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PEPPINO IMPASTATO. DIFENDIAMO LA LIBERTA’ DI PENSIERO

sabato 26th, aprile 2008 / 11:40 Written by
PEPPINO IMPASTATO. DIFENDIAMO LA LIBERTA’ DI PENSIERO

A 30 anni dal vile assassinio di mafia: la vita, il pensiero, le poesie di Peppino Impastato. In calce l’appello del centro siciliano di documentazione che prende il suo nome: “Difendiamo la libertà di pensiero“.

A cura della Redazione di Robin Hood

Si terrà dal 7 all’11 maggio a Cinisi il forum antimafia dedicato al trentennale della morte di Peppino. Una tre giorni ricca di eventi, dibattiti e riflessioni sul movimento antimafia di ieri e di oggi che culminerà in una manifestazione nazionale tra le vie della città siciliana.

La grandezza di un pensiero è un ossimoro che contiene in sé il futuro, il presente e il passato.  In quel pensiero possono convivere la capacità di intuire prima di altri  quello che altri non vedono o non vogliono vedere e di tracciare matrici storico- antropologiche a lunga gittata. Intorno a quel pensiero l’immobilismo. Perché le parole di Peppino sono di un’attualità gravissima,  a cui ognuno di noi ha contribuito con la sua inerzia. L’urlo di allora è lo stesso di oggi: mercimonio, povertà, violenza erano  ieri e sono anche oggi.

Invero, da allora alcuni passi sono  stati fatti. Qualcuno ha cominciato a dire no, qualcuno è riuscito nell’impossibile impresa di unire denuncia e consumo critico. L’anticorpo contro il cancro che attanaglia è proporzionalmente cresciuto. Peccato che l’infezione non nasca da un virus e non possa essere curata solo dall’esterno, solo da chi subisce. È piuttosto una degenerazione di un tessuto  connettivo per la cui cura non si può prescindere da una doverosa autoanalisi di chi quella degenerazione avrebbe dovuto impedire e invece si è fatto nume tutelare. Gli uomini dello Stato che si riempiono di belle parole continuano a candidare, a silurare la legislazione antimafia, a non recidere i ponti con le metastasi. Sarebbe bello se si trattasse di pura incompetenza o di pura vigliaccheria, se la democrazia potesse rinnovarsi a prescindere da chi surrettiziamente la rappresenta. Ma così non è. E allora la forbice si allarga. Da un lato il  cinismo e il tornacontismo personale, dall’altro la sovraesposizione di chi deve parlare non più solo per sé ma anche per l’altro. Il cinico, l’apatico, il cooptato. E non fa differenza quale delle tre: perché comunque di quel cancro è agente permissivo e catalizzatore.

Forse se Peppino fosse ancora vivo saprebbe come trasformare il veleno in medicina. Ma così non è. L’eco delle parole dette è la sua eredità spirituale,    il silenzio di quelle che non ha fatto in tempo a pronunciare il monito.

Abbiamo pensato che fosse doveroso ricordare la sua vita e farne  conoscere l’anima meno conosciuta: quella del poeta.

Peppino nasce a Cinisi il 5 gennaio 1948 da Felicia Bartolotta e Luigi Impastato. La famiglia Impastato è bene inserita negli ambienti mafiosi locali: si noti che una sorella di Luigi ha sposato il capomafia Cesare Manzella, considerato uno dei boss che individuarono nei traffici di droga il nuovo terreno di accumulazione di denaro. Frequenta il Liceo Classico di Partinico ed appartiene a quegli anni il suo avvicinamento alla politica, particolarmente al PSIUP, formazione politica nata dopo l’ingresso del PSI nei governi di centro-sinistra. Assieme ad altri giovani fonda un giornale, “L’Idea socialista” che, dopo alcuni numeri, sarà sequestrato: di particolare interesse un servizio di Peppino sulla “Marcia della protesta e della pace” organizzata da Danilo Dolci nel marzo del 1967: il rapporto con Danilo, sia pure episodico, lascia un notevole segno nella formazione politica di Peppino. In una breve nota biografica Peppino scrive: “Arrivai alla politica nel lontano novembre del ’65, su basi puramente emozionali: a partire cioè da una mia esigenza di reagire ad una condizione familiare ormai divenuta insostenibile. Mio padre, capo del piccolo clan e membro di un clan più vasto, con connotati ideologici tipici di una civiltà tardo-contadina e preindustriale, aveva concentrato tutti i suoi sforzi, sin dalla mia nascita, nel tentativo di impormi le sue scelte e il suo codice comportamentale. E’ riuscito soltanto a tagliarmi ogni canale di comunicazione affettiva e compromettere definitivamente ogni possibilità di espansione lineare della mia soggettività. Approdai al PSIUP con la rabbia e la disperazione di chi, al tempo stesso, vuole rompere tutto e cerca protezione.

