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DI PRIGIONE SI MUORE. DALLE CARCERI DELLA MORTE ALLA MORTE DELLE CARCERI.

lunedì 31st, dicembre 2018 / 19:22 Written by
DI PRIGIONE SI MUORE. DALLE CARCERI DELLA MORTE ALLA MORTE DELLE CARCERI.
Lettera aperta al Ministro della Giustizia, al Presidente del Consiglio e al Presidente della Repubblica
A cura di Pietro Palau Giovannetti (Presidente di Avvocati senza Frontiere)
 
A nome dell’Associazione che rappresento e degli italiani pensanti che si riconoscono nei princìpi dell’Illuminismo, delle libertà fondamentali e dei diritti umani, Vi invito ad aiutarci a far uscire il nostro Paese dal buio dell’economia medievale del castigo e del supplizio dei corpi e dell’anima. Ditelo insieme a noi: «Io sto con Cesare Beccaria!».
Fate sentire la voce delle 67 vittime sacrificali che anche quest’anno si sono suicidate in carcere per disperazione.
E’ di Natale la notizia che un operaio, malato cronico è morto in cella, vedendosi negare per tre volte i domiciliari, seppure detenuto per reati lievi, per cui non avrebbe dovuto neppure entrare in carcere, avendo diritto di usufruire di misure alternative. Lasciare morire in cella un uomo malato bisognoso di cure è un gravissimo crimine sociale. Così come lo è privare della libertà e di ogni speranza oltre 60.000 detenuti, sino a spingere molti di essi al suicidio. Degli ultimi tre suicidi di Stato dei giorni scorsi, quello più emblematico dell’agghiacciante arretratezza culturale e morale della Giustizia italiana è la morte di Daniele Giordano, noto alle cronache come il “ladro di merendine”, tanto da essere stato ribattezzato “serial Kinder”, per avere rubato 68 confezioni per un valore di circa 200 euro. Sottoposto alla sorveglianza speciale con obbligo di soggiorno è stato rispedito in carcere, dove si è poi suicidato nel bagno della cella, con un lenzuolo legato alla finestra, quando avrebbe avuto bisogno solo di cure per liberarsi dall’ossessione di rubare merendine Kinder dai supermercati della sua città (Catania).
La certezza della pena non è riempire le carceri di poveri cristi, malati, anziani, tossicodipendenti, extracomunitari, soggetti svantaggiati e nullatenenti, spesso internati per reati di lieve entità a pene sproporzionate e degradanti.
Va imprigionato solo chi è socialmente pericoloso, chi può ancora uccidere, rapinare, corrompere o, usare violenza su donne e bambini, chi può ancora ricattare, estorcere e rubare danaro pubblico, chi può ancora abusare della sua posizione dominante, dopo avere assicurato tutte le garanzie costituzionali del giusto processo. Ma che senso può avere oggi la singolare pretesa di rinchiudere solo la povera gente?
Questo sistema penitenziario è privo di qualsiasi umanità e giustificazione etica, morale, politica. E’ una barbarie, una reminiscenza ereditata dalle segrete medievali, senza alcun contenuto pedagogico, curativo, correttivo, rieducativo. Nelle moderne «città della sofferenza», corpi e anima si trovano irretiti in un sistema di costrizioni e privazioni, di obblighi e divieti, continui e laceranti, che soffocano ogni speranza e lo stesso desiderio di vivere.
Il castigo è passato dai patiboli innalzati nelle piazze, dove venivano esercitati in pubblico supplizi insopportabili, sino alla morte, ad una violenza privata sistematica di diritti sospesi, consumata in silenzio all’interno delle oscure e più discrete mura carcerarie, straziando e manipolando i corpi e l’anima dei giustiziandi. Un supplizio moderno che agisce sui cuori, le menti, i desideri e la volontà, con l’obiettivo di renderli docili e farli morire dentro.
 
