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T.S.O.: CURA O TORTURA? ASSASSINIO MASTROGIOVANNI. LA LEGGE BASAGLIA 32 ANNI DOPO.

giovedì 22nd, luglio 2010 / 12:04 Written by

di Carmen Iebba e Pietro Palau Giovannetti

Francesco Mastrogiovanni, ucciso dalla malasanità e dall’indifferenza, in regime di ricovero coatto, presso l’Ospedale di Vallo della Lucania, Salerno, il 4 agosto 2009.
Un caso destinato a scuotere le coscienze e a fare riflettere su come vengono gestiti i pazienti e intese le professioni mediche da coloro che dimenticano troppo facilmente di avere rinnovato il giuramento di Ippocrate.

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Avvocati senza Frontiere si costituirà parte civile nell’interesse del Movimento per la Giustizia Robin Hood Onlus che, da oltre 25 anni, si adopera per il rispetto della legalità e dei diritti umani, a tutela di interessi diffusi dei cittadini e dei propri associati, contro qualsiasi forma di discriminazione e abuso di autorità, anche da parte delle istituzioni sanitarie, offrendo assistenza legale ai soggetti più deboli in stato di bisogno.
Il processo prenderà il via il prossimo 28 giugno avanti al Tribunale monocratico di Vallo della Lucania, con ben 18 imputati, a partire dal primario del reparto di psichiatria e da altri cinque medici del reparto per avere formato false cartelle cliniche, occultando i disumani trattamenti, da torturatori medioevali, a cui è stato sottoposto Francesco Mastrogiovanni, durante il T.S.O., il quale veniva barbaramente legato mani e piedi per oltre 80 ore, sino a provocarne la morte.
Oltre tre giorni di ininterrotta atroce agonia, ripresa dalla telecamere, legato al letto di morte, con fasce di contenzione, a piedi e mani, senza che nessun medico e infermiere in servizio prestasse interesse ai suoi disperati tentativi di liberarsi e grida di aiuto.
Tre interminabili giorni, si legge nel capo di accusa con decreto di rinvio a giudizio immediato, senza alcuna interruzione e senza mai venire slegato né effettuare alcuna visita di controllo, senza cibo né acqua, ma solo idratandolo con delle flebo. Forse neanche Torquemada avrebbe avuto tale cinica spietatezza per le torture che seppe infliggere alle vittime sospettate di falsa conversione, alle donne accusate di stregoneria e agli eretici.
Sequestro di persona, morte per delitto doloso, in concorso, per avere provocato il decesso di Francesco Mastrogiovanni, causato da negligenza, imperizia, e imprudenza consistite nell’aver legato il paziente al letto di degenza, per più di tre giorni, senza altresì disporre ed effettuare adeguata sorveglianza e assistenza, onde interrompere il progressivo stato di prostazione fisica e psichica del paziente, senza dargli cibo né acqua, ma solo idratandolo con flebo, senza slegarlo nemmeno per brevi pause ed a singoli arti.
Questi i capi di accusa formulati dal P.M., dr. Francesco Rotondo nei confronti del primario, medici e infermieri del reparto di psichiatria di Vallo della Lucania. Lavoro encomiabile quello del P.M. al cui schiacciante impianto accusatorio e probatorio gli imputati ben difficilmente potranno sottrarsi, in quanto colti in fallo dalle cartelle cliniche falsificate e dalla silenziosa testimonianza di una telecamera le cui crude riprese mai avrebbero forse trovato visibilità ove non fossero state messe in onda da Mi Manda Rai Tre.

Ma sappiamo bene che spesso malasanità e malagiustizia vanno di pari passo.

