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TIBET LIBERO! MILANO LIBERA! UNA BANDIERA AI BALCONI PER LA VIA ALLA FELICITA’ INTERIORE

domenica 24th, giugno 2012 / 10:49 Written by
TIBET LIBERO! MILANO LIBERA! UNA BANDIERA AI BALCONI PER LA VIA ALLA FELICITA’ INTERIORE

Con il rogo di Palden Choetso, la giovane monaca tibetana che si è data fuoco nel Sichuan, salgono a ben 35 i religiosi buddhisti che nei mesi scorsi, nel silenzio assordante dell’Occidente, hanno offerto il bene supremo della loro vita per la libertà del Tibet e per protestare contro l’occupazione e il genocidio culturale attuato dalla grande potenza economico-militare cinese.
La notizia, diffusa dall’organizzazione Students for Free Tibet, che ha scosso l’opinione pubblica internazionale e le cancellerie di mezzo mondo, con in testa Hillary Clinton, aveva dapprima portato il Sindaco di Milano Pisapia a promettere la cittadinanza onoraria al Dalai Lama, che nei giorni 27 e 28 giugno prossimi, sarà ospite della capitale lombarda per un evento – aperto a tutti – presso il Mediolanum Forum di Assago (Milano), di cui riportiamo in calce l’intero programma.

Ma il passo indietro di Pisapia degli ultimi giorni ha fatto scattare la polemica con Beppe Grillo.
In un’intervista alla Bbc, il Dalai Lama aveva espresso le proprie preoccupazioni per i propri connazionali che continuano a sacrificare le loro vite dandosi fuoco, come ormai accade anche qui in Italia tra disoccupati e imprenditori ridotti sul lastrico dalla neo-dittatura finanziaria globale delle oligarchie massonico-militari che controllano i governi delle nazioni.
Dal marzo scorso, dopo il primo caso di suicidio a Kirti, l’esercito cinese nel silenzio dei media, ha inasprito la repressione circondando i monasteri “ribelli”, mentre continuano senza sosta, le deportazioni dei religiosi.

Il rischio è una sorta di sacrificio di massa, quale estrema protesta contro la colonizzazione cinese. I continui suicidi isolati, anche se sempre più numerosi, infatti, non sono ancora riusciti ad attirare l’attenzione globale sulla questione tibetana.
Lobsang Wangyal, un imprenditore tibetano in esilio ha affermato a riguardo: “Da molto tempo i tibetani in Tibet non sono felici sotto il dominio cinese. Le immolazioni dicono che fanno sul serio, ma il mondo sta prestando poca attenzione. Questo ci dà la sensazione che 25 tibetani che mettono a repentaglio la propria vita non siano ancora sufficienti e che ci sia bisogno di altre vite da sacrificare.”
Osservatori, politologi, economisti concordemente attribuiscono l’indifferenza dell’Occidente allo status di superpotenza economica e alla sempre maggiore influenza e crescita della Cina: per questo le delegazioni dei governi occidentali e asiatici evitano l’argomento con Pechino.
Dal febbraio 2009 sono almeno 35 i monaci tibetani ad essersi dati fuoco in un’ondata di proteste. Senza contare i prigionieri uccisi nelle carceri per le torture subite dalla polizia cinese, come nel caso di alcuni giorni orsono di cui ha dato notizia AsiaNews, a proposito del giovane monaco di 36 anni, Karwang, detenuto in attesa di processo, nelle more brutalmente assassinato nelle carceri della Contea di Nyagrong, solo per avere appeso dei semplici poster inneggianti all’indipendenza del suo popolo, come rivelato da fonti del Tibetan Centre for Human Rights and Democracy. Fatti che hanno portato i tibetani in esililo a lanciare una protesta mondiale contro le politiche culturali e religiose cinesi contro il Tibet. Ciò nonostante, nessun governo straniero è stato sinora disposto a fare pressioni su Pechino.
“Con l’incremento del potere economico cinese ed il declino dell’Occidente, la causa tibetana rischia di essere limitata a una piccola parte della società civile. In passato i governi occidentali prestavano anche solo formalmente una certa attenzione verso i diritti dei tibetani. Come la Cina ha alzato la posta, le intenzioni occidentali di destabilizzazione sono scomparse”, così ha denunciato ad Asia Times Online, Dibyesh Anand professore associato dei relazioni internazionali alla London’s University of Westminster.
Wu Zegang, capo della prefettura di Sichuan, ha accusato il Dalai Lama e il governo tibetano in esilio a Dharamsala di cercare di separare il Tibet e i suoi abitanti dalla Cina. Nel frattempo, gli esuli tibetani respingono le accuse e continuano nella loro serie di proteste contro le politiche di Pechino, chiedendo l’intervento delle Nazioni Unite e dei governi più importanti. Ma si sa il Tibet non ha il petrolio dell’Irak né della Libia…