Creammo un forte nucleo giovanile, fondammo un giornale e un movimento d’opinione, finimmo in tribunale e su tutti i giornali. Lasciai il PSIUP due anni dopo, quando d’autorità fu sciolta la Federazione Giovanile. Erano i tempi della rivoluzione culturale e del “Che”. Il ’68 mi prese quasi alla sprovvista. Partecipai disordinatamente alle lotte studentesche e alle prime occupazioni. Poi l’adesione, ancora una volta su un piano più emozionale che politico, alle tesi di uno dei tanti gruppi marxisti-leninisti, la Lega. Le lotte di Punta Raisi e lo straordinario movimento di massa che si è riusciti a costruirvi attorno. E’ stato anche un periodo, delle dispute sul partito e sulla concezione e costruzione del partito: un momento di straordinario e affascinante processo di approfondimento teorico. Alla fine di quell’anno l’adesione ad uno dei due tronconi, quello maggioritario, del PCD’I ml.- il bisogno di un minimo di struttura organizzativa alle spalle (bisogno di protezione ), è stato molto forte. Passavo, con continuità ininterrotta da fasi di cupa disperazione a momenti di autentica esaltazione e capacità creativa: la costruzione di un vastissimo movimento d’opinione a livello giovanile, il proliferare delle sedi di partito nella zona, le prime esperienze di lotta di quartiere, stavano lì a dimostrarlo. Ma io mi allontanavo sempre più dalla realtà, diventava sempre più difficile stabilire un rapporto lineare col mondo esterno, mi racchiudevo sempre più in me stesso. Mi caratterizzava sempre più una grande paura di tutto e di tutti e al tempo stesso una voglia quasi incontrollabile di aprirmi e costruire. Da un mese all’altro, da una settimana all’altra, diventava sempre più difficile riconoscermi. Per giorni e giorni non parlavo con nessuno, poi ritornavo a gioire, a riproporre: vivevo in uno stato di incontrollabile schizofrenia. E mi beccai i primi ammonimenti e la prima sospensione dal partito. Fui anche trasferito in un altro posto a svolgere attività, ma non riuscii a resistere per più di una settimana: mi fu anche proposto di trasferirmi a Palermo, al Cantiere Navale: un po’di vicinanza con la Classe mi avrebbe giovato. Avevano ragione, ma rifiutai. Mi trascinai in seguito, per qualche mese, in preda all’alcool, sino alla primavera del ’72

 (assassinio di Feltrinelli e campagna per le” elezioni politiche anticipate ). Aderii, con l’entusiasmo che mi ha sempre caratterizzato, alla proposta del gruppo del “Manifesto”: sentivo il bisogno di garanzie istituzionali: mi beccai soltanto la cocente delusione della sconfitta elettorale. Furono mesi di delusione e disimpegno: mi trovavo, di fatto, fuori dalla politica. Autunno ’72. Inizia la sua attività il Circolo Ottobre a Palermo, vi aderisco e do il mio contributo. Mi avvicino a “Lotta Continua” e al suo processo di revisione critica delle precedenti posizioni spontaneistiche, particolarmente in rapporto ai consigli: una problematico che mi aveva particolarmente affascinato nelle tesi del “Manifesto” Conosco Mauro Rostagno : è un episodio centrale nella mia vita degli ultimi anni. Aderisco a “Lotta Continua” nell’estate del ’73, partecipo a quasi tutte le riunioni di scuola-quadri dell’organizzazione, stringo sempre più o rapporti con Rostagno: rappresenta per me un compagno che mi dà garanzie e sicurezza: comincio ad aprirmi alle sue posizioni libertarie, mi avvicino alla problematica renudista. Si riparte con l’iniziativa politica a Cinisi, si apre una sede e si dà luogo a quella meravigliosa, anche se molto parziale, esperienza di organizzazione degli edili. L’inverno è freddo, la mia disperazione è tiepida. Parto militare: è quel periodo, peraltro molto breve, il termometro del mio stato emozionale: vivo 110 giorni di continuo stato di angoscia e in preda alla più incredibile mania di persecuzione “

