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LA BIRMANIA NON VIOLENTA. L’EREDITA’ SPIRITUALE DI GANDHI

domenica 03rd, febbraio 2008 / 18:07 Written by

di Alexia Shiva 

Nel primo numero del giornale ci eravamo occupati della situazione birmana dedicando un articolo al premio Nobel per la pace Aung San Su Chi, dal titolo "la farfalla e i generali".

Già allora covava,  lontano dal clamore dei media, una polveriera che poi è esplosa nel modo che purtroppo tutti abbiamo potuto vedere nei telegiornali di fine settembre. Sarà difficile dimenticare i vestiti rossi dei monaci incedere con dignità e determinazione sotto la pioggia battente o il corpo del fotografo giapponese  trucidato durante una manifestazione.

Oggi, spenti i riflettori su quell’angolo di mondo ed esaurita l’ondata emergenziale,  è necessario fermarsi a riflettere su quello che i monaci birmani ci hanno lasciato: un insegnamento concreto e non violento su come ci si possa opporre a una dittatura militare.

Lo faremo con la lente di ingrandimento della storia, risalendo  alla nascita e alle ragioni del movimento non violento nato nell’India coloniale di inizio Novecento e sgorgato dal cuore e dalla mente del Mahatma Gandhi.



Nella tradizione filosofico-religiosa indiana gli insegnamenti dei maestri hanno valore soltanto se fondati sulla prassi, se cioè siano stati messi alla prova nel corpo e nell’anima di chi li trasmette. Pur non aspirando altro ruolo che quello di servitore dei più deboli, Gandhi si muoveva nel solco di quella tradizione allorché ripeteva: "il mio messaggio è la mia vita". Concepì la sua esistenza come una serie di esperimenti con la Verità, una continua ricerca dell’essenza profonda della dimensione umana in cui l’agire concreto, lo sforzo di adeguare per quanto possibile la pratica agli ideali riconducevano all’unità della coscienza aspetti solo apparentemente discontinui della vita pubblica e privata.

Questo approccio organico alla vita ha spesso  spiazzato osservatori e studiosi occidentali, sicchè in Gandhi si è visto ora il santo o l’asceta, ora l’astuto politico. La "bussola" di questo  impegno sociale politico,  mai disgiunto dalla riflessione sulla moralità del fare, era l’assoluta fiducia nella nonviolenza.

Grazie a Gandhi la non violenza, idea di vita già presente in alcune religioni monoteiste si emancipa dall’ambito religioso per  irradiarsi nelle scelte politiche, economiche, sociali e da semplice negazione della violenza diviene essa stessa valore autonomo e positivo.

Alla base di questo pensiero l’idea  che,  dovendo il mezzo  essere coerente con il fine,  non si possa  adottare un mezzo che porti alla negazione del fine. Se  lo scopo  della lotta per la giustizia è la ahimsa, cioè la negazione della violenza nei rapporti umani, non lo si può realizzare facendo ricorso alla violenza.

Ma qual è il mezzo con il quale l’uomo  può proporsi di affermare la ahimsa nei rapporti umani? L’unico mezzo possibile, secondo Gandhi, è la persuasione razionale di coloro che con i loro comportamenti violenti causano ingiustizia: «Bisogna convertire l’avversario ad aprire le sue orecchie alla voce della ragione».

Persuadere, ma non costringere; convertire, ma non obbligare.

I mezzi della persuasione, per Gandhi, erano essenzialmente due: la discussione e la lotta non violenta. La discussione consiste nel battersi contro un’ingiustizia sociale e politica appellandosi alle autorità ingiuste e all’opinione pubblica. La lotta non violenta (satyagraha) è la dimostrazione pratica della superiorità morale del ribelle, il suo essere dalla parte della verità. La prova di questa superiorità morale sta nella sua disposizione a soffrire e ad affrontare la morte in nome della giustizia : «La dottrina della violenza riguarda solo l’offesa arrecata da una persona ai danni di un’altra. Soffrire l’offesa nella propria persona, al contrario, fa parte dell’essenza della nonviolenza e costituisce l’alternativa alla violenza contro il prossimo».

