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GUATEMALA TRA INFERNO E PARADISO

venerdì 04th, gennaio 2008 / 11:38 Written by

di Giulia Vitali 

"Prima di tutto noi donne dobbiamo sapere che la violenza ed il maltrattamento non sono naturali, che non siamo nate per soffrire, che nessuno ha diritto a insultarci, picchiarci, violentarci. Tanto meno la violenza può essere una forma per esprimere affetto."

(Union Nacional Mujeres Guatmaltecas)

Verità così semplici da sembrare scontate, talmente scontate da  essere spesso dimenticate.

In gran parte del mondo il principio di pari dignità e di pari diritti per uomini e donne è solo formale  perché nella realtà questa nostra società è costruita da e per gli uomini. In molte parti del mondo i diritti delle donne, quando esistono, sono calpestati senza alcun ritegno. La nostra vita vale poco o nulla, siamo oggetto del piacere di uomini che hanno dimenticato di essere figli di altre donne.

In alcune parti del mondo, se sei donna, tutto quello in cui puoi sperare è di diventar vecchia un giorno, perché per molte di noi l’età senile rimane un lontano miraggio, molte cadono vittime di una società misogina.

Prendete gli stati del centro e sud america, simbolo per molti europei di vacanze da sogno, dove la sabbia è bianca ed il mare e il cielo sono di un azzurro intenso, prendete il Messico o il Guatemala o El Salvador  e guardate oltre le spiagge da favola, oltre il clima di festa dei villeggi turistici.

Quelle che scorgerete saranno città piagate dalla criminalità, dove la donna è continuamente vittima di soprusi e violenze.

Per descrivere la situazione è stato perfino coniato un nuovo termine: femminicidio o omicidio di genere per "sottolineare il disprezzo che esiste in questa società verso le donne".

Secondo i dati ufficiali tra il 1995 ed il 2005 in Messico sono state violentate, torturate ed infine strangolate in media 1.000 donne l’anno, in Guatemala il numero delle donne uccise negli ultimi cinque anni si aggira intorno a 2.300 mentre in El Salvador è di circa 1.320.

La città messicana di Ciudad Juarez è stata definita la capitale dei crimini contro le donne ma essa rappresenta purtroppo solo la punta di un iceber ben più grande.

In Guatemala in particolare la situazione è davvero molto critica. Il paese in sé registra ogni anno un numero elevatissimo di omicidi – si pensi che solo nel 2005 sono stati uccisi più di 4.800 uomini – e come in Messico il tasso di impunità è sorprendente, quasi il 100%. 

La differenza sta però nel fatto che se la vittima è un uomo è quasi sempre stato ucciso a colpi di arma da fuoco mentre la maggior parte delle donne muore  per strangolamento dopo giorni e giorni di torture, violenze e mutilazioni.

Inoltre se si tratta di donne le autorità trattano il caso in maniera superficiale, colpevolizzando le vittime e accusandole di condotta immorale, quasi che l’indossare una minigonna sia un motivo sufficiente a giustificare un omicidio.

Secondi i rapporti ufficiali della polizia guatemalteca la numerosa serie di uccisioni è strettamente connessa al traffico di droga, al crimine organizzato e alle bande giovanili.

Questo però non spiega come mai le vittime siano non solo donne adulte ma anche bambine di 10-12 anni, provenienti da famiglie a basso reddito; inoltre, rispetto al passato, le modalità sono molto differenti. Se prima infatti venivano sempre ritrovati i cadaveri, ora di una donne su due di quelle scomparse non viene ritrovato il corpo. A Ciudad Juarez la mafia locale sembra essere diventata particolarmente abile nel far scomparire i corpi delle donne assassinate: il mezzo viene infatti chiamato "lechada", ovvero "un liquido corrosivo composto di calce viva e di acidi, che scioglie rapidamente la carne e le ossa senza lasciare nessuna traccia"(Sergio Gonzales Rodriguez).

Le autorità del Guatemala sembrano inoltre non avere nessuna fretta di trovare i colpevoli, anzi molto spesso la loro inefficienza sembra suggerire la volontà di insabbiare e coprire i veri omicidi.

Secondo un rapporto di Amnesty International, in Guatemala, nel 70% dei casi di omicidio di una donna  non viene neanche aperta un’indagine – questo perché se i familiari della vittima non si costituiscono parte civile è come se il delitto non fosse mai accaduto – e nel 97% dei casi non viene eseguito alcun arresto.

Dal 2001 solo 14 dei 2.300 omicidi sembrano essere stati risolti, questo almeno a detta della polizia che certo non si distingue  per la sua integrità morale; il capo della stessa infatti nel 2005 aveva dichiarato che per fermare questa strage sarebbe bastato invitare la popolazione femminile " a non entrare nelle bande criminali di strada ed evitare episodi di violenza in famiglia, cosa che la polizia non può fare".