Nel 1975 organizza il Circolo “Musica e Cultura”, un’associazione che promuove attività culturali e musicali e che diventa il principale punto di riferimento por i giovani di Cinisi. All’interno del Circolo trovano particolare spazio ìl “Collettivo Femminista” e il “Collettivo Antinucleare”. Il tentativo di superare la crisi complessiva dei gruppi che si ispiravano alle idee della sinistra “rivoluzionaria”, verificatasi intorno al 1977 porta Giuseppe Impastato e il suo gruppo alla realizzazione di Radio Aut, un’emittente autofinanziata che indirizza i suoi sforzi e la sua scelta nel campo della controinformazione e soprattutto in quello della satira nei confronti della mafia e degli esponenti della politica locale. Nel 1978 partecipa con una lista che ha il simbolo di Democrazia Proletaria, alle elezioni comunali a Cinisi. Viene assassinato il 9 maggio 1978, qualche giorno prima delle elezioni e qualche giorno dopo l’esposizione di una documentata mostra fotografica sulla devastazione del territorio operata da speculatori e gruppi mafiosi: il suo corpo è dilaniato da una carica di tritolo posta sui binari della linea ferrata Palermo-Trapani. Gli elettori di Cinisi votano comunque il suo nome riuscendo ad eleggerlo al Consiglio comunale. Le indagini sono, in un primo tempo orientate sull’ipotesi di un attentato terroristico consumato dallo stesso Impastato, o, in subordine, di un suicidio “eclatante”.

Nel gennaio 1988 il Tribunale di Palermo invia una comunicazione giudiziaria a Badalamenti. Nel maggio del 1992 il Tribunale di Palermo decide l’archiviazione del “caso Impastato”, ribadendo la matrice mafiosa del delitto ma escludendo la possibilità di individuare i colpevoli e ipotizzando la possibile responsabilità dei mafiosi di Cinisi alleati dei “corleonesi”. Nel maggio del 1994 il Centro Impastato presenta un’istanza per la riapertura dell’inchiesta, accompagnata da una petizione popolare, chiedendo che venga interrogato sul delitto Impastato il nuovo collaboratore della giustizia Salvatore Palazzolo, affiliato alla mafia di Cinisi. Nel marzo del 1996 la madre, il fratello e il Centro Impastato presentano un esposto in cui chiedono di indagare su episodi non chiariti, riguardanti in particolare il comportamento dei carabinieri subito dopo il delitto. Nel giugno del 1996, in seguito alle dichiarazioni di Salvatore Palazzolo, che indica in Badalamenti il mandante dell’omicidio assieme al suo vice Vito Palazzolo, l’inchiesta viene formalmente riaperta. Nel novembre del 1997 viene emesso un ordine di cattura per Badalamenti, incriminato come mandante del delitto. Il 10 marzo 1999 si svolge l’udienza preliminare del processo contro Vito Palazzolo, mentre la posizione di Badalamenti viene stralciata. I familiari, il Centro Impastato, Rifondazione comunista, il Comune di Cinisi e l’Ordine dei giornalisti chiedono di costituirsi parte civile e la loro richiesta viene accolta. Il 23 novembre 1999 Gaetano Badalamenti rinuncia alla udienza preliminare e chiede il giudizio immediato. Nell’udienza del 26 gennaio 2000 la difesa di Vito Palazzolo chiede che si proceda con il rito abbreviato, mentre il processo contro Gaetano Badalamenti si svolgerà con il rito normale e in video-conferenza. Il 4 maggio, nel procedimento contro Palazzolo, e il 21 settembre, nel processo contro Badalamenti, vengono respinte le richieste di costituzione di parte civile del Centro Impastato, Rifondazione comunista e Ordine dei giornalisti.