Alla vigilia dell’anniversario della rivolta tibetana del 1959, repressa nel sangue, sono state organizzate forti proteste dai tibetani e dai loro gruppi di supporto, dalla capitale dell’esilio a Dharamsala, in India, fino a Times Square di New York. Scioperi della fame, veglie, proteste e moti di indignazione popolare sono stati testimoniati in ogni comunità tibetana nel mondo.
I paesi occidentali, che prima sollevavano il problema del Tibet nelle loro relazioni con la Cina, ora sembrano bypassare o trascurare l’argomento quando contrattano affari, relazioni e scambi commerciali con Pechino. Durante una visita negli Stati Uniti del vicepresidente cinese Xi Jinping – probabile successore di Hu Jintao alla fine di quest’anno – il presidente massone Barack Obama e gli alti funzionari statunitensi non hanno mai affrontato la questione tibetana. Questo ha reso piuttosto debole una recente dichiarazione da parte del Coordinatore Speciale degli Stati Uniti per la questione tibetana, Maria Otero.
L’8 marzo scorso, durante la fine della Cinque giorni di Monlam Chenmo (un grande festival di preghiera) a Dharamsala, il Dalai Lama ha detto: “In questo momento la verità viene repressa violentemente in Tibet […] la verità sta perdendo forza e potenza, ma non possiamo fare molto.”

Noi crediamo comunque che i gesti di coraggio e disperazione dei monaci buddisti tibetani che ci riportano alla memoria altri simili sacrifici più o meno noti non siano affatto inutili né tanto meno sono destinati a rimanere inascoltati.
Come affermava il mahatma Gandhi “La rivoluzione umana e il coraggio di ogni singolo individuo contribuiranno al cambiamento nel destino di una nazione e condurranno infine a un cambiamento nel destino di tutta l’umanità“.
E’ stato infatti il sacrificio del martire tunisino Mohammed Bouazizi, datosi fuoco nel dicembre 2010, a innescare la “Rivoluzione dei gelsomini“, che ha portato alla cacciata di Ben Ali, espandendosi poi agli altri Paesi arabi.
Risale al gennaio 1969 il gesto estremo dello studente Jan Palach, che, a Praga, in Piazza Venceslao, trasformandosi in una torcia umana per protestare contro i carri armati sovietici, accese e toccò le coscienze dell’intera società civile  mondiale, avviando il processo di liberazione dall’invasione della Cecoslovacchia e il successivo crollo del muro di Berlino.
Otto anni dopo, nel febbraio 1977, a Parigi, analoga sorte toccò al giovane Alain Escoffier, immolatosi davanti all’Aerflot, l’agenzia aerea di bandiera sovietica, per protestare contro l’Urss e le dittature comuniste.
Tra gli altri episodi più emblematici quello dei bonzi vietnamiti che, nel 1963, si diedero fuoco a Saigon per protestare contro il governo filoamericano di Diem. Le loro immagini, riprese dalle tv di tutto il mondo e diffuse dai giornali occidentali, contribuirono non poco a fare crescere, nell’opinione pubblica americana ed europea, il rifiuto nei confronti della guerra nel Vietnam.
Lo stesso dicasi per la clamorosa protesta nonviolenta dei monaci buddisti del Myanmar, che storicamente hanno sempre giocato un ruolo molto importante nella politica e nei cambiamenti sociali in Birmania, a partire dalle prime azioni di resistenza contro il colonialismo inglese, sino ai tempi più recenti in cui pur avendo incontrato la repressione armata dell’esercito subendo svariate migliaia di morti, feriti e arresti sono riusciti a portare oltre 300.000 persone in piazza, imponendo il ritorno di Aung San Suu Kyi [www.lavocedirobinhood.it/Articolo.asp?id=76].

