TORINO: IN MANETTE TUTTA LA FAMIGLIA DI DON SALVATORE LIGRESTI

giovedì 25th, luglio 2013 / 14:21 Written by
TORINO: IN MANETTE TUTTA LA FAMIGLIA DI DON SALVATORE LIGRESTI

FONSAI-ISVAP: ORDINE DI CATTURA PER DON LIGRESTI E I FIGLI. ERA ORA. FINALMENTE MAGISTRATURA ALLA RISCOSSA?
Operazione della Guardia di Finanza. Ai domiciliari l’imprenditore, in carcere Jonella e Giulia Maria, ricercato il figlio Paolo. Sette in totale le ordinanze. Pericolo di fuga alle Cayman. In manette anche alcuni ex manager del gruppo assicurativo. L’ipotesi di reato è falso in bilancio aggravato. Prelevati 14 milioni da società lussemburghesi.

Nella foto sopra: Liebeskind, Formigoni, Moratti e Ligresti all’inaugurazione del cantiere Citylife

Fonsai, ordine di cattura per Ligresti e i tre figli. Ipotesi fuga alle Cayman
Chi ha memoria storica si ricorderà sicuramente con amarezza del vergognoso insabbiamento nel 1988 da parte della Cassazione dello scandalo delle cosiddette “aree d’oro”. Sono i tempi delle prime denunce di Robin Hood che segnala le infiltrazioni  della mafia a Palazzo Marino e delle inchieste della Boccassini sulla “Duomo connection”.
La città scopre di colpo che don Salvatore, giunto dalla Sicilia con le valigie di cartone, senza capitali, era diventato in pochi anni “il re del mattone”, tra i più attivi sulla piazza. Stava costruendo le sue torri ai quattro punti cardinali della città. E così scattano i controlli dei suoi cantieri, ordinati da Francesco Dettori, allora giovane ma esperto pretore specializzato in reati urbanistici e ambientali che pone sotto sequestro 5 dei cantieri dell’imprenditore siciliano.
Don Ligresti fa ricorso. Il tribunale della libertà conferma i sigilli. Don Salvatore ricorre ancora, e la Cassazione ordina il dissequestro, escludendo il reato di lottizzazione abusiva. A questo punto il nostro chiede al pm Dettori il risarcimento di un miliardo di vecchie lire… e il C.S.M. apre un procedimento disciplinare nei confronti dell’onesto magistrato che altro non ha fatto che il suo dovere senza guardare in faccia nessuno.
Quis custodiet ipsos custodes?” Ovvero chi vigila sui vigilanti?
L’esistenza di un brocardo latino in tema di controllori che tradiscono il loro ruolo di garanti della collettività, la dice lunga e dimostra come il problema della corruzione dei vigilanti sia vecchio di tre millenni.
Chi conserva memoria delle vicende giudiziarie dell’imprenditore di Paternò e degli aggangi massonico-giudiziari sino alla Corte Europea di Strasburgo ricorderà sicuramente anche la scandalosa assoluzione da parte della Corte d’Appello di Milano, per il rogo della camera iperbarica della Clinica Galeazzi di Milano, nell’autunno 1997, in cui morirono arsi vivi 10 pazienti e un infermiere per assenza di controlli e collaudi.
Antonino Ligresti, ex titolare dell’ospedale Galeazzi, fratello di Don Salvatore, prima di venire definitivamente condannato alla mite pena di 3 anni di carcere per il rogo del 31 ottobre 1997, venne vergognosamente assolto dai medesimi giudici milanesi, dall’imputazione di omicidio colposo plurimo e omissione delle norme sulla sicurezza, rifiutando anche la costituzione di parte civile della nostra Associazione che si proponeva appunto di monitorare la regolarità dello svolgimento del processo.
Il fratello di don Salvatore (presidente onorario di Fondiaria-Sai e socio Rcs), dopo aver ceduto nel 2000 il proprio gruppo da 270 miliardi di lire di fatturato e 2 mila dipendenti in 14 cliniche lombarde, l’anno scorso è diventato azionista di maggioranza della Générale de Santé, gruppo francese quotato alla Borsa di Parigi e leader in Europa nel settore della sanità privata.