Nel 1998 presso la Commissione parlamentare antimafia si è costituito un Comitato sul caso Impastato e il 6 Dicembre 2000 è stata approvata una relazione sulle responsabilità di rappresentanti delle istituzioni nel depistaggio delle indagini.
Il 5 marzo 2001 la Corte d’assise ha riconosciuto Vito Palazzolo colpevole e lo ha condannato a 30 anni di reclusione. L’11 aprile 2002 Gaetano Badalamenti è stato condannato all’ergastolo. Badalamenti e Palazzolo sono successivamente deceduti.
Il 7 dicembre 2004 è morta Felicia Bartolotta, madre di Peppino.


Peppino Impastato: il poeta oltre la paura. 

Un mare di gente a flutti disordinati s’è riversato nelle piazze, nelle strade e nei sobborghi. E’ tutto un gran vociare che gela il sangue, come uno scricchiolio di ossarotte .Non si può volere e pensare nel frastuono assordante;nell’odore di calca c’è aria di festa.

E venne da noi un adolescente dagli occhi trasparenti e dalle labbra carnose, alla nostra giovinezza consunta nel paese e nei bordelli. Non disse una sola parola nè fece gesto alcuno:questo suo silenzio e questa sua immobilità hanno aperto una ferita mortale nella nostra consunta giovinezza. Nessuno ci vendicherà: la nostra pena non ha testimoni.

Appartiene al tuo sorriso l’ansia dell’uomo che muore, al suo sguardo confuso chiede un po’ d’attenzione, alle sue labbra di rosso corallo un ingenuo abbandono, vuol sentire sul petto il suo respiro affannoso:è un uomo che muore.

Fiore di campo nasce dal grembo della terra nera, fiore di campo cresce odoroso di fresca rugiada, fiore di campo muore sciogliendo sulla terra gli umori segreti.

E’ triste non avere fame di sera all’osteria e vedere nel fumo dei fagioli caldi il suo volto smarrito.

Lunga è la notte e senza tempo. Il cielo gonfio di pioggia non consente agli occhi di vedere le stelle. Non sarà il gelido vento a riportare la luce, nè il canto del gallo, nè il pianto di un bimbo. Troppo lunga è la notte, senza tempo,infinita. I miei occhi giacciono in fondo al mare nel cuore delle alghe e dei coralli.

Seduto se ne stava e silenzioso stretto a tenaglia tra il cielo e la terra e gli occhi fissi nell’abisso.

Passeggio per i campi con il cuore sospeso nel sole.Il pensiero, avvolto a spirale, ricerca il cuore della nebbia.

Stormo d’ali contro il sole, capitombolo nel vuoto. Desiderio, erezione, masturbazione, orgasmo. Strade silenziose, volti rassegnati: la notte inghiotte la città.

Il cuore batte con l’orologio, il cervello pulsa nella strada: amore e odio pianto e   riso. Un’automobile confonde tutto: vuoto assoluto. Era di passaggio.

Sulla strada bagnata di pioggia si riflette con grigio bagliore la luce di una lampada stanca:e tutt’intorno è silenzio.

Nubi di fiato rappreso s’addensano sugli occhi in uno stanco scorrere di ombre  e di ricordi:una festa, un frusciare di gonne, uno sguardo, due occhi di rugiada, un sorriso, un nome di donna: Amore Non Ne Avremo.

Bibliografia:

Felicia Bartolotta Impastato, La mafia in casa mia. Intervista a cura di Anna Puglisi e Umberto Santino, La Luna, Palermo 1986, 2000, 2003. Eu. 13,50. Da chiedere al Centro Impastato.

Salvo Vitale, Nel cuore dei coralli. Peppino Impastato, una vita contro la mafia, Rubbettino, Soveria Mannelli 1995, 2002. In libreria.

Umberto Santino (a cura di), L’assassinio e il depistaggio. Atti relativi all’omicidio di Giuseppe Impastato, Centro Impastato, Palermo 1998. Esaurito.