Non possiamo quindi fare a meno di ricordare ai nostri molti attenti lettori sparsi in tutta Italia e nel mondo, il noto brocardo latino: “Promoveatur ut amoveatur” (che sia promosso per rimuoverlo).
Sarà solo un caso…(?) ma è CERTO che lo scrupoloso P.M. Francesco Rotondo è stato applicato ad altro incarico, passando dalla Procura di Vallo della Lucania a quella assai più prestigiosa di Salerno, venendo frettolosamente sostituito, prima del processo, da altro P.M., nella persona del Dr. M. Renato Martuscelli, che già nel 1999 chiese ed ottenne la condanna a circa tre anni di reclusione per resistenza a pubblico ufficiale e lesioni, nei confronti del povero Francesco Mastrogiovanni, seppure ben 6 persone presenti ai fatti avessero testimoniato in suo favore, denunciando che Francesco era stato viceversa vittima dell’aggressione dei Carabinieri, che lo avevano preso di mira, in quanto anarchico. Condanna che venne poi integralmente riformata in appello a Salerno, con condanna dello Stato Italiano per l’ingiusta detenzione di Francesco.
L’allarmante scelta del nuovo P.M. appare quindi quanto meno incauta e sconveniente, per cui ci si auspica che il capo dell’Ufficio, ove non possa consentire al Dr. Rotondo di concludere il processo, provveda alla sostituzione del P.M. Martuscelli, come previsto dal combinato disposto di cui agli artt. 53 c. 2 e 36 c. 1 lett. a), b), c), d) c.p.p., sussistendo gravi motivi e/o quantomeno ragioni di opportunità.
La società civile e i parenti delle vittime si aspettano infatti una condanna esemplare, senza sconti e impunità, non per giustizialismo, ma per spirito di giustizia, affinché mai più possano verificarsi nel nostro Paese trattamenti disumani e degradanti, in danno di persone inermi. Seppure, mai, nessuna condanna e risarcimento danni potranno restituire la vita a Francesco Mastrogiovanni, togliendogli le atroci sofferenze e l’inenarrabile lenta agonia che ha dovuto sopportare prima di morire, nell’indifferenza generale di un intero ospedale.
A cura del Presidente di Avvocati senza Frontiere
Pietro Palau Giovannetti

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T.S.O.: CURA O TORTURA? ASSASSINIO MASTROGIOVANNI. LA LEGGE BASAGLIA 32 ANNI DOPO.

di Carmen Iebba

«Dal momento in cui oltrepassa il muro dell’internamento, il malato entra in una nuova dimensione di vuoto emozionale; viene immesso, cioè, in uno spazio che, originariamente nato per renderlo inoffensivo ed insieme curarlo, appare in pratica come un luogo paradossalmente costruito per il completo annientamento della sua individualità, come luogo della sua totale oggettivazione. Se la malattia mentale è, alla sua stessa origine, perdita dell’individualità, della libertà, nel manicomio il malato non trova altro che il luogo dove sarà definitivamente perduto, reso oggetto della malattia e del ritmo dell’internamento.» Questo è il pensiero dell’uomo e psichiatra Franco Basaglia, che aveva capito più di altri la necessità di rivoluzionare il rapporto medico-paziente tramutandolo in un dialogo continuo atto alla comprensione ed alla restituzione al malato della propria soggettività e dignità, che guardava al manicomio come ad un carcere in cui si perpetrava l’alienazione continua dell’essere umano, dove il malato, il più debole, veniva costantemente ed in modo inerme dominato dal più forte, il medico, quello sano di mente per intenderci. Sono trascorsi 32 anni dalla legge 180/78 ispirata proprio alla lotta che Basaglia ha intrapreso per abbattere le tecniche di cura invasive del manicomio e dopo 32 anni di evoluzione del pensiero etico medico, le immagini di una telecamera di sorveglianza di una piccola e spoglia stanza del reparto psichiatrico dell’Ospedale San Luca di Vallo della Lucania ci mostrano il lento spegnersi della vita di un uomo di 58 anni, ci mostrano come si muore in un luogo di pubblica tutela, ci mostrano come in 80 ore si può cancellare la dignità di un malato [nella specie un uomo buono e giusto, peraltro del tutto sano di mente, uno stimato maestro, quale era Francesco, entrato vivo e lucido ed uscito morto] . Come uomo e come medico Basaglia sarebbe rimasto forse più che inorridito amareggiato nel vedere la morte di Francesco Mastrogiovanni, amareggiato nel percepire che al San Luca il manicomio non esiste più, ma solo come termine identificativo di un edificio. Francesco era un professore delle elementari, amante della letteratura, un intellettuale critico e appassionato. Apparentemente una persona come tante, ma, in realtà la sua esistenza viene segnata da momenti intensi e difficili. Nel luglio del 1972, per fatalità o destino diviene testimone dell’omicidio del giovane missino Carlo Falvella. Gli anni ‘70 sono gli anni della contrapposizione, fascisti ed antifascisti, stato e antistato, degli estremismi dogmatici e delle dottrine enfatizzate e demonizzate, gli anni del rosso e del nero, dove abbracciare un’ideologia di destra o sinistra portava concettualmente ad assorbire un’idea piuttosto che un’altra, ma poi, su un piano più concreto, le differenze si annullavano. Ad un’aggressione si rispondeva con un’altra aggressione, dietro al terrorismo nero come a quello rosso si muovevano le strategie della P2 e dei servizi segreti che alimentavano le contrapposizioni,  ed ancora adesso si perdono le capacità per distinguere le vittime dagli assalitori, per giudicare l’esatta posizione della verità. Anche la Salerno degli anni ‘70 si era trasformata in una nicchia di tensioni e i fatti del 2 luglio del ‘72 ne sono la prova inconfutabile. Quel giorno Francesco stava passeggiando con due amici, Giovanni Marini e Gennaro Scariati, esponenti del movimento anarchico, lungo via Velia a Salerno. Pur simpatizzando per le idee anarchiche Francesco non era certamente un militante, era una persona che amava dibattere e confrontarsi con gli altri sulle questioni di natura politica, come sottolinea la sorella Caterina.