Ma ieri 16 Luglio 2013, a sorpresa, dopo decenni di impunità,  la Guardia di Finanza di Torino ha finalmente eseguito sette ordinanze di custodia cautelare nei confronti di componenti della famiglia Ligresti e di alcuni manager, all’epoca dei fatti in posizioni di vertice nell’ambito di Fondiaria-Sai, come riferisce la stampa nazionale e il Fatto Quotidiano di cui riportiamo alcuni stralci.
“In carcere sono finiti Jonella e Giulia Maria, figli di Salvatore Ligresti; per quest’ultimo sono stati disposti gli arresti domiciliari a Milano. Gioacchino Paolo Ligresti, invece, non è stato arrestato e risulta allo stato “ricercato”: i finanzieri sanno che il manager si trova in Svizzera e prima di prendere ufficialmente contatti con le autorità elvetiche, attendono di sapere se l’uomo intende rientrare in Italia e consegnarsi. In manette anche Emanuele Erbetta, Fausto Marchionni, ex amministratori delegati di Fonsai, e Antonio Talarico, ex vicepresidente della società; per gli ultimi due pure sono stati disposti i domiciliari.
I provvedimenti giudiziari sono scattati per le ipotesi di reato di falso in bilancio aggravato e di manipolazione di mercato. A quanto si apprende i fatti contestati dagli investigatori riguarderebbero l’occultamento al mercato di un ‘buco’ nella riserva sinistri di circa 600 milioni di euro, la cui mancata comunicazione avrebbe provocato danni ad almeno 12mila risparmiatori.
Il danno patrimoniale che ha subito Fonsai a causa del comportamento degli indagati “è di 300 milioni di euro”, ha spiegato in conferenza stampa il procuratore aggiunto di Torino, Vittorio Nessi. “E’ una cifra – ha spiegato – che si ottiene dalla perdita di valore del titolo e dal pregiudizio per i piccoli azionisti che hanno sottoscritto primi aumenti di capitale e non sono poi stati in grado di sostenere i successivi”.
Per i componenti della famiglia Ligresti e per le altre persone arrestate questa mattina dal nucleo di polizia tributaria di Torino della Guardia di Finanza, il reato contestato è quello di false comunicazioni sociali. L’inchiesta della procura di Torino su Fonsai era stata aperta nell’estate 2012 sulla scia di quella milanese su Premafin, società del gruppo Ligresti. Avviata per l’ipotesi di falso in bilancio e ostacolo all’attività di vigilanza relativamente al quadriennio 2008-11, si era ampliata lo scorso febbraio con l’aggiunta dell’ipotesi di infedeltà patrimoniale dopo la presentazione di numerose querele da parte degli azionisti. La guardia di finanza aveva perquisito più volte le sedi del gruppo sparse sul territorio italiano e sequestrato numerosi supporti informatici con almeno 12 terabytes di materiale che è stato analizzato nel corso degli ultimi mesi. Il buco di 600 milioni si riferisce alle riserve sinistri che Fonsai aveva contabilizzato nel bilancio 2010, poi utilizzato per predisporre l’aumento di capitale del 2011.
L’ordine di cattura è stato motivato dal gip anche con il pericolo di fuga: testimoniato per i tre fratelli Ligresti dal recente prelievo di circa 14 milioni da tre società lussemburghesi che fanno loro capo. Per il giudice il pericolo è “desumibile dal possedere, ciascuno di loro, ingenti patrimoni in grado di fornire loro i mezzi necessari per lasciare il territorio nazionale e spostare il centro delle proprie attività in altri Paesi, al fine di eludere gli esiti delle indagini”. Secondo il gip Silvia Salvadori la custodia “appare l’unica adeguata a salvaguardare le esigenze cautelari… essendo assolutamente necessario che sia impedito loro qualsiasi contatto con i terzi, sia di persona che a mezzo del telefono, al fine di contenere, in particolare, la loro propensione al reato e il predetto rischio di fuga, non essendo ragionevole prevedere che tali esigenze potrebbero essere salvaguardate con semplici misure prescrittive”. L’ipotesi di una fuga progettata verso le Cayman è suffragata per gli inquirenti da una intercettazione: “Che sussista un rischio concreto che i componenti della famiglia Ligresti decidano di allontanarsi dalla giurisdizione nazionale, è opinione anche delle persone a loro vicine” scrive il gip citando il dialogo intercettato tra Marchionni e un’altra persona su un’imminente viaggio di Paolo Ligresti alle isole Cayman. “Immagino che sia l’inizio di un viaggio, Cayman – Ginevra e cose di questo genere” proseguono i due “e senza tanta voglia di tornare” aggiungono sottolineando “e ma lo seguiranno poi anche gli altri”. Non solo. Secondo il gip “avrebbero anche facilità nel reperimento di immediati mezzi di trasporto necessari per un rapido spostamento” tanto che in un’altra conversazione intercettata “è emerso come gli indagati ricorrano spesso all’utilizzo di aerei presi a noleggio, oltre ad avere la disponibilità di un elicottero”.