L’uomo  giusto  dimostra, con la sua sfida non violenta che la verità è qualcosa che sta molto al di sopra del suo interesse individuale, qualcosa di talmente grande e importante da spingerlo a mettere da parte l’istintiva paura della sofferenza e della morte. La capacità di soffrire senza offendere, senza imporre con la forza la propria volontà, senza infliggere sofferenza, senza distruggere o uccidere e senza nemmeno difendersi rappresenta la più potente dimostrazione pratica della validità della causa del ribelle non violento, il suo essere dalla parte della Giustizia.

«La sofferenza è la legge dell’umanità, così come la guerra è la legge della giungla. Ma la sofferenza è enormemente più potente della legge della giungla, ed è in grado di convertire l’avversario ed aprire le sue orecchie alla voce della ragione. Quando volete ottenere qualcosa di veramente importante non dovete solo soddisfare la ragione ma anche toccare i cuori. L’appello della ragione è rivolto al cervello, ma il cuore si raggiunge solo attraverso la sofferenza. Essa dischiude la comprensione interiore dell’uomo. La sofferenza, e non la spada, è il simbolo della specie umana».

La differenza tra questi due metodi di affermazione della verità sta nel fatto che la discussione fa appello esclusivamente alla ragione dell’avversario attraverso la dimostrazione teorica della sua ingiustizia mentre la lotta non-violenta fa appello anche al cuore dell’ingiusto, perché contiene una portentosa dimostrazione pratica della sua ingiustizia.



L’attualità di questo pensiero è una conferma della validit
à universale delle parole di Gandhi. Oggi quelle parole hanno il volto di tutti quei monaci buddisti che hanno deciso di mettersi alla testa nell’opposizione alla dittatura, incoraggiando la popolazione impaurita a fare lo stesso. Digiunando, marciando, preferendo la morte, l’arresto e la tortura all’abiurare gli ideali che ne hanno animato la pacifica ribellione. Le manifestazioni sono andate intensificandosi nonostante gli arresti e la violenza, le pagode non più centri di culto ma punto di riferimento per tutta la popolazione, migliaia i cadaveri ritrovati intorno a Rangoon. 

A mani nude, come il Mahatma (grande anima), hanno sfidato l’ingiusto e subito la sua rappresaglia, dando  una lezione alle cosiddette democrazie,  incapaci di concepire una soluzione alternativa alla violenza che non sia la guerra.

Il 10 novembre 1998 l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite ha proclamato il primo decennio del XXI secolo e del III millennio, gli anni dal 2001 al 2010, Decennio internazionale di promozione di una cultura della non violenza e della pace a profitto dei bambini del mondo.



Aung San Suu Kyi, con la sua famosa frase: "Non siamo ancora arrivati alla fine, c’è ancora molta strada da percorrere. Per favore non abbandonateci", ci chiede di agire subito, usando la nostra libertà per chi non ce l’ha. Ci ricorda che la Birmania è una delle più crudeli dittature militari del mondo: il paese con il più alto numero di soldati bambini e con il più alto tasso di lavoro forzato del mondo. Un bambino su 10 muore prima dell’anno di vita. La maggioranza della popolazione vive in stato di povertà estrema e non ha accesso alle cure mediche. L’esercito stermina le minoranze etniche, costringendo i più poveri ad arruolarsi, ed utilizza lo stupro di massa come strumento di controllo. I prigionieri politici che vengono torturati in carcere sono decine di migliaia. Chi ha manifestato pacificamente per le strade è accusato dal regime militare di terrorismo e per questo rischia 20 anni di carcere e torture. 

In Birmania non c’è democrazia e non c’è libertà di stampa né di parola. Ogni fermento democratico è represso nel sangue. Ma da Myanmar si è ormai alzato il vento della nonviolenza e il sacrificio dei monaci e della popolazione ha raggiunto ogni angolo del pianeta, toccando i cuori degli uomini, nei quali non tarderà a germogliare il seme della pace.  

 

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