In quel periodo però il clima era alquanto concitato, Marini stava indagando sulla morte alquanto sospetta di cinque  anarchici [travolti misteriosamente da un camion, prima di poter testimoniare sulla strage di P.zza Fontana a Milano [quella che si rivelerà poi essere <Strage di Stato>], e l’incontro con un gruppo di missini del F.U.A.N. coinvolge Mastrogiovanni in un’aggressione, a seguito della quale viene ferito con una coltellata alla gamba. Il Marini vedendo l’amico cadere a terra in una pozza di sangue, nel disperato tentativo di difenderlo, strappa il coltello dalle mani dell’aggressore e colpisce il Falvella con un fendente all’aorta, che morirà poco dopo in ospedale. L’accidentale morte del Falvella acquisce le contrapposizioni e una spirale di odio e vendette nei confronti dell’incolpevole Francesco  Mastrogiovanni, dipinto sino alla sua morte dal P.M. di Vallo della Lucania e dai locali Carabinieri, come “noto anarchico“, incuranti della sua estraneità ai fatti riconosciuta dalla piena assoluzione.

Incomincia da qui, suo malgrado, la persecuzione psichiatrico-giudiziaria del povero Francesco Mastrogiovanni, pacifico maestro di scuola elementare, costellata da un interminabile percorso di processi, interrogatori, ingiusta detenzione, fermi illegali, sino a giungere ai disumanizzanti e ingiustificati T.S.O. (trattamenti sanitari obbligatori), ma anche se sarà scagionato da ogni tipo accusa, ricevendo, addirittura, un risarcimento danni per l’ingiusta detenzione, la sua dicotomia con la Giustizia non terminerà con la piena assoluzione da quei fatti terribili che hanno dato luogo alla sua odissea giudiziaria.

Segnato dalla vicenda umana e dalla condanna dell’amico Marini a ben 12 anni di carcere, per buttarsi tutto alle spalle il maestro se ne va su al Nord per alcuni anni, ma deve portarsi dietro il fardello che lo Stato ormai gli ha imposto come pena , il suo nome resta legato al concetto di “anarchico pericoloso” e quando, dopo quindici anni, nel 1999, ritorna a vivere in provincia di Salerno, pur insegnando nelle scuole elementari della sua città di origine, Castelnuovo Cilento, il tempo non sembra essersi mostrato galantuomo nè essergli stato amico, mancando di cancellare lo stigma di persona pericolosa che, troppo spesso, per faziosità, arretratezza socio-culturale, ristrettezza mentale, incapacità di recepire i cambiamenti, porta le istituzioni e i burocrati dello Stato a ritenere colpevole anche chi è stato assolto e risarcito.

Il 5 ottobre 1999, infatti, un futile diverbio con un carabiniere degenera in una condanna a ben tre anni di carcerazione per resistenza a pubblico ufficiale e lesioni, seppure il povero Francesco anche in questo caso sia completamente innocente e vittima di una montatura dei Carabinieri.

Ciò nonostante, sconta un mese in carcere e cinque mesi agli arresti domiciliari.

Poi, l’assoluzione in appello a Salerno con risarcimento per ingiusta detenzione.