L’esame della documentazione ha permesso di ricostruire come, attraverso una sistematica sottovalutazione delle riserve tecniche del gruppo assicurativo, sia stato possibile falsificare i dati del bilancio 2010. La costante sottovalutazione della ‘riserva sinistri’ ha consentito negli anni la distribuzione di utili per 253 milioni di euro alla holding della famiglia Ligresti, la Premafin, dove invece si sarebbero dovute registrare perdite. Dagli accertamenti sarebbe emerso che la famiglia Ligresti si sarebbe assicurata oltre al costante flusso di dividendi anche il via libera a numerose operazioni immobiliari con parti correlate. Tra i reati contestati, anche l’aggiotaggio informativo: “Diffondevano notizie false occultando perdite e dunque influenzando le scelte degli azionisti”, ha spiegato il procuratore aggiunto Nessi. La Procura di Torino ha deciso di procedere con le misure cautelari nei confronti della famiglia Ligresti sia per le concrete possibilità di fuga, sia per il rischio di reiterazione del reato e di inquinamento probatorio.
Inoltre secondo il giudice la famiglia Ligresti non ha offerto nessuna collaborazione agli inquirenti nell’inchiesta Fonsai che avrebbe avuto come unico obiettivo il proprio interesse economico.
“Gli indagati, seppure consapevoli del presente procedimento e di quanto gli inquirenti stavano via via accertando – si legge nelle carte – non hanno dato alcun segnale collaborativo, né rispetto alle indagini (pur se è un loro diritto), né alle proprie cariche funzionali, tutt’ora rivestite, a fronte di deleghe che nulla spostano rispetto alla propensione al delitto ravvisata, atteso che il fine ultimo delle operazioni di manipolazione del bilancio e di aggiotaggio, per cui si procede, si identifica principalmente nel perseguimento del loro interesse economico”.
17 luglio 2013 www.ilfattoquotidiano.it/2013/07/17/inchiesta-fonsai-arrestati-quattro-componenti-della-famiglia-ligresti/658333/
LA SCHEDA
Salvatore Ligresti, 81 anni, originario di Paternò (Catania), unitamente a Berlusconi e ai governi di centro-sinistra, è protagonista della “urbanistica contrattata” della Milano da bere degli Anni Ottanta. Viene arrestato la prima volta nel 1992 nell’ambito dell’inchiesta “mani pulite” per fatti di corruzione, ma riesce a cavarsela patteggiando una pena di 2 anni e 6 mesi, mai scontata, grazie all’affidamento ai servizi sociali e ai benevolenti insabbiamenti delle indagini da parte dell’ex Procuratore Borrelli.
Mantiene così indisturbato la guida del suo impero economico-finanziario per oltre 20 anni, passando indenne da ogni inchiesta giudiziaria sui grandi appalti, sul riciclaggio e le collusioni con la mafia catanese, sulle manovre illegali di Borsa sui titoli della holding Premafin (indagini che coinvolgono Mediobanca e Unicredit), sulla bancarotta fraudolenta della Imco e Sinergia, due importanti società della famiglia Ligresti, che nel 2004, tramite la figlia Jonella, entra nel consiglio d’amministrazione del gruppo Rizzoli-Corriere della Sera.
E’ così don Salvatore diventa uno dei cinque uomini più ricchi d’Italia, uno dei pochi italiani presenti nelle classifiche di Forbes e Fortune.
Secondo, Angelo Siino, l’imprenditore considerato il «ministro dei lavori pubblici» della mafia siciliana, che conosce bene gli affari di “Cosa nostra”, don Ligresti aveva come diretto interlocutore il boss catanese Nitto Santapaola. Tanto potenti erano i suoi protettori che nel 1991, secondo Siino, per favorirlo furono addirittura sconvolti gli equilibri consolidati nell’assegnazione degli appalti, quelli che esigevano che fosse la Gambogi, gruppo Ferruzzi, legato a Totò Riina, a costruire in Sicilia, lasciando spazio alla Grassetto di Ligresti. Un altro collaboratore di giustizia, Gaspare Mutolo, nel 1996 riferisce una confidenza ricevuta da Vittorio Mangano, lo «stalliere» di Arcore: Ligresti, secondo questa dichiarazione, riciclava i soldi della famiglia Carollo (quella della Duomo connection), insediata nell’hinterland milanese.
