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UNA PROCURA NAZIONALE CONTRO LE MORTI SUL LAVORO. INTERVISTA A GUARINIELLO.

giovedì 01st, maggio 2008 / 19:18 Written by
UNA PROCURA NAZIONALE CONTRO LE MORTI SUL LAVORO. INTERVISTA A GUARINIELLO.

CONVERSAZIONE COL PROCURATORE DI TORINO GUARINIELLO.

di Santo della Volpe (giornalista).

Serve una procura nazionale contro le morti sul lavoro.

“Quando i processi durano anni, quando i reati, anche gravi, per infortuni sul lavoro o malattie professionali vanno in prescrizione, si diffonde l’impunità, l’impressione che si possa fare a meno della prevenzione degli infortuni, perché tanto, anche se ti beccano, prima o poi riesci a farla franca. E di fronte a questo, anche le  migliori leggi, come quella italiana, servono a poco”: è seduto alla sua scrivania ingombra di carte e fascicoli, guarda nella telecamera  e parla con calma, ma con preoccupazione, il procuratore aggiunto Raffaele Guariniello.
Fuori dalla sua finestra, al 5° piano del palazzo di giustizia, Torino regala una di quelle giornate uniche al mondo, con il vento caldo che ha spazzato il cielo, l’aria pulita  e le montagne cariche di neve che si stagliano ad emiciclo dietro le case e gli alberi.

Il dottor Guariniello guarda  un attimo fuori e, quasi a prender conforto da tanta bellezza, conclude la sua risposta: “ci vuole un pool di magistrati che si dedichi solo a queste inchieste, a far rispettare le leggi sulla prevenzione e poi ad indagare rapidamente sugli incidenti, in modo che i processi si possano fare subito e con accuse precise, rilievi scientifici, una accurata ricostruzione contabile delle spese fatte e non fatte dalle aziende. Una superprocura nazionale  contro le morti sul lavoro”.
Come la superprocura antimafia?

“Si, perché è importante la ramificazione sul territorio, lo scambio di esperienze, la specializzazione dei magistrati che ne fanno parte. Vede, dalla inchiesta sul disastro alla Thissenkrupp, è emersa una catena di problemi e di mancanze  che implicano, a loro volta il controllo dell’applicazione di altre norme e leggi.