I fatti del 1972 e del 1999, portano Francesco a vedere nei rappresentanti delle forze dell’Ordine (forse non a torto), i suoi persecutori, sviluppando una forma di profondo terrore e una sorte di fobia per le divise, che lo porta ad evitare qualsiasi contatto, sino a scappare quando le incontra.

Le divise diventano così incolpevolmente il suo tallone di Achille col quale ben avrebbe potuto convivere, se lo avessero lasciato in pace, come convissero gli anarchici Sacco e Vanzetti, sino ad essere anche loro giustiziati, seppure innocenti.

Francesco, nonostante ciò, è infatti una persona del tutto normale, razionale e pacifica.

La sua unica “malattia“, se proprio così vogliamo definirla, è <l’insofferenza verso le divise>, da cui teme – non certamente a torto vista la sua barbara morte – di venire ingiustamente privato della libertà e sottoposto a disumani trattamenti sanitari obbligatori.

Quello prima del suo assassinio presso l’Ospedale di Vallo della Lucania non era, infatti, il primo trattamento sanitario obbligatorio, che mai in nessun precedente caso risulta essere giustificato da particolari stati emotivi di aggressività o “pericolosità sociale” di Francesco che, ben lungi dal costituire una minaccia per sè o gli altri, si limitava ad evitare e/o scappare di fronte alle forze dell’Ordine e a chi indossava una divisa, nel timore che gli facessero dell’altro male.

Sembra che durante una festa di paese, a Castelnuovo Cilento, la sola vista di un vigile urbano, impegnato nella direzione del traffico, sia stata sufficiente per scatenare in lui paura e ad indurlo ad abbandonare l’auto con il motore ancora acceso. Ma tale episodio, come altri analoghi banali fatti, non costituivano certamente validi motivi per internare una persona buona e mite in un reparto psichiatrico e sottoporla contro la sua volontà a trattamenti degradanti e disumanizzanti.

In altre situazioni accade che Francesco si nasconde nei cespugli per ore, terrorizzato dalla vista di un carabiniere. «Franco prima dei fatti del 1999 non aveva mai avuto problemi del genere. Secondo me sia pure sporadicamente e a distanza di lunghi periodi va incontro a momenti di forte sofferenza psicologica perché i fatti del 1999 hanno lasciato in lui un segno profondo. Quando sono andato a trovarlo in carcere mi son trovato una persona profondamente cambiata, alla quale sembrava che fosse caduto il mondo addosso. Eppure pensavo che fosse più forte! Nonostante questi periodi critici Franco riesce sempre a tornare alla vita normale e al lavoro. Crisi che durano soltanto una, due settimane.».

Queste le parole di Vincenzo Serra, cognato di Francesco che ha sposato la sorella Caterina e Fondatore del comitato “Verità e giustizia per Francesco Mastrogiovanni“, che sottolineano il peso e la gravità sociale di questa vicenda, che trae origine dagli avvenimenti del 1972 e del 1999 e ruota intorno alla totale cecità delle istituzioni locali e alla prepotenza e inadeguatrezza di Carabinieri e strutture sanitarie a svolgere le loro alte funzioni.

In un paese tranquillo come Castelnuovo Cilento, il ritorno di Francesco non passa certamente inosservato. Da molti, in specie negli ambienti restii ai cambiamenti, è visto come il ritorno di un personaggio scomodo e discusso che determina un ingiusto accanimento nei suoi confronti, fatto di insulti, angherie e false accuse costruite a tavolino  dal locale Comando dei Carabinieri e sostenute contro ogni diversa evidenza testimoniale dal P.M. di Vallo della Lucania, M. Renato Martuscelli (lo stesso che dovrebbe oggi giudicare i sanitari suoi presunti carnefici).

Persecuzioni e condanne che segnano in maniera indelebile la vita di  questo pover’uomo, vittima non già della sua “insofferenza alle divise“, ma della ben più grave e profonda insofferenza delle istituzioni alle sofferenze dei più deboli e delle vittime della malagiustizia.

Gli sporadici atteggiamenti paranoici che colpivano Francesco non potevano infatti indurre il Sindaco del suo paese, per ben due volte, nel 2002 e nel 2005, a firmare l’ordine di TSO, onde sottoporlo a trattamenti sanitari coattivi che infine ne provocheranno la morte.

E’ così che Franco, come lo chiamano parenti e amici, entra in contatto con l’allucinante microcosmo del San Luca di Vallo della Lucania e con l’ultima violenza di Stato.