Peppino Impastato: anatomia di un depistaggio. Relazione della Commissione parlamentare antimafia presentata da Giovanni Russo Spena, Editori Riuniti, Roma 2001, 2006. Eu. 14. In libreria.

Giuseppe Impastato, Lunga è la notte. Poesie, scritti, documenti, a cura di U. Santino, Centro Impastato, Palermo 2002-2006. Eu. 10. Da chiedere al Centro Impastato.

Anna Puglisi e Umberto Santino (a cura di), Cara Felicia. A Felicia Bartolotta Impastato, Centro Impastato, Palermo 2005. Eu. 10. Da chiedere al Centro Impastato.

Mostra fotografica Peppino Impastato. Ricordare per continuare, Centro Impastato, Palermo 2006, 24 poster formato 70X100. Eu. 100 (più spese di spedizione). Cartella-catalogo. Eu 10. Da chiedere al Centro Impastato o alla Casa memoria di Cinisi

(tel. 0918666233 – 3341689181)

e-mail: giovannimpastato@gmail.com

 


DIFENDIAMO LA LIBERTA’ DI INFORMAZIONE

 

L’accoppiata informazione-querela diffamazione è un male antico. È in realtà un male di cui soffrono in pochi perché pochi sono quelli che prendono l’informazione sul serio e sentono il dovere di non rendere ” orfani” i lettori di dati, numeri, cifre sui quali costruire una libera opinione.

Spesso per questo tipo di giornalisti si giunge persino a scomodare la scienza psichiatrica con tutte le sue belle patologie e, allora a seconda dei casi, saranno fissati, paranoici, complottisti o narcisisti.

Talvolta, invece, viene in soccorso il mantenimento dell’ordine pubblico, della quiete pubblica ….mai che venga in mente l’interesse, quello si, pubblico. Il pubblico è come il laccio di un cowboy arrotolato in tasca per essere usato solo quando si tratta di acchiappare la notizia trapelata e restituirla all’oblio. Tutto ciò produce nella mente dei tanti l’atavica domanda “chi me lo fa fare”?

E allora se va bene si addolcisce la frase, si sottolinea un “presunto” o una formula dubitativa:

il lampo del pensiero, che non ha sfumature, che è quello che è, assume contorni sfumati fino a scomparire. La verità non è più il segmento delle mitiche cinque W ma la scrematura di quello che si può dire senza rischiare di pagare risarcimenti milionari. Poco importa se POI il giudice ti darà ragione: nel momento in cui decidi di pubblicare o far pubblicare una notizia, un pensiero, una critica dovrai necessariamente mettere in conto la possibilità di dare conto e ragione davanti a un tribunale o a un pubblico ludibrio. L’attenzione magicamente si sposta da quello che è stato detto al come doveva essere detto. Ciò naturalmente non significa esonerare il giornalista da verifiche serie e fondate su quanto ha scritto: significa solo che nell’orizzonte decisorio la paura di urtare i piedi o le tasche spesso elimina in nuce la stessa volontà di verificare per poi scrivere creando un preventivo meccanismo vizioso di blocco. Il sistema processuale non prevede conseguenze automatiche in caso di querele “pretestuose”o “infondate”e il risultato è che sporgere querela non costa niente, omettere di dire costa la disinformazione.

Per fortuna, in questo quadro a tinte fosche c’è un MA: la democrazia, schiacciata dalla censura, produce i suoi anticorpi. Gli anticorpi, talvolta decidono di dire pubblicamente quello che vedono, cercano, scoprono.

La Redazione di Robin Hood fa proprio l’appello del documento redatto dalle associazioni antimafia in difesa della libertà di stampa..

