delle parole. Libri che non sono testimonianze, reportage, non sono dimostrazioni ma portano il lettore nel loro stesso territorio, permettono di essere carne nella carne. E allora emerge chiara la differenza tra cronaca e letteratura. Non l’argomento, non lo stile, ma questa possibilità di creare parole che non comunicano ma esprimono, in grado di sussurrare o urlare, di mettere sotto pelle al lettore ciò che legge, ciò che lo riguarda. Non mi interessa la letteratura come "vizio", non mi interessa la letteratura come debole pensiero, non mi riguardano belle storie incapaci di mettere le mani nel sangue del mio tempo e di non fissare in volto il marciume della politica e il tanfo degli affari, di cercare di capire i congegni del potere, del nostro tempo, i bulloni della metafisica dei costumi. Tutto diventa materia. Mi interessa la letteratura più simile al morso di vipera che ad un acquerello di fantasie. Louis Ferdinand Celine diceva che ci sono due modi per essere scrittori:"fare letteratura o costruire spilli per inculare le mosche". Molta scrittura invece sembra fare tarantelle intorno alle questioni centrali del nostro vivere, preferisce far evadere il lettore piuttosto che invaderlo. Dove tutto è meccanismo di potere, denaro, affermazione, dove la politica è tradimento la parola è il discrimine capace di raccontare tutto questo senza negarlo, senza considerarlo inevitabile ma sentendo necessaria la bellezza di narrarlo e corroderlo.

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