Ma cosa accade effettivamente il 31 luglio dello scorso anno, prima dell’ultimo TSO, autorizzato dal Sindaco, che ammette essere un provvedimento eccezionale ed averne firmati al massimo tre in tutta la sua vita? 

Il 31 luglio 2009 Franco stava tranquillamente trascorrendo a San Mauro Cilento alcuni giorni di vacanza in un campeggio, quando i Carabinieri vanno a prelevarlo per l’ennesima volta con la forza, circondando il suo bungalow con un inusitato spiegamento di forze, neppure si trattasse di un pericoloso latitante o di un mafioso. Seppure non avesse commesso alcun reato, alla vista delle forze dell’ordine scappa istintivamente verso la spiaggia e si ferma a bere un caffè e a fumare una sigaretta, mentre viene circondato da terra dai Carabinieri e dal mare dalla Guardia Costiera. Il tutto per un solo uomo del tutto inoffensivo, allo scopo di sottoporlo all’ultima atroce modena tortura pseudosanitaria denominata TSO, che lo porterà alla morte, presso il famigerato reparto psichiatrico di Vallo della Lucania, dove Franco scongiurava, senza opporre alcuna forma di resistenza,  di non essere portato, certo che questa volta non ne sarebbe uscito vivo.

Quello che appare come un dispiegamento di forze per catturare un importante criminale viene giustificato da ragioni pressoché banali e del tutto fumose, fermamente contestate dai parenti e conoscenti della vittima. Mastrogiovanni, la sera del 3 luglio avrebbe generato caos e panico guidando a forte velocità la sua auto nel centro abitato del comune di Acciaroli, la mattina successiva la cosa si sarebbe ripetuta nel centro di Agnone Cilento, provocando il tamponamento di una vettura. Ma è stranamente il Sindaco del comune di Pollica A. Vassalo, ad avvisare la polizia municipale e sarà sempre lui a sottoscrivere l’ordine di ricovero ospedaliero. Singolarmente, a riguardo non risulta alcuna denuncia da parte di chicchesia e l’autovettura di Franco non riporta alcuna forma di danno, neppure lieve.

E’ quindi fondato il sospetto del povero Franco che se lo avessero riportato nel lager psichiatrico di Vallo della Lucania, questa volta non ne sarebbe uscito vivo. Il perchè esatto non lo sappiamo, ma è chiaro che le ragioni vanno ricercate nell’ottuso accanimento che è stato costruito intorno alla sua persona e alla figura di “pericolo anarchico”.

Sono queste le futili giustificazioni di forze dell’ordine, politici e sanitari, connesse all’ultimo tragico Tso inflitto a Franco, entrato vivo e lucido ed uscito morto.

Il TSO, “trattamento sanitario obbligatorio” è previsto dalla legge 180 ed assorbito nella legge 833/1978, sostituisce il ricovero coatto e si dispone quando sono necessari trattamenti urgenti e tali da non consentire di poter adottare misure extraospedaliere. “Urgenza” è questo il fattore che caratterizza l’uso di questo dispositivo medico-giuridico, significa che bisogna ricorrere ad esso solo come ultima alternativa, solo quando sono fallite tutte le possibilità intermedie di comunicazione con il paziente, o quando c’è un acuirsi, un collasso, una rapida degenerazione delle condizioni di salute di una persona tale da renderlo pericoloso per se stesso e per gli altri. Da qui la previsione estrema di legarlo al letto di contenzione mani e piedi.

La dottrina psichiatrica prevede queste disposizioni particolari ma è improntata, come Basaglia sottolineava, al dialogo, il clinico deve accertare tipo e qualità di adesione del paziente alle cure in modo costante e periodico, il Tso può divenire imminente qualora il paziente non accetti di essere sottoposto volontariamente alle terapie. Se ripercorriamo la storia di Francesco si appura, con una certa immediatezza, che nulla di tutto questo è stato rispettato dal personale medico e di servizio, in quanto Franco era del tutto inoffensivo e collaborativo. Quando fugge in preda al panico perché tallonato da un inusitato spiegamento di forze dell’ordine, tenta il tutto per tutto gettandosi in mare. Rimane in acqua per un paio di ore, ma poi, al momento della resa, è inerme, non aggredisce nessuno e si lascia praticare ben tre iniezioni. In queste condizioni il Tso non aveva ragion d’essere praticato. Non vi era la necessità di effettuare il trasporto in ospedale, poiché il paziente non stava rifiutando le cure e non era aggressivo, ma il personale del 118 continua ad eseguire le procedure. “Non portatemi a Vallo, li mi ammazzano“, implora Franco quando si lascia caricare nell’ambulanza. Franco pronuncia queste parole emblematiche, che celano la consapevolezza dell’ambiente e del trattamento che presupponeva poteva essergli riservato. Ora, il dato di fatto, è che in quel lager Franco è morto davvero e per tutti quella frase appare più sensata e lucida di tutte le brutali e ciniche procedure a cui è stato sottoposto.