“Nel luglio 2001, in seguito a due sentenze del Tribunale civile di Palermo che condannavano Claudio Riolo e Umberto Santino a risarcire, rispettivamente, Francesco Musotto e Calogero Mannino per diffamazione, abbiamo avviato una campagna per la liberta’ di stampa nella lotta contro la mafia. Abbiamo rilevato la nuova abitudine assunta da molti esponenti politici della prima o della seconda Repubblica che, coinvolti a torto o ragione in disavventure giudiziarie, cercano di far pagare il conto delle loro “sfortune” a chi esercita, per professione o per impegno antimafia, i diritti di cronaca e di critica garantiti dall’articolo 21 della Costituzione. Abbiamo denunziato l’uso distorto e strumentale del ricorso ai procedimenti civili per risarcimento danni da diffamazione a mezzo stampa, che invece di tutelare l’onorabilita’ delle persone rischia d’instaurare un clima d’intimidazione nei confronti di chiunque intenda far conoscere, commentare o studiare il persistente fenomeno delle contiguita’ tra politica, mafia e affari. Abbiamo rivendicato il diritto e il dovere di sottoporre l’operato di chi ricopre cariche pubbliche o ruoli rappresentativi al vaglio critico dell’opinione pubblica, con la consapevolezza che ciascun politico ha una responsabilita’ aggiuntiva rispetto agli altri cittadini nella misura in cui coinvolge la credibilita’ delle istituzioni.

A distanza di due anni si sono moltiplicate le richieste di risarcimenti milionari o, addirittura, miliardari nei confronti di giornalisti, studiosi e familiari delle vittime. Sono aumentate anche le condanne emesse dai giudici, soprattutto in ambito civilistico, che risentono spesso di una concezione angusta e formalistica della tutela della reputazione individuale, poco sensibile all’esigenza di un giusto contemperamento con l’interesse pubblico all’esercizio della critica politica. In particolare la Prima Sezione Civile della Corte d’Appello di Palermo ha recentemente confermato la condanna di Claudio Riolo a risarcire Francesco Musotto per un vecchio articolo pubblicato nel ’94, nel quale si commentava criticamente la decisione del Presidente della Provincia, nonche’ avvocato penalista, di mantenere la difesa di un suo cliente, imputato nel processo per la strage di Capaci, mentre l’ente locale si costituiva parte civile nello stesso processo. Si tratta di una condanna molto pesante, che si e’ gia’ tradotta nel pignoramento di un quinto dello stipendio per l’intera vita lavorativa e, addirittura, dell’indennita’ di fine rapporto fino al completamento della cifra di 140 milioni di lire, con l’aggiunta ulteriore delle spese del giudizio di secondo grado.

Se e’ lecito criticare le sentenze senza delegittimare i giudici, come ha piu’ volte affermato il Consiglio Superiore della Magistratura, vorremmo esprimere il nostro disappunto e la nostra preoccupazione. Innanzitutto perche’ condividiamo e facciamo nostre le critiche e le analisi contenute nell’articolo, che riteniamo fondate su fatti veri e incontestabili, espresse in forma sarcastica ma civile e finalizzate ad un obiettivo di evidente interesse pubblico, quello di sollecitare partiti e istituzioni a tenere alta la guardia contro i tentativi di condizionamento mafioso. In secondo luogo perche’ temiamo che l’effetto di questa e di altre analoghe condanne possa, indipendentemente dalla volonta’ dei giudici che le hanno emesse, inibire l’esercizio della liberta’ di stampa e del diritto di critica politica contribuendo ad un rischioso restringimento degli spazi democratici.

In particolare, sul terreno della lotta contro la mafia, la piena liberta’ d’informazione e di opinione e’ indispensabile per individuare e stigmatizzare tutti quei comportamenti che configurino delle responsabilita’ politiche e morali, indipendentemente dall’accertamento di eventuali responsabilita’ penali che spetta esclusivamente alla magistratura.

Il principio di distinzione tra responsabilita’ politica e responsabilita’ penale, approvato dalla Commissione parlamentare antimafia nel 1993 con una larghissima e inedita maggioranza (Dc, Pds, Psi, Lega, Rc, Pri., Pli, Psdi, Verdi, Rete) ma rimasto purtroppo inapplicato, stabiliva che il Parlamento ed i partiti, sulla base di fatti accertati che non necessariamente costituiscono reato, potessero comminare delle precise sanzioni politiche, consistenti nella stigmatizzazione dell’operato e, nei casi piu’ gravi, nell’allontanamento del responsabile dalle funzioni esercitate. L’applicazione rigorosa ed imparziale di questo principio, che rappresenta l’esatto opposto del cosiddetto “giustizialismo” potrebbe risolvere l’annoso conflitto tra politica e magistratura, giacche’ eviterebbe di rimandare ogni giudizio politico all’esito delle decisioni penali. Se l’autorita’ politica facesse autonomamente il proprio dovere non ci sarebbe alcuna delega di fatto ai giudici, che potrebbero cosi’ lavorare con maggiore serenita’ e indipendenza.