Il magistrato non può passare oltre,  deve conoscere  quelle norme e quelle sentenze della Cassazione che fanno giurisprudenza, deve capire  le carte ed i bilanci, se vuole che il processo vada poi a buon fine, si chiuda con una sentenza giusta. Di fronte ad un disastro il Pm non può farsi la preparazione in quel momento, ne va dell’inchiesta, della sua efficacia, non possiamo rischiare la prescrizione dei reati perché i tempi si allungano se il magistrato deve studiare ogni volta le leggi antinfortunistiche. Noi dobbiamo dare risposte rapide, ovunque, alla domanda di giustizia.”
Per questo Guariniello vuole chiudere l’inchiesta sulla Thyssenkrupp entro metà febbraio, per  dimostrare che “si può fare”, per arrivare ad una sentenza dopo un processo che si prenda il proprio tempo per dare tutte le risposte alle domande dell’accusa e della difesa, ma soprattutto alla richiesta di giustizia che sale dalle famiglie delle vittime e dagli operai.  Perché vuole che il processo arrivi sino alla Cassazione, senza che si estingua per via della lunghezza dei tempi. Ed il suo ragionamento si estende  a tutti i processi sulla salute dei lavoratori e dei cittadini, forte della sua trentennale esperienza; anche al processo  sui morti per amianto di Casale Monferrato, appena chiuso con la presenza di ben 3000 parti lese, sperando che si arrivi alla sentenza finale  facendo vedere alla maggior parte di quelle persone che la giustizia è possibile, almeno con  una sentenza che faccia “storia”, che aiuti a prevenire altre morti atroci solo per aver avuto vicino a casa o al negozio, la fabbrica di cemento amianto più micidiale d’Italia.
Ma il ragionamento del procuratore aggiunto di Torino si allarga, prendendo in mano i dati ultimi della Cassazione: i processi per morti bianche che arrivano sino alla sentenza definitiva sono una minima parte rispetto ai numeri di infortuni gravi sul lavoro.”Non parliamo poi delle malattie professionali ,che si contano sulle dita di una mano, perché di processi di questo tipo in Italia se ne fanno ancora meno”, aggiunge con amarezza.
L’osservatorio della Suprema Corte  dice infatti che  i processi su infortunistica e malattie professionali si “fanno solo Venezia, Padova, Milano Roma, oltre che a Torino. Sulle malattie professionali, poi, dal Sud non arriva proprio niente. Vi sono procure che, purtroppo, devono affrontare altre emergenze a scapito di queste”.
Ed  il pensiero corre subito alla Sicilia, a Priolo, a Messina e Milazzo, ai tanti poli industriali dove sembra che vada sempre tutto bene, solo perché le inchieste sono poche, dovendo i magistrati impegnarsi su mafia e contorni, specializzandosi in lotta alla criminalità, piuttosto che in salute sul posto di lavoro. E quando succede l’incidente grave, il sostituto procuratore di turno deve imparare tutto, deve cominciare da capo ed i processi sembra sempre che finiscano nel nulla. Così il senso di impunità o di sottovalutazione dell’antinfortunistica, rischia di dilagare.
Guariniello  non può entrare nel merito della inchiesta Thyssenkrupp, ma per far capire cosa significa indagare in un caso come questo, spiega d’aver voluto (e dovuto), affiancare ai vigili del fuoco, ai propri tecnici e collaboratori della procura, anche dei consulenti del Politecnico di Torino ed un commercialista di fiducia che leggesse i bilanci ed i report finanziari della multinazionale tedesca, per il profilo delle spese per l’antinfortunistica e per capire se c’è stata mancanza di sicurezza come scelta economica dell’azienda. Ha formato un vero e proprio pool investigativo. Ma in Italia sono pochi i colleghi a seguirlo su questa strada. Per questo propone che si istituzionalizzi questa sorta di superprocura, ramificata sul territorio in modo da superare la logica della emergenza: “non solo:” spiega ancora, “la presenza di magistrati specializzati ed impegnati nell’antinfortunistica sarebbe da stimolo per gli organismi di vigilanza sul territorio, gli ispettori del lavoro, le ASL ed ARPA. Si formerebbero dei veri pool con le competenze ben chiare ed approfondite per studiare il territorio, collaborare con le aziende che si vogliono mettere in regola e scoprire quelle che non vogliono farlo. Così l’intervento giudiziario diventerebbe incisivo e sistematico su tutto il territorio nazionale, come avviene in Francia”.
Infatti il modello del dottore Guariniello è la “Santè” francese. Solo che oltralpe il potere giudiziario è legato all’esecutivo politico e quindi il modello giusto non agisce in profondità per mancanza di una completa autonomia dei Pm e, soprattutto, dei Gip.

“In Italia invece noi abbiamo l’indipendenza dal potere politico e quindi qui potrebbe veramente funzionare” conclude Guariniello, fornendoci poi materiale per altri approfondimenti, ad esempio sulle circolari amministrative dei ministeri che spesso vanificano le leggi appena approvate. C’è materia per un altro servizio.
Ma il tempo dell’intervista è finito: fuori dalla porta sono già in attesa alcuni operai della Thyssen co
n delle fotografie in mano: rappresentano alcune  lavorazioni che facevano in fabbrica, situazioni di mancanza di sicurezza ordinaria che ora portano all’inchiesta del procuratore aggiunto. Chissà, potrebbero servire.
Fuori dal palazzo di giustizia il vento  fa volare le foglie. E davanti allo stabilimento, lì in fondo a Corso Regina Margherita, dove la scritta Thssenkrupp sembra staccarsi dalle vette imbiancate della Val di Susa, i mazzi di fiori, le fotografie dei 7 operai morti , ogni tanto si staccano dal platano che le  ospita, come in un sacrario,da quella notte del 6 dicembre.
Ciro ed altri ragazzi del Consiglio di fabbrica, le raccolgono, riattaccano le foto con le puntine, rimettono i fiori al loro posto, sotto i messaggi delle tante persone che qui sono venuti a portare un pensiero,una commozione. Sono 150 gli operai fuori dai cancelli ancora chiusi della acciaieria, che forse non riaprirà più: per loro le promesse  sono fioccate, anche dal recente consiglio di amministrazione della Thyssenkrupp, “ma sinora non abbiamo visto niente, neanche una convocazione, un ‘tavolo’ al quale sederci con azienda, sindacato e,speriamo, il ministro del  lavoro” dice Ciro Argentino.
Ed intanto la crisi, incombente o nei fatti del governo,  li lascia spaesati,dentro il vento che fa alzare in cielo le foglie secche, le fotografie dei loro compagni morti e le speranze di trovare  presto un lavoro per il futuro, una giustizia per la tragedia del passato.

Santo Della Volpe (giornalista)

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