Lei stesso Ministro Bonafede ha di recente ricordato che  i “colletti bianchi” rappresentano solo lo 0,6% dell’intera popolazione detenuta e che, in relazione all’alta percentuale di suicidi, “è inaccettabile che in uno stato di diritto un detenuto possa preferire la morte al carcere“. Cosa che io stesso mi sono, mio malgrado, trovato a desiderare, proprio in questi giorni, quando lo scorso anno ero stato ingiustamente privato della mia libertà personale, a Rebibbia, in una cella gelida e fatiscente, solo per avere denunciato la vasta corruzione della magistratura italiana.
 
Mi permetto quindi di suggerire che la soluzione non sta nel costruire nuove carceri, assumere nuovo personale, restringere l’accesso alle misure alternative o inasprire le pene e il regime carcerario, già di per sé molto duro, tanto da spingere molti detenuti al suicidio. Ma, nell’inaugurare, nel 2019, una nuova era dei diritti, dando fiducia e speranza anche ai soggetti più deboli che hanno commesso dei reati, senza farli marcire nelle patrie galere. Lasciate la sottocultura della galera alla miserabile propaganda di coloro ai quali consiglio di andarsi a rileggere Cesare Beccaria (se mai lo hanno letto) o, di provare a far visita anche una sola volta ad un carcere, dove molto spesso sono reclusi vittime innocenti di errori giudiziari o perseguitati politici dell’ancien régime.
 
Noi cittadini comuni chiediamo GIUSTIZIA vera e subito. I diritti negati non possono aspettare. Bisogna cambiare le logiche corrotte e anacronistiche del sistema giudiziario proteso a difendere ad oltranza gli interessi delle élite dominanti, che soffocano la crescita democratica e inquinano le regole del processo. Il Paese abbisogna solo di magistrati liberi e indipendenti non asserviti ai partiti. Un Governo del Cambiamento deve avere il coraggio di fare una rivoluzione culturale, cacciando le molte mele marce, spesso annidate nei più alti gangli di comando delle procure italiane e del C.S.M., che impediscono l’esercizio dell’azione giudiziaria nei confronti di soggetti in posizione dominante, sancito dall’art. 112 Cost. (principio dell’obbligatorietà dell’azione penale), calpestando il principio di uguaglianza dei cittadini di fronte alla legge (art. 3) e il principio di legalità (art. 25 c. 2), intimamente collegati al principio dell’indipendenza esterna (o, anche detta, “indipendenza istituzionale”) dei pubblici ministeri, discostandosi da un passato autoritario (quello fascista), ove la soggezione dei P.M. al Ministro della Giustizia, di fatto nullificava la concreta applicabilità dell’omologo principio, pur se anche allora formalmente espresso.  A mio sommesso avviso, se si vuole veramente restituire alla Giustizia la sua più nobile funzione bisogna rieducare alla legalità e al rispetto dei diritti umani, per primi coloro che l’amministrano: magistrati, avvocati, forze dell’ordine, polizia penitenziaria. La lentezza della giustizia e l’enorme carico di processi dipendono solo dal disegno criminogeno di negare i più elementari diritti dei cittadini, ritardando all’infinito il riconoscimento delle libertà fondamentali, quali il lavoro, la casa, la sicurezza, la buona sanità e amministrazione della cosa pubblica, l’accesso al credito, alla giustizia giusta.
 

Rivolgo quindi a Voi Sig. Ministro della Giustizia, Sig. Presidente del Consiglio e Sig. Presidente della Repubblica,   quest’ultimo appello di fine anno di affermare a chiare lettere, senza se e senza ma: «Io sto con Cesare Beccaria!».  Se volete essere veramente rappresentativi di tutti gli italiani ed orgogliosi di avere fatto qualcosa di veramente utile per il Paese, Vi invito ad incontrare le Associazioni che lottano da decenni per l’affermazione dei diritti e della legalità, facendo piazza pulita degli infedeli servitori dello Stato. Noi sappiamo chi sono e basterebbero poche indagini patrimoniali per smascherarli tutti.

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