E’ del tutto evidente che questa fondamentale distinzione presuppone la massima liberta’ di cronaca e di critica, giacche’, come ha affermato la stessa Commissione parlamentare, “il presupposto per muovere una contestazione di responsabilita’ politica e’ la conoscibilita’ di fatti o di vicende che a quella contestazione possono dar luogo; se non si conosce, non si e’ in grado di esercitare alcun controllo”.

Se proviamo ad applicare questi principi alle attuali vicende giudiziarie che coinvolgono anche i massimi vertici del Governo siciliano, apparira’ chiaro che le eventuali dimissioni del Presidente Cuffaro non dovrebbero dipendere dal fatto che abbia ricevuto o meno un avviso di garanzia, ma dalla valutazione sull’inaffidabilita’ di un uomo politico che, quantomeno, ha dimostrato ripetutamente di non saper scegliere i propri collaboratori. Come chiarisce, ancora una volta, la Commissione parlamentare antimafia, “se la persona di fiducia di un uomo politico compie atti di grave scorrettezza o di rilevanza penale, l’uomo politico non risponde dei fatti commessi dalla persona di fiducia, ma risponde per aver dato prova di non saper scegliere o di non aver accertato o di aver tollerato comportamenti scorretti”. Cosi’ come, per fare altri esempi, se un Ministro, un Sindaco o un Presidente di Provincia partecipa a cene elettorali, battesimi e matrimoni organizzati da personaggi mafiosi, o se nella sua casa di campagna si riuniscono boss latitanti o si nascondono armi delle cosche, le ipotesi possibili sono solo due: o ne e’ consapevole e quindi complice, oppure e’ inconsapevole ma inaffidabile. In ogni caso spetta esclusivamente alla magistratura stabilire se il suo comportamento abbia o meno una rilevanza penale, ma e’ compito della politica valutare, senza strumentalizzazioni di parte e in nome dell’interesse generale, se il personaggio in questione sia adeguato o meno a svolgere le funzioni politiche cui e’ preposto. Ed e’ altrettanto evidente che spetta a tutti i cittadini, e in particolare ai giornalisti e agli studiosi, il diritto e il dovere di far conoscere, criticare e analizzare liberamente i comportamenti degli uomini pubblici, che devono essere trasparenti e sottoposti al massimo controllo democratico.

Ci proponiamo, pertanto, di rilanciare una campagna di sensibilizzazione e di mobilitazione dell’opinione pubblica per:

sollecitare le forze politiche e istituzionali ad elaborare un codice di autoregolamentazione comune, che si ispiri alle proposte della commissione parlamentare antimafia del ’93 sulla distinzione tra responsabilita’ politica e responsabilita’ penale;
rivendicare una nuova regolamentazione legislativa in materia di diffamazione, che ristabilisca un giusto equilibrio tra diritto di cronaca e di critica e tutela della persona, e che uniformi procedimento penale e procedimento civile per impedirne un uso distorto e strumentale;
riaprire la sottoscrizione, avviata nel 2001, per il fondo di solidarieta’ in difesa della liberta’ di stampa nell’ambito della lotta contro la mafia (il fondo, gestito dal coordinamento delle associazioni promotrici e da un comitato di garanti, composto da Rita Borsellino, Luigi Ciotti e Valentino Parlato, ha raccolto piu’ di quaranta milioni di lire e viene gia’ utilizzato in sostegno di Riolo).
Per sottoscrivere si puo’ utilizzare il c/c postale n.10690907, intestato a Centro siciliano di documentazione Giuseppe Impastato, via Villa Sperlinga 15, 90144-Palermo, specificando nella causale “Campagna per la liberta’ di stampa nella lotta contro la mafia”.

(Per informazioni: www.centroimpastato.it – tel. 091.6259789 – fax: 091.348997 – e-mail: csdgi@tin.it , libera.palermo@inwind.it).

Per chi volesse saperne di più www.censurati.it

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