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MAGISTRATI FATE AUTOCRITICA. SERVE FARE PULIZIA TRA NOI!

giovedì 01st, maggio 2008 / 18:56 Written by
in Saggi

LE DIMISSIONI DI ILDA BOCCASSINI DALL’A.N.M.

Con una mossa a sorpresa, dopo quelle di De Magistris, arrivano le dimissioni del P.M. di Milano, Ilda Boccassini che ha deciso di lasciare l’Associazione Nazionale Magistrati, per motivi “maturati nel tempo“… . La lettera di dimissioni non contiene altra esplicita motivazione, anche se nell’intervista che, di seguito pubblichiamo, il P.M. dimissionario che ha pioneristicamente condotto le prime indagini sulla “mafia connection” a Milano, non nasconde il suo vibrante atto d’accusa contro l’A.N.M. che reputa “prigioniera di logiche di corrente“, che «non ha mai fatto autocritica», che «non ha il coraggio di guardare dentro se stessa», sentenziando che si è ridotta ad una «corporazione ripiegata su se stessa», dove vi sono troppi silenzi, quando servirebbe alzare la voce, «come se la magistratura fosse diventata un Grande Fratello».

Ne siamo profondamente felici perché finalmente qualcuno dall’interno ha il coraggio di ammettere che quanto andiamo denunciando dai tempi di “mani pulite”, passando per visionari, è vero. A riguardo, segnaliamo l’editoriale di Pietro Palau Giovannetti: “Appello ai Magistrati e agli intellettuali. E quando il sospetto è legittimo?” Da la Voce di Robin Hood n. 1/2002 – scaricabile dal sito dell’associazione (N.d.R.).


L’esordio di Ilda Boccassini in magistratura con funzioni effettive, risale all’anno 1979, prestando servizio alla Procura della Repubblica presso il Tribunale di Milano. Dopo poco si occupa di criminalità organizzata. La prima inchiesta di rilevanza nazionale denominata “Duomo Connection” ha come oggetto l’infiltrazione mafiosa nell’Italia settentrionale, ai tempi della Milano da bere, dove l’ex Sindaco di Milano, Paolo Pillitteri, poi condannato, affermava che la mafia a Milano non esisteva e l’ex Procuratore Capo della Repubblica, Francesco Saverio Borrelli, che Pillitteri non risultava indagato, ma (sic!) “parte lesa” per il reato di pretesa calunnia.

L’inchiesta è portata avanti con la collaborazione di un gruppo di investigatori guidati dall’allora tenente Ultimo, il capitano divenuto poi famoso per l’arresto di Totò Riina. Sono gli anni delle prime collaborazioni anche con il Giudice Giovanni Falcone, che sfocerà in un legame di profonda amicizia.

All’inizio degli anni novanta Ilda Boccassini entra in rotta di collisione con colleghi del pool milanese, ed in particolare con l’allora Procuratore Capo Francesco Saverio Borrelli, che l’accusa di avere violato i criteri di assegnazione dei procedimenti e cerca di estrometterla dalle indagini del processo sulla Duomo Connection che comunque riesce a portare a termine con successo, prima di lasciare il pool. Dopo le stragi di Capaci e Via D’Amelio, nel 1992, chiede di essere trasferita a Caltanissetta dove vi rimane per circa tre anni sulle tracce degli assassini di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino. Collabora nuovamente con Ultimo alla cattura di Riina e scopre, in collaborazione con altri magistrati applicati a quelle indagini, mandanti ed esecutori delle stragi Falcone e Borsellino. Dopo una breve parentesi alla Procura di Palermo torna a Milano, occupandosi dell’inchiesta denominata Mani pulite insieme ai colleghi Antonio Di Pietro, Gherardo Colombo, Piercamillo Davigo e Francesco Greco, seguendo in particolare gli sviluppi delle inchieste riguardanti Silvio Berlusconi e Cesare Previti. Poi si occupa di indagini sulla criminalità mafiosa e sul terrorismo, dirigendo dal 2004 le indagini della Digos che nel febbraio 2007 portarono all’arresto di 15 appartenenti  all’ala movimentista delle Nuove Brigate Rosse, denominata anche Seconda Posizione. L’organizzazione terroristica, operante nel Nord Italia, stava preparando degli attentati a persone e a sedi di aziende.

Come noto, a seguito del suo impegno antimafia, Ilda Boccassini è stata messa continuamente sotto accusa dagli apparati clientelari del potere, con procedimenti penali, disciplinari, ispezioni ministeriali e interrogazioni parlamentari, da cui ne è sempre, loro malgrado, uscita prosciolta. Cosa che purtuttavia non ha impedito, a dispetto della logica, il rallentamento del normale avanzamento di carriera a «magistrato di Cassazione», ottenuto senza problemi dagli altri colleghi del suo stesso concorso, e da lei invece atteso ben 4 anni in più.


Il P.M. si rivolge ai colleghi: troppo protagonismo, mai una autocritica. “SIAMO DIVENTATI UNA CORPORAZIONE. Serve pulizia tra di noi”…

MAGISTRATI, FATE AUTOCRITICA“. di Cinzia Sasso (Giornalista).