Italo Calvino vide nei monaci vietnamiti, insieme agli “uomini giusti e pazienti di Hanoi” e alla guerriglia dei Vietcong, simboli estremi “che per gridare la parola pace più forte dei rumori della guerra“, fanno parlare “le fiamme dei loro corpi irrorati di benzina”. Aldo Capitini, pacifista nonviolento, organizzatore della prima “marcia della pace” Perugia-Assisi del 1961, commentando il rogo dei bonzi vietnamiti scrisse che “il suicidio diventa l’estremo tentativo di protesta scegliendo tra la morte dell’altro e la propria – come se al sommo una morte ci voglia per mutare la situazione – la propria morte“.
Partì dal sacrificio dei bonzi vietnamiti l’indignazione contro la guerra nei Vietnam, poi segnata da innumerevoli appelli, sottoscritti da migliaia di uomini di cultura, dall’indignazione del mondo accademico, dalla rivolta nei campus universitari che si estese a macchia d’olio in tutto il mondo, dall’obiezione di coscienza alla guerra, sino a costringere l’esercito più potente del mondo a piegarsi alla tenace resistenza del piccolo popolo vietnamita.
Ed oggi? Di fronte ai recenti roghi dei religiosi tibetani nessuno si fa avanti.
Il Consiglio Comunale dei lumbard controllato dalle massomafie finanziarie si spacca e nega la cittadinanza onoraria al Dalai Lama.
Forse ha ragione Beppe Grillo ad indignarsi contro “Pisapippa”, come lo chiama lui, e il Comune di Milano, una volta capitale morale, in seguito “Milano da bere”, e oggi città “senza neppure una qualunque identità”, come scrive sul suo blog, denunciando che è stata negata la cittadinanza a Sua Santità con il solito teatrino all’italiana per ragioni di bottega.
La Cina, oltre ad aver occupato il Tibet, ha occupato anche Palazzo Marino“.
I neo maoisti meneghini – prosegue Grillo – hanno bocciato l’onorificenza a Tenzin Gyatso in nome dei danè. La Cina ha infatti minacciato di non partecipare all’Expo 2015 e pressioni di ogni genere sono arrivate in questi giorni al Comune di Milano da parte degli investitori cinesi. “Io ho avuto l’onore di incontrare il Dalai Lama nella sua ultima visita a Milano” – dichiara Grillo. “Mi concesse mezz’ora del suo prezioso tempo e, alla fine del colloquio, mi donò una sciarpa bianca e un forte abbraccio. Gli promisi il mio appoggio. Il Tibet è occupato, straziato, e l’Italia fa affari con chi lo occupa senza provare vergogna e si lascia ricattare nelle sue decisioni politiche per motivi economici. A questo punto è arrivato il Paese di Michelangelo e Giulio Cesare, di Leonardo e di Marconi, a farsi condizionare come un pezzente nei suoi rapporti internazionali. La dignità ce la siamo messa nel culo. Mi è arrivata notizia di una telefonata direttamente al presidente del Consiglio Comunale di Milano da alte autorità cinesi perché dissuadesse Pisapia dalla cittadinanza onoraria al Dalai Lama. Spero che non sia vero e che, nel caso, si sia risposto con un vaffanculo in cinese. Ma senza dubbio mi illudo. In Tibet sta avvenendo qualcosa di inaudito, contro l’occupazione cinese si stanno dando fuoco le giovani madri. Finora era successo solo per gli uomini. Il Tibet è circondato da un muro di omertà alla cui costruzione partecipa anche l’Italia. Buttiamo giù il muro. I muri sono da sempre impastati con il sangue dei popoli”.

C’è spazio nella Milano di oggi, aggiungiamo noi, per le “urla dal silenzio” che, senza clamori, ci giungono da un piccolo popolo in lotta contro il genocidio culturale del Tibet ?