Difficile fidarsi di chi davanti a un corpo seviziato addita la vittima come responsabile della sua sorte e non l’assassino.

Certo è che il Guatemala non possiede un codice penale particolarmente severo nei confronti dei crimini commessi contro le donne; gli articoli 200 e 206 dello stesso sanciscono infatti che un "matrimonio riparatore" annulla la responsabilità penale dello stupratore e che vi è la possibilità di "perdono" della vittima nei casi non perseguibili d’ufficio.

Vi è inoltre una legge che ascrive a reato i rapporti sessuali con una minorenne soltanto se la ragazza è "onesta". Questo relega la donna ad una posizione di inferiorità rispetto all’uomo, quasi che la sua vita valga meno.

La donna nella foto di Walter Astrada (1° premio nella categoria Contemporary Issues per il World Press Photo 2007) è Maria Esperanza Gutierrez, una donna di 42 anni,  uccisa a Boca del Monte,  il 19 novembre dello scorso anno, da 16 colpi di arma da fuoco sparati per il semplice fatto che era una donna. Sarebbe bastato uno solo di quei sedici colpi ad ucciderla ma l’assassino non ha avuto pietà di lei neanche quando l’ha vista cadere al suolo, ormai senza vita, e ha sparato altri quindici colpi su quel corpo indifeso.

Ma vi sono anche altri numerosi casi, come per esempio quello di Clara Fabiola Garcia uccisa nella città di Chimaltenango perché aveva testimoniato e fatto condannare Oscar Gabriel Moralez Ortis detto "il Piccolo" per l’omicidio di Ana Berta e Elsa Mariela Loarca Hernandez  avvenuto davanti ai suoi occhi due anni prima.

Il Piccolo aveva minacciato numerose volte Clara Fabiola ma anche questa volta, come molte altre, la polizia si è rivelata assente e incapace di proteggere le vittime. Per l’omicidio della Garcia nessuno è stato arrestato.

Claudina Isabel Velásquez Paíz aveva 19 anni, studiava giurisprudenza all’Università di Città del Guatemala. Il 12 agosto 2005 è uscita da casa per andare all’università ed è stata l’ultima volta che i suoi familiari l’hanno vista viva. Il suo corpo è stato ritrovato il giorno dopo: era stata stuprata, torturata e poi uccisa con un colpo di pistola
alla testa.

Nel febbraio del 2007, in una strada della periferia di Città del Guatemala, è stato ritrovato il cadavere di Silvia Patricia Madrid, una prostituta di 25 anni, strangolata dopo essere stata a lungo violentata. La autorità non hanno raccolto alcuna prova dalla scena del crimine. Anche in questo caso la vittima è stata indicata come la vera responsabile della sua sorte, il suo lavoro rendeva la sua vita meno degna di rispetto.

Queste sono solo alcune della numerose storie che si potrebbero raccontare sul Guatemala e che nulla hanno a che vedere con ciò che troverete sulle guide turistiche del paese. Gli interessi economici e politici, come spesso accade, diventano più importanti della verità, più importanti persino dei diritti umani e degli esseri umani stessi. Nessun depliant turistico vi racconterà mai il dolore delle madri che vivono nel terrore di non veder tornare a casa le proprie figlie e nessuno potrà mai descrivere il dolore di ritrovare invece il cadavere della propria figlia, di sapere che i suoi ultimi attimi di vita sono stati un insulto alla vita stessa.

Nel giugno 2006 il Comitato delle Nazioni Unite per l’eliminazione delle discriminazioni contro le donne ha espresso preoccupazione per la sparizione, lo stupro, la tortura e l’uccisione di donne e per la radicata cultura di impunità legata a tali crimini. A settembre il Congresso ha approvato la creazione di un nuovo Istituto nazionale di scienze legali che dovrebbe unificare le attività giudiziarie dei differenti organi dello Stato. Il fenomeno però non sempre essersi fermato anzi le denunce di violenza domestica sono aumentate significativamente: nel 2003 i tribunali hanno esaminato una media di 1.200 denunce al mese e il numero, pur così, alto è sicuramente sottostimato rispetto alla reale portata del fenomeno. Negli ultimi anni sono cresciute le violenze contro le attiviste politiche, un dato reso ancora più inquietante dal fatto che in Guatemala sono state proprio le donne a svolgere un ruolo determinante nella costruzione di spazi democratici e nella difesa dei diritti umani. Ma qualcosa inizia a smuoversi: le donne iniziano a prendere piena coscienza dei loro diritti, lo sguardo del mondo sembra riuscire finalmente a vedere la grandezza e la gravità del fenomeno e speriamo che presto le precedenti iniziative di legge e lo sviluppo di una nuova legislazione in materia, abbiano un serio impatto sulla riduzione del numero degli omicidi o sulle capacità della polizia e della magistratura di indagare e di sottoporre alla giustizia i responsabili.

 

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