MILANO. Come quindici anni fa. Anche stavolta l’attacco arriva a freddo, inatteso, proprio ora perfino impensabile. La rabbia è la stessa, anzi, forse di più. Perché “tanto tempo è passato ma niente è cambiato, come fossimo nella Palermo del principe di Salina”. Per Ilda Boccassini la maturità, però, è una conquista e un grande alleato, e allora oggi per alzare la voce, per puntare l’indice, per suggerire disperatamente attenzione, bastano poche righe. Messe nero su bianco. Oggi non occorre un microfono in mano. Ilda Boccassini quelle righe le ha scritte alla metà di dicembre, sono le sue dimissioni dall’Anm. E non sono la stizza di chi si è sentito scavalcato; non è, anche se a molti fa comodo leggerle semplicemente così, l’invidia contro un collega che è anche un amico. Le sue dimissioni, rese note dal Corriere della Sera, parlano solo di motivi “maturati nel tempo”. Ma dietro c’è un preciso atto d’accusa contro la sua associazione che “non ha mai fatto autocritica“, che “non ha il coraggio di guardare dentro se stessa“, che non pretende da tutti “professionalità, rigore, indipendenza, autonomia”. Che fa, insomma, “come fanno i napoletani con la monnezza: la colpa è sempre degli altri, loro non c’entrano mai”. Tra poco sarebbe toccato a lei: Ilda Boccassini – magistrato-simbolo, l’unica conosciuta e invitata anche all’estero, implorata dalle tivù per un’apparizione, corteggiata per un’intervista – sarebbe diventata uno dei procuratori aggiunti della Repubblica a Milano, la città dove ha lavorato di più. Ma lei, ancora una volta, ha spiazzato tutti: non vuole più quel posto, non le interessa “fare carriera”. “Io sono un soldato”, dice, un magistrato che vuole fare i turni esterni, perché quelli, solo quelli, sono un bagno nella realtà, sono il modo per amministrare la giustizia dei semplici; la giustizia non sono solo i processi a Berlusconi. Dunque non è la gelosia per una promozione mancata: a concorrere per il posto da aggiunto appena assegnato c’erano lei e Francesco Greco, il collega che ha la stanza proprio di fronte alla sua. Stesso punteggio a tutti e due, ma poi, stavolta, ha fatto premio l’anzianità. Ed è passato Greco, il pubblico ministero delle inchieste finanziarie. Di certo, però, al prossimo turno sarebbe tocca
to a lei. Ma, ecco, alla Boccassini questa è sembrata l’occasione giusta per riprendere il discorso cominciato quindici anni fa.

Era il ’92, l’aula magna del palazzo di giustizia di Milano stracolma. Di fronte a una folla di colleghi che ricordavano Giovanni Falcone, Ilda prese il microfono e puntò il dito: “L’avete fatto morire voi – disse – con le vostre critiche, la vostra indifferenza, la vostra diffidenza“. Era un atto d’accusa violento contro una categoria. Quella categoria che non l’ha mai amata perché lei non è mai stata un cavallo da scuderia e non ha mai accettato briglie sul collo. Che ufficialmente l’ha portata ad esempio, ma che ha ritardato le sue promozioni. Che l’ha avuta come emblema, ma che sotto sotto l’ha vissuta come un peso da cui liberarsi: lei, una donna, per giunta, che con la sua ostinazione a celebrare a tutti i costi qualsiasi processo sembrava essere diventata la causa della rappresaglia della politica contro la magistratura, non già la paladina di un principio costituzionale. Perché la carriera dei magistrati è ingessata, prigioniera di logiche di corrente, svincolata da valutazioni sulla professionalità e sul rendimento, passa chi deve passare per questioni di equilibrio interno. La carriera dei magistrati, pensa la Boccassini, “è un mercato“; e a volte, ma solo a volte, vincono i migliori. Ed è questo quello che le sue dimissioni dal sindacato dei magistrati, da “una corporazione ripiegata su se stessa”, vogliono dire. “Facciamo autocoscienza, guardiamo dentro noi stessi. Abbiamo il coraggio di dire che ci sono sacche di ignoranza, di scarsa produttività, anche di corruzione“. Un appello disperato: “A me – dice Boccassini – interessa solo il mio lavoro, la credibilità delle istituzioni”. C’è troppa confusione, in giro. Troppi silenzi quando bisognerebbe alzare la voce, e troppo clamore quando sarebbe necessario tacere. Come se la magistratura fosse diventataun Grande Fratello“. Anche ieri, alla segreteria del pm, sono arrivate richieste di partecipazione a trasmissioni tivù. E anche ieri, con cortesia ma fermezza, sono state respinte. “Un magistrato non va in televisione – si inalbera la Boccassini –  e c’è perfino stato chi ha avuto il coraggio di paragonarsi a Falcone”: un riferimento alla collega Forleo. Se c’era un’attenuante, fino a qualche tempo fa, quando il governo Berlusconi aveva dichiarato guerra alla magistratura e dunque l’esigenza primaria era quella di difendersi coi denti, oggi quell’attenuante non vale più. Non esiste un governo amico – perché la forza della magistratura sta nella sua indipendenza – ma oggi, secondo lei, la categoria dovrebbe riprendere la battaglia anche dentro se stessa. Avere il coraggio di liberarsi dalla logica delle correnti. Trovare la forza di imporre quelle quattro, semplici parole, che sono sempre state il suo unico motto: “Professionalità, rigore, indipendenza, autonomia”.
Cinzia Sasso (Giornalista)

11 gennaio 2008

 

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