Don Salvatore a Milano in effetti ha fatto un buon matrimonio, sposando Antonietta Susini, figlia di Alfio Susini, provveditore alle opere pubbliche della Lombardia, personaggio chiave negli affari edilizi.
Antonietta Susini, detta Bambi, nel febbraio 1981 è vittima di un sequestro lampo, che si conclude con la sua liberazione nei pressi di Varese, dietro il pagamento di un riscatto di ca. 600 milioni di lire. Ma c’è un risvolto inquietante: dei tre presunti rapitori, tutti esponenti delle famiglie «perdenti» della mafia palermitana, due, Pietro Marchese e Antonio Spica, finiscono morti ammazzati e il terzo, Giovannello Greco, fedelissimo del vecchio capo di Cosa nostra Stefano Bontate, scompare nel nulla.
Sulla presunta mafiosità di Ligresti vengono compiute altre indagini ufficiali, senza che nulla trapeli. Nel 1984 il Procuratore di Roma, Marco Boschi, ipotizzando la necessità di applicare misure personali di prevenzione, quali il “confino”, chiede indagini sui legami del nostro con Finocchiaro Franco, che con Carmelo Costanzo, Mario Rendo e Gaetano Graci fa parte dei «cavalieri catanesi dell’Apocalisse».
Nel 1985, il fascicolo, passa al pm Franco Ionta, che lo invia a Milano e viene assegnato a Piercamillo Davigo e Filippo Grisolia, i quali dopo alcuni anni lo archiviano, senza alcuna conseguenza.
In sospeso, restano però, osserva Gianni Barbacetto, alcune domande: perché la procura di Roma aprì l’inchiesta? Sulla base di quali elementi e segnalazioni? E perché il nome di Ligresti era affiancato a quello di Finocchiaro, uno dei cavalieri del lavoro catanese?
Il nome di Ligresti compare anche in un’altra indagine giudiziaria, svolta da Ernesto Cudillo, in rapporto alla compravendita di un palazzo all’università romana di Tor Vergata, che ha come protagonista Manlio Cavalli, secondo i carabinieri legato alla banda della Magliana e al boss di Cosa nostra nella capitale, Pippo Calò. Indagine more solito archiviata, senza svolgere ogni opportuna indagine.
Intanto don Ligresti cresce non solo come re degli appalti ma anche come finanziere: ha in cassaforte non solo il pacchetto di azioni che gli permette di controllare la Sai, ma anche una serie di piccole quote di società importanti, dalla Pirelli (5,4 per cento) alla Cir di Carlo De Benedetti (5,2), dalla Italmobiliare di Giampiero Pesenti (5,8) all’Agricola Finanziaria di Raul Gardini (3,7), tanto da venire allusivamente chiamato “Mister 5%” (una sorta di pizzo sulla partecipazioni azionarie).
Le nuove indagini su Fonsai-Isvap sono partite dalle denunce di piccoli azionisti, che hanno svelato un sistema corruttivo “famigliare” che grazie alla complicità di banchieri, politici, salotti dell’alta finanza e  controllori di Isvap e Consob, riesce a distrarre milioni di euro, facendo fallire le società controllate (2 miliardi di perdite ma sempre con buone uscite milionarie per gli amministratori).
Anche nell’ultimo tentativo di salvataggio voluto da Mediobanca, tramite una fusione tra “grandi debitori”, Fonsai e Unipol, ci hanno rimesso i risparmiatori che nel 2011 e nel 2012 non hanno ricevuto dividendi, perdendo il 90% del valore azionario e hanno dovuto subire un’ulteriore esborso per la ricapitalizzazione; senza contare i lavoratori licenziati e gli stessi gruppi assicurativi che in passato erano considerati grandi eccellenze italiane.
Il tutto mentre per la famiglia Ligresti ci sono stati 77 milioni di buonuscita.
Senza contare che molte società intestate alla famiglia sono coinvolte nei lavori dell’Expo 2015.

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