Dopo essere rimasto ininterrottamente legato mani e piedi per oltre tre giorni, senza cibo nè acqua, Franco è morto a causa di un “edema polmonare”, soffocato dalla criminale indifferenza di chi doveva provvedere a curarlo, assisterlo, nutrirlo e ascoltare le sue grida di sofferenza.

Ma dal momento che entra nel lager del San Luca, il 31 luglio 2009, fino al decesso avvenuto il 4 agosto, è un’agonia in piena regola, paragonabile ad uno scenario medievale. È la trasmissione “Mi Manda Raitre” che permette di rendere pubblico il video della telecamera di sorveglianza della stanza in cui Franco entrerà vivo e lucido e morirà in 4 giorni. Le immagini parlano da sole, hanno un potere di giudizio insindacabile, come emerge dal video allegato in calce all’articolo.

Alle 12.33 nella stanza entra un uomo sulle proprie gambe, non aggressivo e non agitato, che mangia e si muove tranquillamente, dopo quasi 2 ore, alle 14.25 quella stessa persona viene legata mani e piedi al letto ed inizierà il suo calvario. I lacci della contenzione hanno in questa storia la stessa importanza di un coltello piantato in un torace. Sono si previsti, durante un Tso, ma in casi di eccezionalità e per un tempo necessario ad eseguire quell’operazione che sarebbe impossibile da svolgere su un paziente ostile, tale da non riuscire fisicamente a tenerlo fermo. “Durante tutta la degenza il paziente si è mostrato troppo aggressivo, rifiutava le terapie ed il cibo, il personale era così impossibilitato ad effettuare un prelievo di sangue,” queste le giustificazioni arrancate da avvocati e medici. Il riscontro delle immagini fa emergere ben altro, oltretutto gli erano stati somministrati, sin dall’inizio, sedativi e calmanti.

Dal punto di vista giuridico la contenzione trova ragion d’essere solo nello stato di necessità, ne consegue che pur volendo attenersi all’ipotesi di dovere eseguire un prelievo sul paziente, l’eccezionale misura della contenzione avrebbe potuto occupare non più di pochi minuti e non  certo ben oltre 80 ore. Si tratta cioè di una eccezionale e residuale trattamento, che costituisce una eccezione nell’eccezione, rispetto al trattamento del Tso nel suo complesso, di cui come abbiamo già visto Franco non necessitiva in alcun modo.

In spregio a ogni protocollo e senso di umanità, per tutto questo tempo Franco rimane, invece, legato al suo letto di morte, troppo piccolo, tra l’altro per contenere i suoi 190 cm di altezza, come sottolinea la nipote Grazia.

Il susseguirsi delle crude immagini della telecamera ci mostra tutta la sua atroce sofferenza, acuita da una morsa talmente pressante e persistente, tanto da farlo sanguinare. In un continuo disperato tentativo di liberarsi, in assenza di aiuto, si assiste all’agonia di un essere umano che cerca di divincolare il proprio corpo, intervallata da stati di cedimento, fino alla morte avvenuta intorno alle 02.00 della notte del 4 agosto. Devono passare, però, ben sei ore, affinché ciò venga constatato dall’incurante e cinico personale sanitario.

Alle 7.40, infatti, il video focalizza l’obbiettivo su un maldestro tentativo di rianimazione, ma, come riportato negli atti, viene prima di tutto rimossa la coercizione.

In questo allucinante scenario medioevale i medici e gli infermieri sembrano degli automi.

Nei quattro giorni di torture Franco non viene trattato da paziente nè da essere umano. 