Sarebbe bello che a questa domanda, al di là delle scelte dei politici, risponda il cuore dei milanesi e di tutti gli italiani onesti, appendendo a balconi, finestre, taxi, negozi, uffici pubblici, nei giorni della visita del Dalai Lama, una bandiera tibetana o della pace o, semplicemente un drappo bordeaux, come le tonache dei monaci nella foto nel riquadro.

Chissà che anche Milano, l’Italia intera e l’Occidente non ritrovino, partendo da un piccolo gesto di coraggio civile, quella via della felicità interiore di cui parla il Buddhismo Mahayana, basata sulla fede nel Sutra del Loto, secondo cui la “felicità relativa” deriva dalle circostanze esterne, come la posizione sociale o la ricchezza economica, che si sgretolano facilmente al mutare delle condizioni e dell’ambiente, mentre la “Felicità assoluta“, significa non essere mai sconfitti da nessuna difficoltà o dura prova, costruendo ciascuno dentro di sé una condizione vitale in cui la vita è di per sé gioia.

LA VIA DELLA FELICITA’ INTERIORE
Insegnamenti di Sua Santità il Dalai Lama a Milano
27-28 giugno 2012
Siamo molto lieti di informarvi che Sua Santità il XIV Dalai Lama sarà a Milano il 27 e 28 giugno prossimi, per un evento – aperto a tutti – che si svolgerà presso il Mediolanum Forum di Assago (Milano). Questo è il programma delle due giornate:
27 GIUGNO
Commentario a “I TRE ASPETTI PRINCIPALI DEL SENTIERO”

Un breve ma straordinario testo composto da Lama Tzong Khapa (filosofo e meditatore tibetano del XIV secolo) che presenta i punti principali del sentiero Buddhista Mahayana.
Orari: 09.30 – 11.30; 13.30 – 15.30
28 GIUGNO
INIZIAZIONE DI AVALOKITESVARA Il Buddha della Grande Compassione
L’Iniziazione è una cerimonia, che Sua Santità conferirà sulla base della propria grande conoscenza personale, che permette di ricevere un’autentica benedizione di compassione, amorevole gentilezza e non violenza.
Orari: 09.30 – 11.30
CONFERENZA PUBBLICA La felicità al di là della religione
Le parole del Dalai Lama vanno oltre la religione, vogliono essere un approccio positivo alle problematiche esistenziali della società umana, suggerire un’etica ideale comune in tutto il mondo che illumini le scelte soprattutto in momenti di cambiamenti epocali come quello che stiamo attraversando.
Orari: 13.30 – 15.30
Per ulteriori informazioni e per il programma dettagliato, visitate il sito www.dalailama-milano2012.org – tramite il quale è anche possibile iscriversi direttamente agli insegnamenti – oppure contattate la Segreteria: email info@dalailama-milano2012.org, Tel. +39 022576015, +39 0287078990, +39 0287078991 – Fax +39 0227003449, Via Euclide, 17 – 20128 Milano, Italy.
Vi preghiamo inoltre di aiutarci a diffondere questa comunicazione presso i vostri contatti.
È anche disponibile un volantino che, se vi è possibile, vi chiediamo di stampare e distribuire, esporre, oppure di usare come banner, collegandolo a www.dalailama-milano2012.org.
Per il volantino a colori fare click qui, in bianco e nero fare click qui.
Per qualsiasi ulteriore comunicazione, non esitate a contattarci.
Vi ringraziamo per l’attenzione e per quanto farete in nostro aiuto, dando così a molti l’occasione di cogliere questa preziosa opportunità.
Ghe Pel Ling Istituto Studi di Buddhismo Tibetano
La visita di Sua Santità è stata resa possibile grazie all’impegno della nostra Guida Spirituale il Ven. Thamthog Rinpoche, Abate del Monastero di Namgyal.
Segreteria Ghe Pel Ling.
Visita di Sua Santità il XIV Dalai Lama – 27/28 Giugno 2012
Via Euclide, 17 – 20128 Milano, Italy
Tel. +39 022576015, +39 0287078990, +39 0287078991 – Fax +39 0227003449
www.dalailama-milano2012.org – e-mail: info@dalailama-milano2012.org

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