E’ un uomo privato dei suoi più elementari diritti. Come un manichino. Aghi, flebo, pannoloni, fasce di contenzione, cateteri, è intorno a questi elementi che si concentrano le uniche “cure”. Quando il corpo denudato violato e sedato dell’uomo ridotto a manichino scivola continuamente dal letto si “risolve” tutto rinforzando la contenzione. Quando compare una pozza di sangue che gli scende dal braccio è sufficiente passare lo straccio per terra. Quando il pannolone si straccia ha poca importanza sostituirlo. Anche il sintomo del respiro affannoso che preannuncia gli ultimi rantoli di vita non assume alcuna importanza.

Tutto è irrilevante e passa inosservato.

La falsa cartella clinica che inchioda primario, medici e personale ospedaliero riassume la cinicità e l’ipocrisia che si respirano nel lager psichiatrico S. Luca di Vallo della Lucania.

Si parla laconicamente di morte per “improvviso arresto cardiaco”, sopraggiunto alle 7.40, ma non c’è traccia alcuna delle ingiustificate misure della contenzione, che per legge deve essere dettagliatamente descritta.

Muore così un uomo entrato sano e sottoposto senza alcuna obiettiva ragione a un trattamento degradante; e  la sua morte per qualcuno è normale, è frutto di fattori naturali.

Così muore il “pericoloso anarchico” Francesco Mastrogiovanni. Per altri invece è una questione morale di interesse pubblico sull’uso della contenzione e del Tso.

Si accendono i riflettori su un reparto di psichiatria italiana. La sorpresa è che in quel lager la contenzione era una pratica ordinaria e frequente, era perché adesso, dopo il 4 agosto 2009, non ve ne è più traccia. Forse è l’effetto delle indagini e dell’attesa del dibattimento processuale che inizierà il prossimo 28 giugno. Sotto accusa ben 18 persone, tra medici ed infermieri del reparto psichiatrico dell’Ospedale San Luca di Vallo della Lucania, per falso ideologico, poiché, per l’appunto, nella cartella clinica sono omesse le trascrizioni riguardanti i mezzi della contenzione adoperati; sequestro di persona, in quanto il paziente è stato ininterrottamente legato al letto di degenza per più di tre giorni senza essere mai liberato ed alimentato soltanto mediante flebo ed infine, l’accusa di aver cagionato la morte come conseguenza di un altro delitto e cioè della contenzione.

In questa vicenda non si può ricondurre il tutto ai soli concetti di malasanità, negligenza o superficialità, in questa storia c’è ben di più, c’è la morte assurda e paradossale di un uomo insofferente verso lo Stato che muore in un braccio pubblico dello Stato, nelle mani di persone che di questo Stato ne sono una proiezione.

C’è il soffocamento del pensiero e dell’esistenza stessa di uno psichiatra come Franco Basaglia, anche lui si chiamava così per ironia della sorte, che ha tentato di annullare il potere delle camice di forza, per poi scoprire che oggi è bastato sostituirle con delle fasce applicate ai quattro arti e fissate alle sbarre del letto di contenzione. Una forma di tortura ancora più brutale.

Basaglia dedicò tutta la sua vita contro questo annichilimento del malato, per abbattere questo atteggiamento autistico del medico, ma di questo pensiero è stato ereditato ben poco dalla classe politica e medica, solo una legge in cui il termine manicomio viene solo in apparenza cancellato. Una legge di cui in molti pare ne abbiano dimenticato la vera essenza e finalità: «Nel nostro mestiere la finalità è quella di affrontare, – trovare la maniera di affrontare la contraddizione che noi siamo: oppressori ed oppressi, e che dinanzi a noi abbiamo una persona che si vorrebbe opprimere. Bisogna fare in modo che questo non avvenga. L’uomo ha sempre questo impulso, di dominare l’altro; è naturale che sia così. E’ innaturale quando si istituzionalizza questo fenomeno oppressivo. Noi rifiutiamo questo discorso. Noi diciamo di affrontare la vita, perché la vita contiene salute e malattia, e affrontando la vita noi pensiamo di fare la prevenzione. Pensiamo di fare il nostro mestiere: di infermieri, di sanitari, di medici. ».

Carmen Iebba

P.S.: Per i soliti “difetti di notifica” il processo è stato rinviato al 30.11.2010 e da informazioni trapelate pare che il P.M. ben lungi dall’astenersi abbia intenzione di querelarci per “diffamazione“, <rei> di aver esercitato il diritto di cronaca, informando l’opione pubblica sulla persecuzione anche da morto di Francesco Mastrogiovanni.

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